San Corrado Confalonieri

pellegrino, eremita, uomo del ‘pane caldo’.

Omelia del Card. Michele Pellegrino, già arcivescovo di Torino
Cattedrale di Noto, 30 agosto 1981



1. S. Corrado pellegrino: il ricercatore di Cristo. Non era cosa da poco ai suoi tempi partire dal nord, da Piacenza, percorrere tutta l’Italia e capitare qui a Noto. Oggi, chi dal nord vuole venire in Sicilia, con un’ora e mezza circa di aereo vi arriva, come pure con 20/24 ore di treno, secondo i ritardi. Ma allora era un po’ diverso.

Corrado col suo bordone di pellegrino, vestito da francescano, percorre a piedi lentamente tante regioni d’Italia e poi viene a fissare la sua dimora qui. Il pellegrinaggio ha radici lontane, nella Bibbia. Abbiamo sentito dalla 1ª lettura che Dio dice ad Abramo: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io t’indicherò”. E Abramo puntualmente obbedisce all’ordine di Dio e parte, pellegrino, per un lungo viaggio che non sapeva dove e come sarebbe terminato. Ma così Dio gli aveva detto. Così faranno i patriarchi Isacco e Giacobbe. Saranno anch’essi pellegrini in cammino. Così farà il popolo ebreo quando, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, attraverso un lungo cammino di quarant’anni arriverà alla Terra Promessa. E fin dai primi secoli noi vediamo i cristiani pellegrini. Sono stati pellegrini gli Apostoli i quali, ascoltando il mandato di predicare il Vangelo in tutto il mondo e arrivano là dove possono portare la luce del Vangelo. I pellegrinaggi cominciano presto verso la Terra Santa, santificata dalla presenza di Gesù. Continuano ancora.

Noi tutti conosciamo i pellegrinaggi ai santuari di Compostella, Lourdes, Loreto, Fatima e in altri santuari. Quanti pellegrini siciliani ho visto a Torino in occasione dell’esposizione della Sacra Sindone, per non dire le centinaia e migliaia di siciliani che si sono stabiliti a Torino e forse attendono con desiderio di poter tornare con un piccolo gruzzolo al loro paese natìo lasciato per necessità. In questo momento sono anch’io pellegrino, arrivo dalla Sardegna e da Roma e poi da qui tornerò in Piemonte… Ecco cosa vuol dire essere pellegrino. Siete pellegrini anche voi “portatori dell’arca di S. Corrado”, i quali per ore e ore percorrete chilometri e chilometri di strade in omaggio al vostro Santo! Che significa essere pellegrini come Abramo e Corrado? Significa obbedire alla voce di Dio, andare là dove Dio comanda a noi, che non siamo padroni della nostra vita. Dobbiamo cercare la volontà di Dio; e quando egli ci comanda di partire, noi partiamo.

Per esempio, ho incontrato in Africa e in America Latina dei vostri corregionali, dei siciliani che hanno accolto la voce del Signore, sono andati là a portare il Vangelo e ad aiutare i fratelli poveri e bisognosi del Terzo Mondo. Essere pellegrini vuol dire sapersi staccare, quando il Signore vuole, dalle realtà terrene, le realtà che S. Paolo definisce “lordure”, come cose da niente in confronto a quello a cui il Signore ci chiama (Filippesi 3,8); vuol dire non attaccarsi alle cose che passano (denaro, piacere, potere). Siamo tutti pellegrini in questa vita. Se l’Apostolo avesse potuto scrivere una lettera alla Chiesa di Dio che è in Noto, avrebbe probabilmente incominciato così: “Alla s. Chiesa di Dio pellegrina in Noto”, come diceva alla Chiesa di Corinto o di Filippi o delle altre comunità. Ecco, soprattutto, che cosa significa cercare da pellegrini. Ascoltiamo S. Paolo: egli ha cercato “il vantaggio inestimabile della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore”. Anche San Corrado è andato alla ricerca di Gesù Cristo e così la sua festa che noi celebriamo vuol essere un aiuto ad avvicinarci a Lui. I santi non sono uno schermo che ci fa dimenticare Cristo, come ci accusano i Protestanti. No, i santi vogliono che, attraverso loro, andiamo a Cristo: ci prendono quasi per mano e ci conducono al Signore, come ha fatto S. Corrado con il suo esempio e gli insegnamenti. Un’altra risposta la troviamo in quello che Gesù dice a S. Pietro, il quale con audacia gli aveva chiesto: “E noi, che abbiamo abbandonato tutto per seguirti quale ricompensa ne avremo”? E Gesù prontamente: “In verità, vi dico, quando sorgerà il mondo nuovo, il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria per assidersi sul trono, anche voi che mi avete seguito starete assisi su dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele”; e poi dirà: “Chiunque abbia lasciato per amor mio fratelli e sorelle, padre o madre, moglie o figlioli o i propri campi, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna”. Il centuplo già in questa vita perché il Signore ricompensa chi lo segue con cuore sincero, non lasciandosi vincere dal denaro né dalla ricerca del prestigio e del piacere.

Gesù dà già in questa vita le gioie che valgono di più e soprattutto la vita eterna. Noi tutti siamo pellegrini verso l’eternità. Ecco allora come la devozione a S. Corrado deve richiamarci ai valori eterni, che sono quelli che veramente contano; tutto il resto passa! Ho sentito dire che la vostra città è così bella – [io ho ammirato questa vostra piazza, la cattedrale, la basilica del Ss. Salvatore il Palazzo Comunale l’antico collegio dei Gesuiti] – e tutto questo venne costruito dopo il tremendo terremoto del 1693: la vostra Noto Antica è scomparsa in conseguenza di quel sisma, come tanti paesi in Italia e fuori anche recentemente. Tutto è destinato a sparire. Auguriamoci che non sparisca mai questa Noto dei nostri giorni. Ma è certo che ognuno di noi è un pellegrino in cammino verso l’altra vita.

2. S. Corrado eremita: in silenzioso ascolto di Dio. L’altro pannello del trittico si può definire così: l’Eremita! Ad un certo momento il Signore gli ha fatto capire che è giunta l’ora di fermarsi, e si ferma a Noto, si stabilisce qui nella solitudine del deserto dei Pizzoni, nella preghiera, nell’accoglienza di coloro che vengono a lui per avere consiglio, conforto, aiuto di preghiera. Anche qui il santo si mette in una strada che ha lunghi precedenti. Noi pensiamo al profeta Elia, agli anacoreti della Tebaide, a sant’Ilarione… Io penso, ad esempio, a Camaldoli, ai tanti eremi dove ho avuto la gioia di sostare.

Anche oggi c’è chi sente questa vocazione alla vita eremitica. Quanti giovani e non giovani ho incontrato in questi luoghi di solitudine e di preghiera che danno ossigeno all’anima. San Corrado ha qualcosa da insegnare anche a noi. E’ necessario che troviamo i momenti di silenzio e di raccoglimento nella nostra vita. Abbiamo tutti bisogno di ascoltare la Parola di Dio nella preghiera per il servizio ai fratelli. Mi ha fatto impressione un libro scritto da una russa emigrata in America e lì ha dato vita a quello che i russi chiamano “la pustigna”, il deserto. E ci sono molti che si ritirano in una capanna con una brocca d’acqua e un pane al giorno, un giaciglio per riposare e lì passano giornate, settimane per ascoltare la voce del Signore e per rifarsi spiritualmente. Fratelli, abbiamo bisogno di ristabilire la scala dei valori.

L’uomo non è fatto solo per produrre e consumare: è fatto per intendere, aprire la sua intelligenza e capire gli altri e capire Dio; è fatto per amare Dio e i fratelli, e per questo c’è bisogno di sottrarsi al rumore del mondo che non ci lascia pensare, di fare, come Corrado, un po’ di esperienza eremitica, un po’ di silenzio, un po’ di preghiera e tutto questo, come dice S. Paolo, per conoscere e amare meglio il Signore e – quando il Signore dispone - anche partecipare alle sue sofferenze.

3. S. Corrado, uomo del “pane caldo”: la passione per i sofferenti. Contemplazione non è alienazione. Domani mattina con tanta gioia andrò ad incontrarmi con le sorelle Carmelitane Scalze. C’è chi pensa che chi si dà a questo tipo di vita si alieni, dimentica la realtà della vita e i bisogni dei fratelli. San Corrado non ha dimenticato i fratelli e a coloro che venivano da lui – fosse un vescovo o una persona del popolo – non soltanto sapeva offrire consigli spirituali salutari, ma sapeva dare anche un pane, il pane.

Come del resto hanno fatto gli eremiti di tutti i tempi. Ad esempio, gli anacoreti nel deserto lavoravano intessendo cestini con i giunchi, e poi li vendevano al mercato per dare il ricavato ai poveri. Dunque S. Corrado dà il pane. V’è tanto bisogno del pane nel mondo. Nelle grandi città c’è chi sperpera i soldi, mentre c’è chi soffre veramente. Se tu guardi intorno, se non chiudi gli occhi, se non aspetti che ti vengano a chiedere l’elemosina – perché non sempre i poveri sono quelli che sui marciapiedi tendono la mano per l’elemosina – forse tu trovi un fratello che ha bisogno di pane.

E non c’è soltanto il pane che riempie lo stomaco ma c’è anche il pane spirituale, un po’ di aiuto a chi è solo, agli anziani che sono abbandonati, a certi ammalati che negli ospedali sono considerati dei numeri, agli handicappati, a tanti emarginati. E’ dunque necessario impegnarsi. Grazie a Dio questo impegno io lo vedo, è ormai diffuso. Sul vostro settimanale ‘La vita diocesana’, sia pure fugacemente, ho letto notizie di vostre iniziative per handicappati e per terremotati, e sono convinto che è necessario moltiplicare sempre più quest’impegno. Ho detto: San Corrado è l’uomo del pane caldo! Perché pane caldo? Penso a quello che avveniva quando ero bambino in un paese di campagna. Si faceva il pane in casa. Ogni cascina aveva il suo forno e si considerava un dovere di ospitalità appena sfornato il pane ancora caldo; papà e mamma a noi bambini dicevano: e adesso lo porti al tale, e adesso lo porti al tale altro; tanto meglio se si trattava di poveri. Che vuol dire pane caldo? Vuol dire non quel pezzo di pane raffermo che tanto nessuno lo mangerebbe più e che si darebbe ai conigli o ai maiali, ma quel pane caldo che è appetitoso, che invita col suo profumo. E questo esprime una sfumatura della santità di Corrado e dice la sua delicatezza e attenzione per il prossimo. E’ così che dobbiamo comportarci con gli altri: non aspettare che essi siano gentili e attenti a noi. Tanto meglio se ci usano questa attenzione, come io l’ho trovata in mezzo a voi, ma cercare noi a nostra volta di essere attenti verso gli altri; mai chiuderci nel guscio del nostro egoismo.

Ebbene, di tutto questo San Corrado ci è di mirabile esempio e anche di aiuto. Nei santi noi dobbiamo vedere dei fratelli che ci hanno preceduto con il loro esempio per normare su di essi la nostra vita e degli amici che nella gloria del cielo intercedono per noi.

Rivolgiamoci quindi all’intercessione di San Corrado, che ci aiuti ad ottenere tutto quello che noi legittimamente vogliamo chiedere al Signore nell’ordine temporale e in quello spirituale, e soprattutto ci ottenga di imitare i suoi esempi: di saperci anche noi considerare pellegrini in cammino verso la patria eterna che ci attende, sapere ascoltare la Parola di Dio e parlare con Lui nel raccoglimento e nel silenzio per dare ai fratelli che hanno bisogno il pane materiale e il pane spirituale.

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foto tratta da La Vita Diocesana del 18 gennaio 2009

Da Noto una iniziativa
importantissima nel nome e sotto la intercessione del Fedele Patrono.
Sul periodico diocesano di Noto nel numero del 18 gennaio scorso, in prima pagina
un articolo dedicato a questa Fondazione.
Nel sito web della Diocesi di Noto, si possono trovare tutte le informazioni.

Anche dalla terra piacentina, un augurio lodevolissimo perchè ci rende in qualche maniera decisamente orgogliosi dell'amicizia netina nel nome del nostro Comune Santo Protettore.



NUOVO VESCOVO in NOTO


Ecc.mo mons. Antonio Staglianò
Vescovo Eletto della Città e Diocesi di Noto

Il Papa ha nominato Vescovo di Noto il Rev.do Mons. Antonio Staglianò, del clero dell’arcidiocesi di Crotone-Santa Severina, finora Direttore dell’Istituto Teologico Calabro.
Il Rev.do Mons. Antonio Staglianò è nato a Isola Capo Rizzuto (arcidiocesi di Crotone-Santa Severina) il 14 giugno 1959.


I Devoti del Collegamento Devozionale, che con "L'Araldo di San Corrado" seguono da ogni dove in Italia la terra d'adozione del venerato Patrono San Corrado, appresa dal sito web stesso della Diocesi di Noto la eccellentissima notizia, porgono al Vescovo Eletto Ecc.mo mons. Antonio Staglianò, un devotissimo e ossequioso augurio per il prossimo suo ministero episcopale.

S. Corrado…folgorato e trasformato
dalla Parola come S. Paolo




nella foto: Ecc.mo vescovo emerito
di Noto mons. Salvatore Nicolosi

Dall’omelia detta da Mons. Salvatore Nicolosi vescovo di Noto (1970-98)
nell’Eucaristia della solennità liturgica del Santo Patrono il 19 febbraio 1996


E’ davvero edificante per noi rileggere – in quest’Anno Paolino, bimillenario della nascita dell’Apostolo delle Genti – l’originale paragone tra lui e Corrado Confalonieri, proposto in cattedrale dal vescovo Nicolosi, nell’omelia del 19 febbraio 1996. Eccone il testo:


«Carissimi figli della città e diocesi di Noto, fissiamo attentamente nel nostro cuore l’ardita esclamazione dell’apostolo Paolo che abbiamo appena ascoltato:

«Ciò che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato perdita a motivo di Cristo, per il quale ho lasciato perdere ogni cosa e tutto considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3, 7-8). Essa esprime pure la scelta radicale di S. Corrado.


Paolo, lungo la via per Damasco, viene trasformato da feroce persecutore in infaticabile apostolo e missionario di Cristo Gesù, non appena folgorato e convertito dalla presenza e dalla grazia di Cristo stesso e scopre in Lui crocifisso e risorto l’atteso Messia, il Salvatore del mondo, l’inestimabile tesoro per cui vale la pena rischiare ogni cosa.

Corrado Confalonieri nell’imprevisto incidente di caccia viene anch’egli scosso, folgorato e trasformato dalla Parola e dalla Grazia di Cristo che lo sollecitano a liberare un innocente indifeso, e docile a questa sollecitazione proveniente dall’Alto – che sconvolge ogni logica dei benpensati di questo mondo – anche lui scopre in Cristo il vero tesoro che può dare senso alla sua esistenza e appagare le più profonde aspirazioni del suo cuore.
Corrado, assieme all’apostolo Paolo, vuole anche oggi trasmettere a tutti noi il fascino e il valore di questa sua scoperta vitale, di questa conseguente sua scelta radicale di Cristo, scoperta e scelta che hanno reso santa e benefica la sua vita, fino a produrre frutti di conforto, di stimolo e di risveglio evangelico anche dopo tanti secoli in noi suoi devoti.

Corrado vuole quasi gridarci che per lui, come per Paolo, la più profonda aspirazione accompagnata da ferma decisione è stata quella di perdere tutto pur di guadagnare Cristo:
· perdere la facile scappatoia che gli avrebbe consentito di farla franca, per guadagnare Cristo nella coerenza cristiana ed evangelica della trasparenza e della lealtà;
· perdere la ricerca smodata, ingiusta ed esclusiva dei propri interessi per soccorrere con il coraggio e l’amore di Cristo un povero innocente ed indifeso;
· perdere e distribuire ai poveri i propri beni e abbandonare la propria patria, per seguire Cristo povero, casto e obbediente dietro l’esempio di Abramo, di Paolo e degli Apostoli, come ci è descritto nei tre brani biblici in questa liturgia in suo onore (cfr. Gen 12, 1-4; Fil 3,7-12; Mt 19,27-29), facendosi pellegrino di Dio lungo le strade degli uomini;
· perdere, infine, le comodità e la spensieratezza di una vita borghese, sfrenata, egoistica e gaudente per immergersi in Cristo e nell’amore di Dio attraverso il silenzio della preghiera e la contemplazione della vita eremitica.

Oggi, mettendosi accanto a ciascuno di noi, San Corrado ci indica la strada sicura da percorrere e l’alimento sostanzioso di cui nutrirci, per poter divenire costruttori di un mondo nuovo, dove c’è posto per Dio riscoperto come Padre che ci ama e per ogni uomo riscoperto come fratello; dove l’istintività sfrenata viene moderata dalla virtù, l’edonismo insaziabile superato dalla sobrietà, l’egoismo cieco messo in crisi dalla solidarietà, il disimpegno morale e civico sanato dalla trasparenza e dedizione al bene comune, la litigiosità aggressiva e la conflittualità preconcetta curate dal reciproco ascolto e rispetto e da un dialogo paziente e sincero che non nasconda secondi fini; dove la laboriosità inventiva nella ricerca di un equo profitto non disgiunto alla solidarietà sa creare posti di lavoro, così da sconfiggere le terribili piaghe dell’usura, della disoccupazione e della criminalità mafiosa; dove, in fine, le famiglie possano essere aiutate a rafforzare i loro vincoli di amore e di concordia e la loro gioiosa apertura alla vita e i giovani possano trovare orizzonti di speranza, per un mondo futuro migliore, più umano, più fraterno e più giusto.

Ecco dunque l’impegno che San Corrado ci indica e attende da noi suoi devoti: impegno che propone il nostro Sinodo a base degli altri impegni pastorali: ascoltare la Parola con maggiore frequenza, accogliere con più docilità e testimoniare con fedele coerenza di vita la Parola di Dio contenuta nella Bibbia.
E’ quanto mai attuale questo messaggio della scelta radicale di Cristo, che anche oggi il nostro Santo ci trasmette. Quindi tocca a noi cristiani, per primi – dietro l’esempio evangelico dei santi e nella convinta e radicale sequela di Cristo – saper cogliere e fare nostri gli aneliti dell’uomo d’oggi verso Dio e verso Gesù Cristo, verso l’interiorità e la trascendenza, verso un mondo più pulito e più solidale».

Mons. Nicolosi, nei suoi ventotto anni d’intenso e generoso servizio episcopale ha saputo imprimere alla Chiesa Netina un validissimo stile pastorale, donandosi con generoso disinteresse. A Lui, Vescovo Emerito di Noto – che il prossimo 20 febbraio celebrerà il suo genetliaco – auguriamo nella preghiera: Ad multos annos!


Mons. Salvatore Guastella



Composizione grafica nella quale abbiamo voluto significare i "due" luoghi
Princeps della Vita di San Corrado Confalonieri
e cioè Calendasco di Piacenza e Noto

- da un dipinto del M° Bruno Grassi -



In attesa della Festa
all'Amato Patrono

Vi riproponiamo

questo testo realizzato l'anno passato

e che nell'imminenza della Festa Patronale

vuole "rinnovare" il legame fortissimo che in questi anni

abbiamo avuto con la terra d'adozione di San Corrado: Noto


Poniamo all'attenzione di tutti i devoti di San Corrado, piacentini e di ogni luogo questa bella intervista ad un insigne Storico e Studioso della Città e Diocesi di Noto, mons. Salvatore Guastella.
Sacerdote da oltre 60 anni, egli
è una delle più autorevoli figure nell'impegno spirituale e culturale circa la diffusione della storia e dell'incremento della venerazione al Santo piacentino. Da qualche tempo ritornato alla sua amatissima Città Ingegnosa, come segnalato sull'Araldo non molto tempo fa, e preziosa figura di riferimento netina per noi devoti che viviamo in altri luoghi.




A mons. Salvatore Guastella il nostro ringraziamento per questa ulteriore prova d'amicizia.

Intervista sul Culto e la devozione a San Corrado Confalonieri

a mons. SALVATORE GUASTELLA

di Umberto Battini (Calendasco, Piacenza)


  • Mons. Salvatore, è da quasi un decennio che, grazie ai buoni auspici del compianto P. Gabriele Andreozzi Tor, lei intrattiene rapporti devozionali con alcuni fedeli piacentini, in special modo di Calendasco, luogo del primo ritiro del nostro comune Patrono. Che impressione ne ha ricavato?

R) E’ vero, mi resta indelebile nel ricordo la partecipazione al 3° Convegno nazionale su «Frate Corrado de’ Confalonieri santo pellegrino ed eremita. Alle origini dei penitenti francescani in terra piacentina» del 18 marzo 2000 presso l’Auditorium comunale sant’Ilario di Piacenza, grazie al cortese invito suo e di suo fratello Gianni; io vi tenni una relazione ed ho il cordiale ricordo di mons. Ponzini, di don Ossola parroco di Calendasco, del pittore Grassi e di altri cari amici, anche netini, residenti a Piacenza. In quell’occasione ebbi il piacere di consegnare al vostro ‘Centro studi e ricerche storiche Ad-Padum’ di Calendasco un nutrito contributo di volumi, articoli e saggi anche miei su San Corrado.

Davvero, da quando, per lo zelo del can. Pier Maria Campi (1569-1649), giunse a Piacenza ‘la notizia di santità’ di Corrado, è stato un crescendo anche Calendasco - là dove il nostro Santo aveva orientato la scelta eremitica – che lo ha voluto suo Patrono. A Piacenza c’ero stato già nel 1989, partecipando al pellegrinaggio diocesano netino del 29 giugno-3 luglio.

  • Personalmente, ma posso testimoniarlo anche per altri devoti piacentini, ci sentiamo molto legati a lei per tutto l’affetto e la solidarietà culturale e cultuale che ci ha sempre testimoniato al riguardo del Patrono San Corrado. Come pensa possiamo incrementare questa solidarietà anche verso tutti i devoti della sua città natale, l’ingegnosa Noto?

R) Innanzitutto Piacenza ha tenuto già cinque ‘Convegni nazionali’ sul Santo (il 5° nel 2007) al fine di incrementarne conoscenza e devozione. A Noto è stato fondamentale il recente Convegno di studio su «Corrado Confalonieri: la figura storica, l’immagine e il culto» (24-26 maggio 1990); Mons. Domenico Ponzini vi tenne un’erudita relazione su «La liturgia di S. Corrado. Genesi e sviluppo del culto». Recentemente, per lodevole iniziativa di lei sig. Umberto, è sorto a Calendasco il sito web che notizia e aggiorna sul nostro Santo: davvero qualcosa di concreto e di storico per i devoti tutti, innanzitutto piacentini. Negli anni ’90, il 19 febbraio, hanno celebrato la festa di S. Corrado a Noto sia Mons. Luciano Monari vescovo di Piacenza sia Mons. Ponzini parroco emerito del Duomo piacentino.

  • Da non molto ha festeggiato un traguardo importante, il 60° di sacerdozio. Ci racconti di tutti questi anni secondo la visuale del devoto a San Corrado: quanto ha segnato la sua vita di sacerdote e di studioso?

R) Venni ordinato sacerdote (eravamo sette) il 29 giugno 1945 in Cattedrale, dove esercitai l’ufficio pastorale di viceparroco per dieci anni. Nel luglio 1955 pubblicai una breve ‘Vita di San Corrado’. Sinora ho pubblicato anche: 1] Libero per servire. Articoli e saggi sul Santo patrono di Noto (1989), 2] L’arte tipografica nel nome di S. Corrado e Bibliografia minore su S. Corrado Confalonieri (1989), 3] Agosto netino ’94 in onore di Maria Ss. Scala del Paradiso e di S. Corrado Confalonieri nel 150° della diocesi di Noto (1994), 4] Il santuario di S. Corrado fuori le mura (1998), 5] S. Corrado ama e benedice la natìa Piacenza (2000), 5] I vescovi di Noto e la devozione a S. Corrado (2002), 6] San Corrado e la Madonna (2003), 7] S. Corrado e Giorgio La Pira nostri operosi profeti di pace e di santità (2005), 8] I Netini di Roma celebrano da 25 anni l’annuale festa del patrono S. Corrado Confalonieri (2006), 9] S. Corrado Confalonieri nell’arte magistrale di Giuseppe Pirrone scultore e medaglista netino (di imminente pubblicazione). Ogni netino sa di essere sempre e dovunque profondamente devoto e protetto da Santo Eremita Piacentino!

  • Il santuario e l’eremo del Santo, con il museo adiacente al santuario e l’arca argentea con il corpo del Santo e poi la secolare devozione dei netini: che significato assumono nella vita di un netino?

E’ stato lo stesso San Corrado a scegliere Noto quale luogo privilegiato della sua esperienza eremitica e quindi quale sua seconda patria. Sin d’allora i cittadini di Noto ebbero simpatia e rispettosa devozione per lui, come dice il codice cartaceo ‘Vita Beati Corradi’ del secolo XIV (che si conserva nell’archivio della Cattedrale netina): «Et li gitadini di la terra di Nothu àppiru [ebbero] grandi consolacioni di quistu homu, ki paria homu di bona et honesta vita».

Subito dopo la morte del Santo (19.2.1351) i netini sistemarono il suo corpo prima nella sacrestia della chiesa madre S. Nicolò poi, custodito in arca d’argento nella stessa chiesa madre, circondandolo di spontanea e continua devozione popolare. Si continuò così fino a quando i responsabili della città, in seguito alle norme impartite dalla Chiesa relativamente al culto dei santi, non sentirono il bisogno di avanzare una petizione a Roma e ottenere l’eventuale liberazione dalle censure ecclesiastiche in cui erano incorsi e per tributare al Santo Eremita regolare culto. Papa Leone X il 12 luglio 1515 delegò il vescovo di Siracusa a istruire il processo informativo e a proclamarne ‘per delegatum’ il culto; mandato apostolico eseguito nella chiesa madre dell’antica Noto dal suo vicario generale Mons. Giacomo Umana netino e vescovo titolare di Scutari, «determinandone la festa il 19 febbraio. Noto, 28 agosto 1515».

Da sette secoli ormai Noto – “la Città di San Corrado” - venera con incredibile entusiasmo di fede il corpo del Santo e pellegrina alla sua grotta al santuario dei Pizzoni nella valle dei Miracoli. Periodicamente ogni cinque anni e in circostanze eccezionali il popolo accompagna in pellegrinaggio notturno l’arca d’argento del Santo al suo Santuario fuori le mura, dove sosta alcuni giorni, prima della festa del Patrocinio che si celebra l’ultima domenica d’agosto.

  • Lei ha onorato me ed anche gli amici devoti piacentini di Calendasco sostenendo con la sua competenza di storico e studioso – non solo della Vita del Patrono – gli ultimi due volumi di studio editi sul Santo, studi che in Piacenza colmano un ‘vuoto’ quasi secolare e ci ha sempre incoraggiato nella realizzazione dei Convegni corradiani di Piacenza ed anzi nell’anno 2000 partecipò al 3° di questi Convegni. Da sacerdote e da studioso ma anche quale devoto di Noto, che idea si è fatta di questo nostro riscoprire e incrementare il culto e la conoscenza del Santo in terra piacentina?

R) Innanzitutto va dato a lei e a suo fratello Gianni, il merito di aver corroborato con quei due volumi di studio editi sul Santo la devota Calendasco e così, con essi, “colmato il vuoto quasi secolare” di conoscenza in Piacenza. Inoltre avete anche il merito di aver realizzato – come ho accennato sopra – già cinque Convegni nazionali corradiani, i primi due a Calendasco e gli altri a Piacenza. Mi fa piacere elencarli:

Il 1° Convegno su «Corrado Confalonieri: Santo ed eremita a Calendasco» (18 febbraio 1998),

Il 2° su «Appunti sull’Eremo-hospitio di S. Corrado a Calendasco» (19 febbraio 1999),

Il 3° su «Frate Corrado de’ Confalonieri santo pellegrino ed eremita. Alle origini dei penitenti francescani in terra piacentina» (18 marzo 2000),

Il 4° su «In Urbe Platentiae. Aspetti ed influssi del Movimento francescano» (10 marzo 2001),

Il 5°, internazionale, su «Lo stato attuale delle ricerche alla luce degli inediti piacentini» (9 giugno 2007).

Ben vengano simili iniziative culturali da umili cercatori di Dio, quali siamo, nel cammino spirituale cristiano, per lasciarci meglio guidare dallo Spirito del Signore e da Corrado Eremita nostro maestro di santità.

  • Mons. Salvatore, ha un ricordo particolare della sua vita, magari legato a S. Corrado, che ci vuole raccontare?

R) E’ stato nel 1992, quando ho ricevuto l’eccezionale privilegio di avere da Noto il “Braccio di San Corrado” per la festa patronale di domenica 23 febbraio: è stato il più bel dono del vescovo Mons. Salvatore Nicolosi ai suoi “netini romani”. Così per tre giorni, dal 22 al 24, ho avuto ospite eccezionale in camera mia quell’insigne Reliquia! Avvenimento, questo, per me memorabile.

  • Qual’é a suo parere un buon modo di onorare il nostro comune Patrono e allo stesso tempo sentirlo presente, quale esempio di vita, ai devoti e ai fedeli in genere; quale modello?

R) Il miglior modo di onorare San Corrado e propiziarsene il patrocinio è di imitarne le virtù, fuggire il peccato, amare filialmente Dio e fraternamente il prossimo, esercitarsi nella pazienza e pensare che siamo creati per il Cielo.

E’ rivolto anche a noi quanto scrisse nella Lettera apostolica al Vescovo di Noto il 14 settembre 1989 il Servo di Dio Giovanni Paolo II: «La Comunità diocesana, che ha S. Corrado quale suo speciale Protettore, a buon diritto ne ricorda le virtù, consapevole che la testimonianza della vita di un santo costituisce per ogni tempo un messaggio da raccogliere e un modello da imitare».

  • A Roma, dove lei risiede, la festa patronale i netini sono soliti celebrarla nella basilica dei Ss. Cosma e Damiano, che è la Curia generalizia del Terz’Ordine Regolare di S. Francesco (TOR). Ci parli di questo festoso incontro tra i devoti che vivono lontano dalla natìa Noto.

R) E’ dal 1981 che l’associazione de «I netini di Roma», costituita nel 1980, celebra la festa di San Corrado: il 19.2.81 a Santa Prisca all’Aventino, l’anno seguente a S. Francesca Romana sul Palatino. Dal 1993 - grazie alla preziosa segnalazione di P. Gabriele Andreozzi TOR. che, cioè, nella loro basilica dei Ss. Cosma e Damiano c’è il grande affresco di S. Corrado (sec. XVII) – vi celebriamo l’annuale festa, considerando ormai quella basilica su via dei Fori Imperiali “la nostra chiesa romana di San Corrado”! Ogni anno, durante la solenne Eucaristia, i canti liturgici e l’Inno del Santo vengono eseguiti e guidati dall’armoniosa Schola Cantorum ‘Mein Freude’ diretta dal M° Vittorio Capuzza, all’organo la Prof.ssa M. Teresa Muscianisi.

Sempre a Roma, presso la Biblioteca Vallicelliana (vol. ms. H28 f.260 «Vitæ Sanctorum ordine alphabetico dispositæ a littera A ad E») si legge una “breve relazione su S. Corrado”, inviata nel 1606 dalla città di Noto al card. Pietro Baronio; vi si trascrive anche questo ‘ritratto’ del nostro Santo: “Corrado era alto di statura e di portamento nobile, dallo sguardo dolce e dalla voce suadente e autorevole. Il suo corpo custodito in artistica arca d’argento è venerato a Noto nella sua cappella, dove quotidianamente si sperimenta la celeste protezione”. Il card. Baronio inserì la citata relazione nel vol. XXV dei suoi ‘Annales Ecclesiastici’ pp. 551-552.

  • Per concludere, nel ringraziarla per la sua sempre presente amicizia, le chiediamo un pensiero, una breve meditazione ed un auspicio per noi tutti devoti di ogni luogo d’Italia: dalla bellissima Noto passando per Roma e quindi a Piacenza e Calendasco, secondo l’itinerario dello stesso nostro comune Patrono San Corrado Confalonieri.

R) La citata “Vita Beati Corradi” lo indica pellegrino di pace. Infatti, dopo l’esperienza traumatica dell’incendio involontario, a Corrado “venni in cori di andare a serviri Deu” e“pervinni undi havia poveri et servituri di Deu” (nn. 51 e 56). Lascia, infatti, Piacenza e va in un luogo che la tradizione indica nel ‘romitorio del Gorgolare’ per la sua vicinanza del rivo Calendasco o Macinatore. Là compie il noviziato e trascorre un certo tempo, maturando il desiderio di solitudine e di preghiera.

Nel 1322 egli lascia definitivamente la terra piacentina per andare – come il biblico Abramo (cfr. Gen XII 1) – nella terra che il Signore gli mostrerà. Prima di partire, fra Aristide, superiore del romitorio di Calendasco prega per lui e lo benedice

Eccolo Corrado nella via romea solo, sconosciuto, senz’altra previsione che una fiducia illimitata in Colui che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli dell’aria (cfr. Mt VI 28), chiuso in un ruvido saio e appoggiato al suo bordone di pellegrino. Il sacco pesa, i sandali e i ciottoli della strada, la sete e la fame lo attanagliano, l’anima però a poco a poco spicca il volo, dato che non c’è vero pellegrinaggio senza un minimo di ascesi. Egli fa onore semplicemente e gioiosamente al pasto frugale che un’anima caritatevole gli offre ad una tappa, riservandosi di far penitenza, per virtù o per necessità, alle tappe successive. Accolto dagli uni come rappresentante di Cristo, da altri sarà scacciato come intruso scroccone; ma egli riceverà con la stessa francescana letizia e umiltà le buone e le cattive venture del cammino. L’esperienza del pellegrinaggio anche per il nostro Santo è una meravigliosa scuola di semplicità e di abnegazione, di povertà e di altre virtù basilari di cui il mondo ha sempre bisogno. E il pellegrino Corrado rimane a Roma? No, ma nella Città Eterna egli matura la sua vocazione eremitica. Infatti – come sottolinea il citato codice del sec. XIV – “per meglio servìri a Deu sindi vinni in Sichilia” e sceglie Noto (Siracusa), dove vive di carità, povero tra i poveri. A chiunque va a trovarlo alle celle della chiesa del Ss. Crocifisso e, poi, nella grotta dei Pizzoni per chiedergli intercessione di grazie, per esprimergli ammirata gratitudine o per mettere alla prova la sua santità, tutti accoglie con volto sorridente, evangelizza, è largo di aiuti e di consigli spirituali, di intercessioni e di miracoli. Il nostro Santo Patrono si fa missionario itinerante tra il popolo netino, ogni qualvolta che dalla sua grotta dei Pizzoni scende in città. Lo ammiriamo paziente e paterno col figlio di Vassallo: “Questa metà di formaggio – gli dice - è di tua madre [la quale non avrebbe voluto farmelo avere tutto intero] e questa metà è di Gesù Cristo”; affabile con l’amico operaio e padre di famiglia: “Siano benedette queste mani che alimentano tante creature”; umile e premuroso con il suo vescovo di Siracusa, che accoglie nella sua grotta col pane caldo del miracolo: “Signor vescovo, non sono quello che voi pensate, perché io sono peccatore”. Fra Corrado resta grato con chi lo invita a mensa: “Dio rimeriti la vostra anima per la carità” ; è catechista con un altro operaio che lo incontra, gli bacia la mano e gli chiede: “Compare, insegnatemi qualche preghiera”, e fra Corrado gli insegna la recita del Padre Nostro e dell’Ave Maria. Il saluto abituale verso quanti egli incontra per le vie di Noto è: “Fratello/sorella, abbi tu pace”! Prossimo alla fine, quel 19 febbraio 1351 così prega: «Onnipotente Dio, ti raccomando l’anima mia e di ogni creatura… Signore, stendi la tua mano e dammi aiuto». Fioriscono subito le grazie ottenute per la sua intercessione e la devozione popolare cresce, soprattutto dopo la ricognizione canonica del suo corpo trovato incorrotto nel 1485. Papa Come ho accennato sopra, Leone X il 12 luglio 1515 delega il vescovo di Siracusa ad istruire il processo informativo e proclamarne ‘per delegatum’ il culto; mandato apostolico eseguito nella chiesa madre dell’antica Noto il 28 agosto 1515 dal suo vicario generale Mons. Giacomo Umana, netino e vescovo titolare di Scutari. Urbano VIII nella bolla del 12 settembre 1625 lo chiama “Santo” e ne stende il culto all’Ordine Francescano nel mondo. L’arca d’argento con il corpo di S. Corrado è in venerazione a Noto in Cattedrale.

Piacenza, Calendasco, Roma, Noto, …e l’Ordine Francescano hanno in San Corrado Confalonieri un faro luminoso di santità operosa! Egli - da vero uomo di pace e testimone di Cristo Risorto - tutti ci guida e sostiene. Inseriti ormai nell’unità europea, il nostro Santo Eremita Piacentino ci sprona ad essere, anche come cristiani, operatori di fraternità e di pace nel nostro ambiente e dovunque.



Intervista di Umberto Battini a nome di tutti i Devoti


Presentiamo ai Devoti di San Corrado
l'acuto commento per la penna netina
di Mons. Salvatore Guastella
alla ritrovata poesia del 1862






La valle di San Corrado a Noto

da “Poesie di Giannina Milli, volume primo, pp. 74 - 78”
Ed. Felice Le Monnier, Firenze 1862

di mons. Salvatore Guastella


«Valle misteriosa dei Pizzoni / luogo di silenzio e di preghiera, / terra benedetta dal Signore, / oasi di pace e santità. / Lembo sei di cielo sulla terra, / dove ci s’incontra col Signore, / valle rivestita di splendore, / valle profumata di virtù»!

Questi versi del poemetto “Corrado Confalonieri l’Eremita dei Pizzoni”, cantati dalla melodiosa corale netina Trio Jubal mi sembra riascoltarli nell’alata lirica di Giannina Milli, poetessa abruzzese, la quale – ospite attesa e gradita anche nei salotti letterari di Sicilia – giunta a Noto nel dicembre del 1853, volle pellegrinare alla vicina Valle di San Corrado (detta Valle dei miracoli) dov’è il santuario con la venerata grotta del Santo, cuore della religiosità netina e sacra a tutti noi per la presenza orante del patrono S. Corrado Confalonieri(+ 19.2.1351); da secoli è luogo rispettato e custodito dagli ‘eremiti di S. Corrado’ e meta di pellegrinaggi e di visitatori. Oggi ne hanno zelante cura i Frati Francescani Conventuali.

Anche a nome dei devoti del nostro Santo, sono grato all’amico piacentino Umberto Battini, zelante gestore del presente sito web, per aver rintracciato la splendida, melodiosa Ode “La valle di S. Corrado a Noto”, nel 1° dei due volumi di Poesie della versatile poetessa abruzzese.
Giannina Milli (Teramo, 24.5.1825 – Firenze, 8.10.1888) è stata scrittrice, poetessa estemporanea ed educatrice. Le sue serate, durante le quali declamava versi composti all’istante su temi proposti dal pubblico presente in sala, avevano soprattutto lo scopo di accendere gli animi a sentimenti patriottici e religiosi.
Affascinata dal misticismo di questa Valle di San Corrado, la celebre poetessa teramana volle esprime in versi (sono ben tredici strofe) la sua emozione-ispirazione di credente: «rievocare io tento / quella che in te provai calma divina».
Anche noi – ancora una volta e idealmente con la stessa poetessa – rileggiamo nei suoi versi l’incanto della sacra valle netina. Segnalo, tra parentesi, il n° della strofa che riporto.
«Veggio la grotta, ov’ebbe aspro ricetto / piacentino cavalier cortese… / che agli agi aviti, al maritale affetto, / al dolce nido nel natal paese, / disse perpetuo irrevocato addio, / tutto offerendo in olocausto a Dio» (3ª). Densa di agreste lirismo la 6ª strofe: «Or dell’aura il sospir, che dai roseti / soavemente move profumata, / l’eco mi sembra dei sospir segreti / di quella al ciel diletta alma bennata! / Odo fremer tutt’ora infra i mirteti / l’angelica melòde innamorata / che allietò spesso di celeste incanto / l’ora notturna al solitario Santo».

La poetessa rimase estasiata da tanto silenzio ascetico e, proseguendo, canta: «Oh, benedetti, oh avventurosi invero / voi, semplici romiti poverelli, / che a custodia del loco un mite impero / serba nel nome e nell’amor fratelli! / Non giuro irrevocabile severo / vi annoda qui, se il mondo ancor vi appelli. / Né tardo pentimento la secura / pace conturba delle vostre mura» (9ª).
Infine, come riavendosi da un estatico sogno, la poetessa volge un ultimo sguardo alla circostante mini-Tebaide netina: «Né tu sì vaga allora [al tempo di S. Corrado] eri e ridente / o quieta odorosa vallicella. /…Pur fin d’allora la Netina gente / qui trasse a schiere ad onorar la bella / alta virtù dell’umile Eremita / che illustrò il loco ove traea la vita» (12ª). «…
Davvero “la vera poesia è uno scoprire e stabilire richiami e concordanze tra il Cielo e la terra, in noi e tra noi” (Clemente Rebora).
E la poetessa Giannina Milli è stata esente da quella che Simon Weil ha chiamato “sola colpa: non aver la capacità di nutrirsi di luce”. Perciò, commossa ed edificata, così ella volge un ultimo saluto al sacro speco luminoso di santità, in quel dicembre del 1853: «La grotta, il loco ove [il Santo] la prece sciolse, / il rio che il dissetò per sì lunghi anni, / il sasso ch’ebbe al pio capo sostegno, / di riverenza popolar fur segno» (13ª).


Mons. Salvatore Guastella

LA VALLE DI SAN CORRADO IN NOTO.

di Giannina Milli

(Teramo 24 maggio 1825 - Firenze 8 ottobre 1888)



O tra scabri dirupi inabitati

Silenziosa vallicella oscura ,

Di amene ombre gioconda, e di odorati

Fior che benigna si larga natura ;

Salve ! in riva al Tirren, pe' frequentati

Trivi superbi di fastose mura ,

Tra 'l fragore de' cocchi e il popol denso ,

Al tuo cenobio, alla tua pace io penso !


E così forte rivocare io tento
Quella che in te provai calma divina ,
Che a poco a poco ciò che miro e sento
Si trasforma per l' alma peregrina.
Più il mar non veggo che amoroso e lento
Lambe il lito gentil di Mergellina,
Ma del picciolo tuo rivo argentato
Ascolto il mormorio sommesso e grato.


Veggio la grotta , ov’ebbe aspro ricetto

II piacentino cavalier cortese ,

A cui si fera di rimorsi in petto

Guerra l' error non volontario accese,

Che agli agi aviti, al maritale affetto,

Al dolce nido nel natal paese,

Disse perpetuo irrevocato addio,

Tutto offerendo in olocausto a Dio.



Qui scalzo e cinto di cilizio, i vani

Diporti e l' ora maledia fatale

Che, perseguendo per colline e piani

Errante belva a cui il timor da l'ale,

Di fitto bosco nei recessi arcani,

A caso, incendio suscitò ferale ,

Onde a torto accusato altri poi venne,

E a un passo fu dalla crudel bipenne.



Nè il duro esiglio , nè il solingo orrore

Del loco, e l' aspre penitenze e i pianti,

Credea pena adeguata al grave errore

Di che ognor si accusava al cielo innanti.

Rendean fede dell' alto suo dolore

Gli estenuati pallidi sembianti,

E il crine incolto, ed i dogliosi accenti,

Con che novi al Signor chiedea tormenti.



Or dell' aura il sospir , che dai roseti

Suavemente move profumata,

L' eco mi sembra dei sospir segreti

Di quella al ciel diletta alma bennata !

Odo fremer tutt' ora infra i mirteti

L' angelica melode innamorata

Che allietò spesso di celeste incanto

L'ora notturna al solitario Santo.—



Non ricca di scolpiti preziosi
Marmi, ma sorge la chiesetta umile

Modesta e bella, accanto a paurosi

Antri, di belve un di tetro covile.

Le mura ornan l' offerte de' pietosi,

E l'ara, in sua semplicità gentile,

Splende non già d'indiche gemme e d' ori

Ma di olezzanti ognor vergini fiori.



Nè mai sì dolce ricercommi il petto

Qual più suave udii musica nota,

Come l' alto silenzio benedetto

Che regna dentro la magion devota ,

Piove dal santo effigiato aspetto

Al cor commosso una dolcezza ignota ;

E voce ascolta in cara estasi assorto :

« Delle umane procelle è questo il porto. »



Oh benedetti, oh avventurosi invero

Voi, semplici romiti poverelli,

Che a custodia del loco un mite impero

Serba nel nome e nell' amor fratelli !

Non giuro irrevocabile severo

Vi annoda qui, se il mondo ancor vi appelli.

Nè tardo pentimento la secura

Pace conturba delle vostre mura.



A' scarsi desiderii, a' pochi vostri

Bisogni ardente carità provvede ;

E delle scienze , un di vive ne' chiostri,

Unica qui tien loco ingenua Fede.

Invidia e ambizion , feroci mostri,

Cercano indarno in mezzo a voi la sede,

Chè sol nel vostro cor iìda tenace

La speme alberga dell' eterna pace.



Con lieto volto il peregrin bramoso

Dall' Eremo alla valle accompagnate,

E dell' antico Santo glorioso

La leggenda, cortesi, gli narrate.—

Qui sul nudo torren cercò riposo ;

Qui fùr tante per lui notti vegliate ;

Qui mostra un sasso venerato agli occhi

L'orma tuttor de' suoi curvi ginocchi !



Nè tu sì vaga allora eri e ridente,

O quieta odorosa vallicella;

Ma di macigni e bronchi orrendamente

Irta , e ad ogni gentil germe rubella;

Pur fin d'allora la Netina gente

Qui trasse a schiere ad onorar la bella

Alta virtù dell' umile Eremita

Che illustrò il loco ove traea la vita.



E poi che al ciel la santa anima volse,

Dove il disio si acqueta, i bianchi vanni,

Ed un serto immortal di luce colse,

In premio ai lunghi sostenuti affanni ;

La grotta, il loco ove la prece sciolse,

rio che il dissetò per si lunghi anni,

II sasso eh' ebbe al pio capo sostegno,

Di riverenza popolar fur segno.


Nel Dicembre dell'anno 1853.



INNO a S. CORRADO




di p. Antonio Panzica TOR
Parroco Chiesa parrocchia S. Corrado Confalonieri
di Siracusa
magistralmente musicato
potete richiederlo in CD all'Araldo di San Corrado
o direttamente alla Parrocchia di S. Corrado - Siracusa
della quale trovate sul fianco destro il link del sito


Dall’orgoglio liberato
con i frati penitenti,
tutti liberi e contenti,
ora sconta il suo peccato.

Poi diventa pellegrino
di Gesù innamorato
con il cuor tanto infiammato
dell’amore suo divino.

Pellegrino del Signore,
prega sempre e gira il mondo,
il divino vagabondo
porta a tutti pace e amore.

Vede Roma e Terra Santa,
solca il mare e sbarca a Malta,
la Sicilia, terra alta,
scorre e guarda tutta quanta.


Da Palermo scende a Noto
dove fissa la dimora,
poco pane lo ristora
e un ruscello che gli è noto.

L’eremita prega e ama
Gesù Cristo Salvatore
Crocifisso e Redentore
che gli dona pace e fama.

Fra Corrado il Crocifisso
ama e prega innamorato,
il suo volto estasiato
su di lui ha lo sguardo fisso.

Finché vien sorella morte
per condurlo nella gloria,
quando al termin della storia
si spalancan quelle porte.

rit.

S. Corrado dolcemente,
tu se’ nostro protettore,
da lassù con grande amore
or proteggi la tua gente.




Buone Nuove

Nel Santuario di Lendinara (Rovigo) dedicato a Nostra Signora del Pilastrello del 1500, ove sono i monaci benedettini olivetani, vi è una Cappella dedicata a S. Corrado Confalonieri (così leggo nella Guida al Santuario).
Nel 1700 fu arricchito e ingrandito, rimane una Pala all'altare con un S. B
artolomeo in Gloria, S. Benedetto e S. Corrado Confalonieri, ai piedi spuntano i committenti.
Tela attribuita al pittore Tintoretto stesso o da altri alla sua scuola, tela datata a fine 1500 ca.
Presto avrò dettagli 'da loco'.
Intanto potete vedere una foto della Pala con il nostro S. Corrado Confalonieri!

Importante e interessante.

Umberto Battini


1969 - 2009 una notizia nel libro del Touring di 40 anni fà
foto sopra:
parte del libro del Touring Club del 1969
che riporta le notizie sopradette
altre notizie simili le potete trovare sul web al sito
rovigobox ed anche polesineonline
sempre circa il Santuario Mariano di Lendinara (Rovigo)



Guardate bene la fotografia del quadro:

in effetti la guida descrive Cappella di S. Corrado (vedesi il santo in abito francescano) e poi al centro in primo piano San Bartolomeo, proprio di fianco si intravede in abito bianco perchè benedettino il Beato Tolomei che fissa giù sotto S. Benedetto e opposto a S. Benedetto è San Corrado Confalonieri, sotto i due Nobili offerenti della pala.

Ricordate che il Beato Tolomei è un santo benedettino: doveva essere raffigurato ( fosse stato lui) in abito bianco come S. Benedetto, su questo non c'è dubbio di nessun tipo.


Altri testi con le notizie soprascritte circa il Santuario di Lendinara

sono i seguenti del quale propongo breve estratto e ove si legge che la cappella è dedicata a San corrado Confalonieri.

Ecco la parte del testo della guida del Santuario:

Il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL PILASTRELLO
Guida breve


IL PRIMO ALTARE DELLA NAVATA DESTRA

La cappella è dedicata a S. Corrado Confalonieri. L'altare in marmo di Carrara è opera del milanese Paolo Sartorelli che lo installò nel 1802. Al di sopra della mensa marmorea la pala d'altare raffigurante S. Bartolomeo in gloria, S. Benedetto, il Beato Bernardo Tolomei e i committenti Bartolomeo e Battista Malmignati (olio su tela centinata, cm. 257 x 147) attribuita a Domenico Robusti, il Tintoretto (Venezia 1560 - 1635) e databile alla fine del '500. Fra le nuvole S. Bartolomeo con lo sguardo rivolto verso la luce divina proveniente dall'alto e nella mano destra la propria pelle scorticata e il coltello del martirio. L'angelo di destra ha tra le mani la mitria del Beato Bernardo Tolomei, raffigurato in basso nella veste dell'Ordine con le mani incrociate al petto e lo sguardo rivolto verso S. Benedetto. Sotto a mezzo busto i due committenti Bartolomeo e Battista Malmignati.



Testi di Donatella Basutto, Gabriella Guerrini, Lodovica Mutterle
Referenze fotografiche: Archivio Monastero della B.V. del Pilastrello; Biblioteca Comunale "G. Baccari"
Progetto grafico, revisione dei testi e coordinamento editoriale: Pier Luigi Bagatin
Consulenza fotografica: Antonio Guerra
© Comune di Lendinara - Santuario della B.V. del Pilastrello

Altro testo:
LENDINARA notizie e immagini dei beni artistici e librari

a cura di:P.L. BAGATIN - P. PIZZAMANO - B. RIGOBELLO
edizioni CANOVA 1992



AI DEVOTI in ITALIA


Stiamo lavorando al montaggio del documentario
dei luoghi e della storia di San Corrado in terra
piacentina: un omaggio a tutti i devoti
da Calendasco di Piacenza
Vi daremo notizie più precise tra non molto...

Piccole notizie corradiane


- I Confalonieri furono per certi periodi, Podestà di Piacenza, e grazie alla loro iniziativa diplomatica e politica verso i Potenti ne ricevettero la gratitudine in termini di possessi feudali. Anche i Confalonieri eran tra quelli che avevan fatto loro i beni nel periodo del X secolo, trasmettendoli ereditariamente ai propri figli.
In special modo furono Capitani dei vari Vescovi di Piacenza, e ciò per secoli.

- Nel X secolo Corrado II imperatore, detto il Salico andava a enunciare il Liber Foeudorum che mirava appunto a regolare i rapporti tra Poteri e Feudatari.

- I beni dei Confalonieri, rintracciabili in carte d’archivio, sono l’indizio di una affermazione politica e sociale e vediamo essi appartenere alla fazione Guelfa mentre ritroviamo il Duca Galeazzo Visconti essere un Ghibellino al pari dello stesso suo predecessore Matteo Visconti.

- Dalle tante carte esaminate emerge un quadro relativo ai possessi sparsi sul territorio piacentino, non elementi di un unico patrimonio familiare ma riferito ad un gruppo parentale ramificato. Sono la prova della tendenza, al radicamento territoriale in questa area piacentina, dell’esercizio di un potere territoriale su una vasta zona. In effetti erano bonis et juribus delle loro zone feudali tra le quali si possiedono carte a firma autografa degli stessi stipulate in Calendasco loro feudo per quasi due secoli.

- Di San Corrado possiamo ricostruire la discendenza e la ascendenza dei suoi successori; nel Campi si legge essere indicato come padre dello stesso Santo, il Nobile Jacopo de Confalonieri oppur indicato almeno quale zio e lo stesso Campi cita un Corradino nella stessa famiglia nel 1299, con la supposizione fosse lo stesso Santo.

- Dai matrimoni dei Confalonieri si può risalire alle dinastie nobiliari che citano appunto anche tra esse gli stessi Zanardi-Landi.

- Di Jacopo Confalonieri abbiamo la conferma essere protettore dei francescani di Piacenza da una pergamena del XIII secolo ove egli prende la difesa degli stessi in una diatriba.

- Questo ci porta a supporre quindi una propensione ad essere estimatori del movimento nascente francescano che andava a impregnare il tessuto sociale dell’epoca. Mentre è certo che a Piacenza i Penitenti Terziari francescani erano tanti e ben organizzati, sia uomini che donne.

- Corrado ebbe a diventare maggiorenne a 14 anni secondo la tradizione medievale e avviato senz’altro alla carriera cavalleresca.


Per approfondire

  • visita www.araldosancorrado.org
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