VIII CENTENARIO DELLA NASCITA


17 NOVEMBRE
SANTA ELISABETTA D'UNGHERIA
Patrona del Terz'Ordine Francescano

(1207 -1231)
Festa per i francescani

Figlia del re Andrea II d’Ungheria, fu data sposa assai giovane al duca Ludovico IV di Turingia. Vivacissima di carattere, molto dedita alla preghiera, era piena di carità attiva verso i poveri, i malati, gli appestati, operando contro ogni ingiustizia fatta al popolo, assecondata in ciò dal marito. Morto lui in una crociata, dovette coi suoi tre bambini, ventenne, lasciare la corte. Allora abbandonò ogni cosa per darsi tutta al Cristo «vivo», i poveri.
Iscrittasi al terz’ordine di san Francesco (morto un anno prima), si dedicò con umiltà e amore alle cure dei malati nell’ospedale che aveva eretto in suo onore a Marburgo. Visse come una «religiosa» fino alla morte, avvenuta il 17 novembre 1231. Fu canonizzata nel 1235. La «pista» evangelica da lei tracciata alle spose dei crociati fu percorsa come più luminosa che non quella di una conquista terrena.


Elisabetta conobbe ed amò Cristo nei poveri


Dalla «Lettera» scritta da Corrado di Marburgo, direttore spirituale di santa Elisabetta (Al pontefice, anno 1232; A. Wyss, Hessisches Urkundenbuch I, Lipsia 1879, 31-35)


Elisabetta incominciò presto a distinguersi in virtù e santità di vita. Ella aveva sempre consolato i poveri, ma da quando fece costruire un ospedale presso un suo castello, e vi raccolse malati di ogni genere, da allora si dedicò interamente alla cura dei bisognosi.
Distribuiva con larghezza i doni della sua beneficenza non solo a coloro che ne facevano domanda presso il suo ospedale, ma in tutti i territori dipendenti da suo marito. Arrivò al punto da erogare in beneficenza i proventi dei quattro principati di suo marito e da vendere oggetti di valore e vesti preziose per distribuirne il prezzo ai poveri.
Aveva preso l'abitudine di visitare tutti i suoi malati personalmente, due volte al giorno, al mattino e alla sera. Si prese cura diretta dei più ripugnanti. Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre in ogni attività di bene, senza mettersi tuttavia per questo in contrasto con suo marito.
Dopo la morte di lui, tendendo alla più alta perfezione, mi domandò con molte lacrime che le permettessi di chiedere l'elemosina di porta in porta. Un Venerdì santo, quando gli altari sono spogli, poste la mani sull'altare in una cappella del suo castello, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni intimi, rinunziò alla propria volontà, a tutte le vanità del mondo e a tutto quello che nel vangelo il Salvatore ha consigliato di lasciare. Fatto questo, temendo di poter essere riassorbita dal rumore del mondo e dalla gloria umana, se rimaneva nei luoghi in cui era vissuta insieme al marito e in cui era tanto ben voluta e stimata, volle seguirmi a Marburgo, sebbene io non volessi. Quivi costruì un ospedale ove raccolse i malati e gli invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili ed i più derelitti.
Affermo davanti a Dio che raramente ho visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività. Alcuni religiosi e religiose constatarono assai spesso che, quando ella usciva dalla sua preghiera privata, emanava dal volto un mirabile splendore e che dai suoi occhi uscivano come dei raggi di sole.
Prima della morte ne ascoltai la confessione e le domandai cosa di dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili. Mi rispose che quanto sembrava sua proprietà era tutto dei poveri e mi pregò di distribuire loro ogni cosa, eccetto una tunica di nessun valore di cui era rivestita, e nella quale volle esser seppellita. Fatto questo, ricevette il Corpo del Signore. Poi, fino a sera, spesso ritornava su tutte le cose belle che aveva sentito nella predicazione. Infine raccomandò a Dio, con grandissima devozione, tutti coloro che le stavano dintorno, e spirò come addormentandosi dolcemente.


“Abbiamo creduto all'Amore”

Lettera in occasione dell'ottavo centenario
della nascita di Santa Elisabetta,
Principessa d'Ungheria, langravia di Turingia,
penitente Francescana
(1207 – 2007)

A tutte le sorelle e fratelli Francescani del Terzo Ordine Regolare
dell’Ordine Francescano Secolare della Conferenza Internazionale
Francescana Tor che onorano S. Elisabetta come Patrona,
e a tutti i devoti e ammiratori:
la misericordia di Dio ricolmi i vostri cuori.

1. VIII centenario: 1207-2007

1.1. Nell’anno 2007 celebriamo l’VIII centenario della nascita di S. Elisabetta principessa d’Ungheria, langravia di Turingia e penitente
francescana. L’anno giubilare si inizia il 17 novembre 2006 e si
concluderà il 17 novembre 2007. Il Terzo Ordine Francescano la onora come Patrona e tutta la famiglia francescana la annovera tra le sue glorie. Vogliamo approfittare di questa occasione per presentare la sua
eccezionale testimonianza di donazione a Dio Padre, nella sequela di
Cristo e nella sublimazione di tutto il suo essere nel Dio-Amore.
Vogliamo rievocare la consegna di tutte le sue energie nell’esercizio
della carità, fino all’eroismo.
Abbiamo creduto all’amore di Dio. Papa Benedetto XVI, nell’enciclica
programmatica del suo pontificato, Deus caritas est (DC 1), ci ha
ricordato che queste parole esprimono l’opzione fondamentale del
cristiano. L’amore fu l’asse intorno al quale si svolse tutta la vita di
Santa Elisabetta. Se l’inizio e lo sviluppo della nostra vita cristiana non
sono segnati da una decisione etica ma dall’incontro con una persona,
come dice il papa, il nostro desiderio è che quest’anno 2007 diventi un
incontro con Santa Elisabetta, che ci porti a una comprensione più
personale dell’amore di Dio, perché la nostra fede nel suo amore
diventi più forte, ci spinga e ci incoraggi ad essere strumenti della sua
misericordia. Forse possiamo realizzare con tutto il nostro cuore quella
che fu la scelta fondamentale di tutta la vita di Elisabetta: Abbiamo
creduto all’amore
.
L’astro di Santa Elisabetta nel firmamento della santità, della
solidarietà e degli apostoli della misericordia brilla della luce di Cristo.
Il suo merito trascende le frontiere della Chiesa cattolica e la sua figura
è ammirata e venerata anche dalle confessioni luterane. Scopriamo in
lei modelli universali di carità, di fraternità e di condivisione che
possono orientare nel settore dell’impegno sociale coloro che si
dedicano a spargere il seme della consolazione in mezzo all’umanità
sofferente.
Nella sua vita si incrociano atteggiamenti che rispecchiano
letteralmente il Vangelo di Gesù Cristo. Elisabetta accettò con
decisione intrepida e provocatoria i postulati proposti da Gesù sulla
signoria di Dio Padre, sulle esigenze di spogliarsi di tutto per farsi
piccoli, bambini per entrare nel regno del Padre. Lei dimenticò se
stessa per dedicarsi ai bisognosi: scoprì la presenza di Gesù nei poveri,
nei derelitti della società, negli affamati e nei malati (Mt, 25). Profuse
tutto l’impegno della sua vita nel vivere la misericordia del Dio-Amore
e nel testimoniarla in mezzo a quelli che non conoscevano quella degli
uomini.

Elisabetta, penitente francescana

4.1. Elisabetta d’Ungheria è la figura femminile che più genuinamente incarna lo spirito penitenziale di Francesco d’Assisi. Si è discusso se fu
o no terziaria francescana. Dobbiamo puntualizzare che negli anni di
Elisabetta non esisteva nella Chiesa una categoria ufficiale di religiose
penitenti francescane di vita comunitaria. Forse per questo o perché
non si tiene conto di ciò che era veramente l’ordine medievale della
penitenza promosso da Francesco, ci sono degli storici che, senza
fondamento, negano globalmente la sua appartenenza alla famiglia
francescana. Ignorano anche che Elisabetta fu una pioniera nella
creazione di uno stile di vita comunitaria e penitente dedicata alle opere
di misericordia, che dopo i secoli ha costituito uno de pilastri del
carisma terziario francescano. Sappiamo però con certezza che nei
tempi della morte e canonizzazione di Elisabetta c’erano in molti paesi
d’Europa penitenti guidati dai frati minori e da altri sacerdoti.

4.2. Un primo tentativo dei frati minori di penetrare in Germania nel
1219 fallì per mancanza di preparazione. Pochi anni dopo, nel
settembre di 1221, venticinque di loro intrapresero di nuovo la
missione in forma più pianificata sotto la guida di un fratello tedesco,
Cesario da Spira. Nel 1225, le fondazioni francescane in territorio
tedesco erano già 18. Non si trattava di grandi chiese con conventi, ma
umili centri familiari di predicazione. In quell’anno arrivarono anche a
Eisenach, la capitale della Turingia, nel cui castello di Wartburg
risiedeva la corte del gran ducato, presieduta da Lodovico ed
Elisabetta.
Giordano da Giano, che guidò questa spedizione, nella sua
cronaca delle fondazioni (1262) dice che entrò nell’Ordine «un laico
chiamato Ruggero il quale dopo diventò maestro di vita spirituale di
Santa Elisabetta, insegnandole a custodire la castità, l’umiltà e la
pazienza, a vegliare in orazione e a dedicarsi assiduamente alle opere di
misericordia» (FF 2352). Se Giordano ci dice che Ruggero era un laico
quando fu ammesso, non significa che dopo non fosse ordinato
sacerdote e diventasse anche confessore di Elisabetta. Lo stesso
Giordano entrò da laico e fu ordinato sacerdote nel 1223.
La predicazione dei frati minori tra il popolo consisteva
nell’esortare i fedeli a fare vita di penitenza, cioè, l’abbandono della vita
mondana, la pratica della preghiera, della mortificazione e l’esercizio
delle opere di misericordia. Tale fu l’insegnamento di Ruggero a
Elisabetta, quello che aveva imparato da Francesco, che penetrò nella
sua anima predisposta già per i valori dello spirito; questo viene
confermato da Giordano. Nel 1225 lei aveva 18 anni ed era sposata.

4.3. Le fonti francescane ci raccontano come Francesco optò per lo
stato di vita penitenziale, che consisteva in una esperienza intensa e
radicale di fede. Lo stato penitenziale si assumeva con un proposito o
rinuncia formale al mondo, come fece lo stesso Francesco che rifiutò
di diventare monaco. L’altro gesto significativo era l’adozione di un
abito penitenziale. Francesco scelse di seguire decisamente nella
povertà Gesù, il quale, essendo Dio, non ha voluto fare ostentazione
della sua condizione divina, ma si fece povero e si abbassò facendosi
uno di tanti (Fil 2, 6-7). Francesco dimostrò che la santità poteva fiorire
in mezzo al popolo se si fossero abbandonati gli interessi mondani.
Fece capire chiaramente che la santità non era patrimonio dei monaci,
né di eremiti. La prima regola dei penitenti, il Memoriale propositi, fu
approvata nel 1221, l’anno delle nozze di Elisabetta.
Essa visse profondamente l’incarnazione di Dio nell’umanità di
Gesù Cristo. Scese dal trono, si identificò con i diseredati della società
diventando una di loro. Già prima aveva dimostrato che anche nei
palazzi e nei castelli si poteva vivere la fede in Cristo, sottomessa alla
signoria di Dio Padre; ma dopo lo fece nell’abbandono e nella povertà,
nella gioia e nella sofferenza.

4.4. Tutta una serie di testimonianze convergenti ci parla del suo
essere francescana. Voler negare ciò equivarrebbe a violentare i testi, i
riferimenti alla sua vita, e ignorare l’istituzione penitenziale promossa
da San Francesco. I frati minori la educarono alla vita penitenziale e da
essi Elisabetta conobbe la personalità di Francesco. Se i Francescani
non la guidarono verso la penitenza, verso dove l’avrebbero orientata?
Quelli che hanno voluto vedere in lei una “semi-religiosa” vicina
all’ordine cistercense non hanno nessuna prova.
Le testimonianze sul suo vivere francescano sono molto evidenti
e innegabili nelle prime fonti. Non potremmo capire Elisabetta senza
questo aspetto fondamentale. Accenniamo ad alcuni riferimenti tra i
più espliciti:
— Fra Ruggero diventò la sua guida spirituale quando i
Francescani si stabilirono a Eisenach.
— Corrado, il sacerdote che, dopo l’incontro con frate Ruggero,
fu il suo direttore spirituale e confessore, in una sua lettera al papa,
chiamata anche Summa vitae, testimoniò che Elisabetta diede ai frati
francescani una cappella in Eisenach.
— Elisabetta filava la lana per gli abiti dei frati minori e per i
poveri. Ci possiamo domandare se questo atteggiamento era
conseguenza degli insegnamenti di Francesco che, nel suo testamento,
esortava i suoi fratelli a vivere del lavoro manuale, oppure, in caso di
necessità, ricorrere alla mendicità.
— Quando fu scacciata dal suo castello, sola e abbandonata, se
ne andò dai Francescani per far cantare un Te Deum di ringraziamento a
Dio.
— Il maestro Corrado dichiarò che un Venerdì Santo, il 24 di
marzo 1228, fece la professione pubblica nella cappella francescana. A
questo atto solenne erano presenti i frati, i parenti (le ancelle) e i suoi
figli. Davanti a tutti e per propria volontà, mise le mani sopra l’altare
spogliato, rinunciò alle vanità del mondo. Assunse anche l’abito grigio
dei penitenti come segno esterno. Tale era il colore che vestivano i frati
e i penitenti in quel tempo.
— Le quattro ancelle, che furono interrogate nel processo di
canonizzazione, presero anche lo stesso abito grigio. Corrado allude a
questa “tunica vile” con la quale Elisabetta volle essere sepolta. Per lei
questa tonaca costituiva un segno di capitale importanza: esprimeva la
professione religiosa che le aveva conferito una nuova identità.
— L’ospedale che fondò a Marburgo (1229), lo dedicò a San
Francesco, canonizzato nove mesi prima.
— Un autore anonimo cistercense (1236) afferma che, Elisabetta
«vestì l’abito grigio dei frati minori». Il colore grigio dei Francescani
deve essere inteso in senso molto generico, con un’ampia gamma di
toni che si possono ottenere con la mescolanza di lana naturale bianca
e nera. In questo senso parlano le referenze storiche di quel tempo.
Quelli che sostengono che Elisabetta fu di spiritualità cistercense non
hanno tenuto conto di questa testimonianza.
— L’impegno dimostrato da Elisabetta per vivere la povertà, fare
donazione di tutto e dedicarsi alla mendicità, non sono prerogative che
Francesco chiedeva ai suoi seguaci?

Fr. Ilija Živkovic, TOR
Ministro Generale
Encarnación Del Pozo, OSF
Ministro Generale
Sr. Anisia Schneider, OSF
Presidente CFI – TOR

Dal web www.ifc-tor.org dove si può leggere in integrale tutta la Lettera

Proposta di una iniziativa a tutela delle Sacre Specie eucaristiche

Viribus unitis
(Confederazione del Corpo di Cristo)

La concessione del Sacro Corpo Eucaristico sulla mano è un tentativo di ritorno alla prassi liturgica in uso i primi secoli del Cristianesimo. La consuetudine fu rettificata nel corso dei secoli (il Sinodo che si celebrò a Rouen verso il IX secolo sotto Ludovico il Pio impose il rito della Comunione sulla lingua), così come nel corso dei secoli sono state rivisitate o corrette disposizioni e precetti ora caduti in disuso e annullati. Per esempio, la prescrizione del digiuno da effettuare prima di recarsi a ricevere la Sacra Particola: nei primissimi secoli occorreva esentarsi dal cibo nelle 24 ore antecedenti alla partecipazione alla Santa Messa; successivamente il precetto prevedeva il digiuno dalla mezzanotte del giorno precedente; ora la norma impone di non mangiare cibo un’ora prima della Santa Messa, anzi, la cogenza è rimasta per l’ora calcolata dalla distribuzione dell’Eucarestia. La Chiesa, insomma, ha derogato al rigore delle origini, confidando nell’amore che il popolo cristiano dovrebbe avere nei confronti della “cosa più preziosa in cielo e sulla terra” (San Giovanni Crisostomo). Ma il rigore –non il rigorismo- ha anche dei lati buoni, e forse si impone un passo indietro rispetto a una liceità che porta a fenomeni di disamore quando non di peggio. Tornando al caso di specie, da cui questo articolo trae scaturigine e mi auguro valenza, la concessione della Comunione sulla mano sembra AVERE ATTENUATO NEI FEDELI, stando a ciò che è dato non di rado vedere quando si assiste alla distribuzione dell’Ostia consacrata, LA COSCIENZA DELLA PRESENZA DEL CORPO GLORIOSO DI CRISTO e della presenza del Creatore dell’Universo nelle sacre specie eucaristiche. La compunzione che anni fa i fedeli avevano nel recarsi all’altare, è sparita: taluni non formano il trono con la mano prima che il sacerdote (o chi per lui) vi depositi il Corpo di Cristo (ed è davvero il minimo che bisognerebbe fare), quasi mai mettono in bocca l’Ostia consacrata davanti al Ministro (che si esime dall’esigerlo, come sarebbe suo diritto), e sovente non lo fanno nemmeno quando si spostano di lato (il gesto viene oramai identificato in un tutt’uno con il girarsi per tornare al proprio posto), bensì quando sono già di spalle a colui che distribuisce il Pane di Vita.

Ammesso poi che lo deglutiscano, il suddetto Pane! E’ risaputo infatti che le Messe nere sono aumentate da un decennio a questa parte, e che il trafugamento del Corpo Eucaristico è oggetto di un mercato che, allo stato attuale, offre 250 € per un’Ostia consacrata. La cosa più preziosa in cielo e sulla terra viene, nei riti satanici, messa nella pipì e ficcata nell’ano (scusate la crudezza del linguaggio, ma è la stessa crudezza e crudeltà che usano con Gesù, inutile nasconderselo). A prescindere dai satanisti, è innegabile, comunque, l’attenuazione nei fedeli del senso di sacralità dell’Offerta che si accingono a introiettare dentro di sé. Le cause sono molteplici: la scristianizzazione della società, una considerazione appannata dell’Ufficio e della dignità del sacerdote, visto come “uno di noi” e non come una persona consacrata che da Dio è investito di particolari poteri (vedasi Sacramento della penitenza). Il premere su “sono uno di voi” (che orribile quel “ci benedica Dio onnipotente”) e le altre ragioni che gli esperti conoscono bene hanno ottenebrato nel popolo cristiano la consapevolezza che il prete agisce in persona Christi (oltreché dei Sacramenti). Vi era una maggiore partecipazione emotiva quando i fedeli, riconoscendo la gerarchia del sacerdote e sentendosi fragili creature bisognose di vita eterna, con abbandono filiale accettavano dalle mani del presbitero il Sacro Pane Eucaristico. Ma la prassi attuale modifica questi rapporti.

Tuttavia, va rilevato che le istruzioni per distribuire la Santissima Eucaristia sono una enunciazione di disposizioni SPROVVISTA DEI MECCANISMI DI CONTROLLO per l’attuazione delle disposizioni medesime. Tale mancanza fa sì, ut exemplum, che il precetto di portare alla bocca il Corpo di Cristo davanti al Ministro o spostandosi dilato è risultato essere un provvedimento anodino, che non viene preso nella dovuta considerazione. E non solamente nelle celebrazioni solenni o in quelle con una partecipazione considerevole di fedeli; anche nelle piccole chiese, spesso non viene rispettato. Tra l’altro, con i satanisti e i confusi che ci sono in giro, anche una maggior attenzione del presbitero non porterebbe a grandi risultati. Anche i ministri che servono il sacerdote celebrante, occupati come sono a tenere la patena (dove ancora questa si usa) o a controllare la fila (è precipuamente questo che fanno ora), non possono prestare la dovuta attenzione acchè vengano osservate le prescrizioni in vigore, e soprattutto che l’Ostia venga deglutita. Occorre trovare un rimedio. Un rimedio –non la soluzione –può scaturire con il contributo dei laici, e precisamente dei laici appartenenti alle associazioni cattoliche. Le aggregazioni di fedeli quali i Terz’Ordini, le Confraternite o le Pie Unioni, ma anche l’Azione Cattolica o le Conferenze di San Vincenzo o le Associazioni private il cui atto costitutivo è stato approvato dall’autorità ecclesiastica, potrebbero inviare durante una Santa Messa due loro rappresentanti i quali, ponendosi ai lati destro e sinistro di chi distribuisce la Sacra Particola, STANDO A POCHI METRI da esso, dovrebbero verificare che l’Ostia venga deglutita (inserita in bocca e inghiottita. Potrebbe essere sufficiente che sia introdotta in bocca, vista la riluttanza e il rifiuto a compiere questo atto, quando chi stava per trafugare il Pane di vita è stato costretto a metterlo in bocca. Però chi ha intenti negativi inventa mille sotterfugi per porre in essere i propri propositi, pertanto sarebbe più opportuno che si verifichi l’avvenuta deglutizione).

Per inciso: NON E’ SUFFICIENTE CHE CONTROLLI SOLAMENTE UNA PERSONA DA UN LATO, se chi va a ricevere l’Eucarestia inghiotte l’Ostia. Si è notato che anche se c’è una persona che vigila vicino al presbitero, non è sicuro che la medesima riesca ad accertare bene cosa succede. D’altronde è capitato a tanti di noi di fermare più volte delle persone che a un altare (a un altare, quindi in uno spazio ristretto, figuriamoci negli spazi ampi) stavano trafugando un’Ostia consacrata, quindi organizzare un servizio vero e proprio in tal senso avrebbe una sua logica. La sovraesposta procedura è molto più semplice di come può apparire di primo acchito. Non bisogna però aggravare i parroci di lavoro, ragion per cui devono essere i laici cattolici a organizzare e regolamentare detto servizio. Perché ciò avvenga, è sufficiente che le Associazioni si uniscano in una Confederazione, la cui denominazione potrebbe essere Confederazione del Corpo di Cristo (il Corpo di Cristo è la Chiesa, paolinamente parlando. Ma è anche l’Ostia consacrata, pertanto vi sarebbe un doppio significato). A capo di questo Istituto vi dovrebbe essere un sacerdote nominato dal Santo Padre (come Vicario di colui che ha istituito l’Eucaristia, sarebbe moralmente giusto che fosse lui a nominarlo. Starebbe anche a indicare la sottomissione delle Associazioni al rappresentante di Cristo in terra).

Quanto ho proposto è un atto di amore a Gesù che non richiede alcun correttivo della legislazione vigente, bensì una integrazione (che non è apparentata con l’integralismo) della stessa, alla luce dei tratti fisionomici della società in cui viviamo. C’è chi consiglia di accentuare l’educazione al culto eucaristico, invece di pensare a tutelare il pane diventato Persona divina. Ovviamente una cosa non esclude l’altra. Però il fenomeno del trafugamento dell’Ostia consacrata e delle Sue profanazioni è talmente esteso, coinvolgendo anche categorie che volutamente rifiutano l’autorità di Cristo (non è realistico pensare di convertire i satanisti con della buona catechesi. Allora tanto vale fare come quelli che “si lavano le mani” di fronte a problemi per loro scomodi ma non insolvibili, affidando il problema alla Madonna. La Madonna si serve dei nostri corpi per l’edificazione del regno di Suo figlio. E ora il Corpo e il Sangue di suo figlio, offertoci per la nostra salvezza, è gravemente e grevemente oltraggiato, anche da chi forse non ha coscienza di quello che fa ovvero di quello che non fa: perché anche il non ossequio e non la non dovuta devozione sono un oltraggio. Di cui ognuno di noi dovrà rendere conto), che occorre intervenire con fatti decisi, fatti forti, fatti aggreganti. Si sa: viribus unitis.

Sorella Angela Musolesi

"REALIZZATO con successo il 5° Convegno Internazionale di Studi in onore di San Corrado Confalonieri"


in Piacenza e Calendasco!
9 giugno 2007


Con la partecipazione di prestigiosi ricercatori e storici del medioevo si è tenuto l'importante evento, diviso tra Piacenza e Calendasco (Pc).
LA PRIMA RIEVOCAZIONE STORICA IN COSTUME

Domenica 18 febbario 2007 a Calendasco vigilia della Festa Patronale di San Corrado Confalonieri si è tenuta la 1^ rievocazione storica della vicenda del santo francescano eremita.

Anche il prossimo 2008 si ripeterà la grande manifestazione!
Ad essa hanno aderito:
La Compagnia di Sige
rico di Calendasco, con figuranti in costumi medievali della Compagnia di Sigerico di Senna Lodigiana, capeggiata in modo esemplare da Giovanni Favari.
La Parrocchia di Calendasco con il circolo ANSPI.
Il Comune di Calendasco, con l'Assessorato alla cultura.

Alcuni fedelissimi devoti e amici che hanno impersonato i vari personaggi.
L'attore professionista ed amico Alfonso Alpi nella veste del Banditore.

Una folta presenza di bambini e bambine in saio hanno accompagnato il corteo e tutto lo snodarsi della vicenda:
dalla confessione del'incendio e la liberazione del contadiono innocente, alla spogliazione dei beni, fino alla sua entrata nell'eremo di Calendasco dei Terziari francescani, accolto dai fraticelli e da frate Aristide.


Stiamo preparando il Corteo storico del 2008: aspettiamo l'adesione di tutti gli amici e devoti!

Nella foto si vede san Corrado, a capo chino ancora vestito dei panni di nobile, che chiede a frate Aristide di essere accolto tra i Terziari penitenti.


SAN CORRADO CONFALONIERI è stato eletto a PATRONO e PROTETTORE della Compagnia di Sigerico di Calendasco

CENTRO STUDI SAN CORRADO


Il Centro Studi del Santo ha sede Ufficiale nell'eremo e hospitale di S.Corrado Confalonieri



I devoti di San Corrado di Calendasco possono ritrovare nell'eremo-hospitale della conversione del santo un punto di sviluppo degli studi storici di questa zona e dei suoi insigni personaggi.


Tutti coloro che sinceramente si sentono attratti dalla cultura e dalla devozione verso il santo piacentino che nacque in Calendasco nel 1290, possono ritrovare un valido appoggio in tanti amici riuniti sotto questo buon ideale.
Contattateci mediante la mail indicata in questo blog.

CRONOLOGIA STORICA DI SAN CORRADO

parte del Legato Sancti Conradi del 1617 nel
quale è indicata la nascita fisica del santo in Calendasco
atto redatto in Curia Vescovile a Piacenza dal Cancelliere
episcopale alla presenza e con l'approvazione del vescovo
mons. Claudio Rangoni.




Dati presi dal volume di Umberto Battini
San Corrado Confalonieri il cercatore di Dio edizioni storiche Compagnia di Sigerico in Calendasco, Calendasco (Piacenza) 2006

  • 1290 Corrado dei Confalonieri, piacentino, nasce in Castrum Calendaschi (Calendasco)
  • 1315 circa - causa l'incendio
  • 1320 dopo aver pagato del danno al Visconti Signore di Piacenza si fa penitente
  • 1320 si ritira tra i frati francescani 'de penitentia' del Terzo Ordine laicale presso l'hospitale vicino a Calendasco ed al mulino 'del gorgolare'
  • 1320 - 1340 permanenza nell'hospitale calendaschese sotto la guida del beato Aristide, ottimo frate guardiano
  • partenza verso la città santa di Roma come pellegrino
  • 1342 giunge in Sicilia ed a Noto, nella valle tra le aspre montagne, si ritira a vita eremitica in una grotta di pietra grezza
  • 1351 al 19 febbraio rende l'anima a Dio, mentre in ginocchio è intento alla preghiera
  • frate Lombardo, che viveva con lui, scrive della vita del santo uomo su di un rotolo pergamenaceo e viene riposto assieme al corpo
  • a Noto per mano del Vescovo di Siracusa, ha inizio l'iter che porterà il piacentino a divenire Santo francescano per il Terzo Ordine Regolare
  • la devozione dei netini si accresce sempre più
  • 1580 ca. a Piacenza da Noto si fa sapere del concittadino santo
  • 1611 lettera dei Giurati ed Anziani di Noto scritta a Piacenza, per chiedere delle ricerche e già essi scrivono di aver già avuto notizia che il santo possedesse il Castello di Calendasco
  • 1617 in Curia il Vescovo decreta approva e firma il 'Legato sancti Conradi', ove dopo ricerche negli archivi, si viene a conoscere che san Corrado era nato fisicamente in Calendasco. Il 'Legato' è voluto dal Nobile Giovan Battista Zanardi Landi feudatario di Calendasco che fa erigere nella chiesa del borgo sul Po, una suntuosa cappella dedicata al santo con obbligo di celebrazione.
  • Piacenza vede costruire nel 1612 una cappella dedicata al piacentino, nella Cattedrale
  • Calendasco assurge il santo quale Celeste Patrono che già era venerato in Noto con grande concorso di popolo e devozione


"La Compagnia di Sigerico di Calendasco ha dato alle stampe due preziosi volumi di studi storici"


Il francescano e storico Bordoni nel 1658 pubblicò il Chronologium Tertii Ordinis S. Francisci, manoscritto in più fogli che si conserva in Parma, e al dì 19 febbraio riporta la Vita di S. Corrado Piacentino:
“ F. Corrado Piacentino della famiglia de Confalonieri naque di parenti nobili l’anno 1290, che l’instrussero ne costumi christiani, e li diedero per moglie una gentildonna Lodeggiana per nome Eufrosina filia di Nestore. Corrado per esser molto dedicato alla caccia, andò un giorno in campagna, e fece dan foco a certi boschi... Corrado tocco nel core dal Spirito Santo, rifatti i danni dati, collocata la moglie in monastero, abbandonò in tutto il lusinghero mondo, partendosi da Piacenza più povero di quel meschino che liberò dalla morte, se n’andò a Gorgolaro loco sul Piacentino remoto dalle genti, dove era un Romitorio, nel quale habitavano cinque frati del Terz’Ordine di S. Francesco, che ivi a Dio seminano, recitando i deccini officii, facendo astinenze, digiuni et altre opere pie... Riavuta donqi la benedittione del suo superiore (padre Aristide) l’anno 1316 si partì da Gorgolaro a piedi sempre senza danari, peregrino verso Roma...” e quindi giunto a Noto in Sicilia, alla fine viene indirizzato a “certe grotte in luogo detto li Pizzoni vicino ad un fiume, et lontano dalla città solo tre miglia... Non solo Leone X ma ancora Paolo III et finalmente Urbano VIII informati delli molti miracoli che fa questo Beato concessero quelli di poter celebrare la sua festa in Noto, in altre parti della Sicilia, et a Piacenza sua patria, e questo ancora, che se ne possi far l’officio da tutti gli ordini Francescani, e noi per esser del nostro ordine professo, ne facciamo l’officio doppio maggiore, con le nostre monache...”

PREPARATIVI per il Dies Natalis di SAN CORRADO

Fervono già, sebbene manchino ancora oltre 4 mesi alla data, i preparativi per la Festa del Patrono di Calendasco San Corrado Confalonieri (Calendasco 1290 - Noto 19 febbraio 1351).

Sono già in fermento i devoti calendaschesi per la preparazione della Festa Patronale del prosssimo 2008.
Ovviamente per ora si sta procedendo a organizzare le idee: in effetti occorre muoversi per tempo, affinchè la Festa abbia una ottima riuscita.

E la festa prevede momenti liturgici e spirituali, conviviali, sociali e rappresentativi.
La "macchina" operativa sta già cominciando a macinare idee e progetti,
per ora sulla carta, che poi dovranno essere attuati materialmente.
Sono benvenute idee e partecipazione! Tutti possiamo liberamente partecipare alla realizzazione di questa secolare tradizione delle genti di Calendasco.

Aspettiamo adesioni da chiunque abbia a cuore la devozione e l'amore della terra del santo eremita francescano Corrado.

Nella parrocchiale di Calendasco si conserva da oltre 4 secoli la devozione al santo che qui nacque.
Il grande affresco absidale realizzato nel 1971 mostra sulla scena del calvario anche i santi della tradizione cattolica piacentina:
San Corrado Confalonieri Patrono
San Antonino martire Patrono della diocesi di Piacenza
, San Savino vescovo
Santa Rita da Cascia veneratissima in C
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SAN CORRADO : l'eremo di Calendasco era qui !

VILLA SUTTA PLACENTIA

La storiografia piacentina degli anni passati ha fatto sì che circolasse una erratissima informazione storica mal recepita anche a Noto per quel che riguarda la indicazione toponomastica e geografica relativa alla indicazione ‘sutta’ e ‘supra’.

Sarebbe bastato dare un occhio in più alle mappe del 1500 e 1600 conservate negli Archivi Statali e già pure ripetutamente pubblicate, relative a Piacenza ed al suo vasto territorio per accorgersi e quindi evitare, di avallare un grossolano errore.

Precisamente tutto nasce da questa frase del poema del Girolamo Pugliese che così pare indicare ove fosse l’eremo del ritiro di San Corrado: “... era stu locu appresso Gorgolaru, villa sutta Placentia nominata”.

Diciamo che ‘villa sutta Placentia nominata’ fà intendere in senso generale che si voglia dire ‘villa in giurisdizione di Piacenza’ od anche ‘villa in provincia di Piacenza’; col termine ‘villa’ si intende una frazione abitata, un piccolo paese.

Cominciamo col citare ciò che lo storico del francescanesimo Filippo Rotolo registra nell’importante volume “Vita Beati Corradi”: “Le uniche e scarse notizie sul Pugliese provengono dal Pirri e dal Mongitore. Da questi sappiamo che fu Sacerdote, che fu Vicario Foraneo... Il Pugliese nel suo racconto si basa eminentemente sulla Vita Beati Corradi, ma assieme a questa egli certamente si servì dell’opera del Venuto e del Rapi, e assieme a loro di qualche racconto conservato presso il popolo... Il Pugliese non porta grandi contributi alla Vita di S. Corrado. Pochissime sono le precisazioni proprie...”.

Oltre ad indicarci che il Pugliese si servì di altri studi esistenti, è chiarificato che egli non porta grandi contributi sulla Vita di S. Corrado e pure le precisazioni sono scarse.

Impostiamo ora il discorso col citare la mappa disegnata dall’ingegnere piacentino Paolo Bolzoni, pubblicata tra il 1587-1588 importantissima, sulla quale già esimi studi sono stati fatti proprio perchè è di una precisione estrema sia nel campo indicativo geografico-fisico che in quello della toponomastica.

Un qualunque storico piacentino che si rispetti avrebbe dovuto conoscerla e quindi si sarebbe evitato di divulgare a Noto un errore grossolano relativo alla indicazione geografica di luoghi piacentini andando a creare un equivoco che ha fino ad oggi trovato sostenitori più o meno consapevoli - (è talmente conosciuta che di questa eccellente mappa se ne sono occupati con pubblicazioni pregevoli ottimi Professori ed Università).

Si è voluto far credere che l’indicazione geografica “sutta” fosse indicativa del ‘sud’ e quindi quella opposta “supra” indicativa del ‘nord’; difatti a chi non conosce le mappe antiche e moderne dell’area piacentina, può apparire palese prendere per buone queste indicazioni.

Ma sono indicazioni sbagliate, errate senza ombra di dubbio: basta ‘leggere’ appunto le mappe del tardo ‘500 piacentino e meglio ancora, dare un’occhiata a quelle moderne per accorgerci del grossolano abbaglio.

Ebbene la storiografia recente ancora una volta sorpassa quella dei decenni scorsi, a monopolio unico, in effetti nelle mappe piacentine l’indicazione geografica di una frazione, di un paese, di un piccolo centro abitato è indicato chiaramente al rovescio di quello che si pensa: il sutta indica il nord mentre il supra indica il sud.

Le cartine geografiche sono chiare al riguardo: nella mappa del 1587 del Bolzoni, ad esempio si può vedere la località Suprarivus Subtanus posta a nord mentre il Suprarivus Supranus è posto a sud. Sempre in quella ottima mappa i molini di Calendasco chiamati appunto molendini Suprani Calendaschi sono a sud del paese: come invece può far fuorviare il nome molini soprani (di sopra) pensandoli a nord.

Ma si badi bene che non è tipico solo dell’area padana piacentina - ieri come ancora oggi – indicare località, distinte in due agglomerati, con lo stesso nome ma però con la differenziazione sopra (sud) e sotto (nord), anche le vecchie carte geografiche ad esempio dell’area di Pavia ci indicano dei paesi e delle frazioni o delle aree rurali distinte dal sotto e dal sopra come nel piacentino.

Era usuale e ancora oggi lo è: ripeto basta vedere le mappe più precise, quelle militari ma non solo, comunemente in vendita ai nostri giorni, per accorgerci che l’area padana indistintamente usava distinguere il nord con la dizione sutta – sotto ed il sud con supra – sopra e nelle edizioni moderne delle mappe vige ancora questa regola.

Guardando una mappa dei nostri giorni possiamo notare piccoli paesi o frazioni che nella toponomastica riportano la dizione ‘sotto’ e ‘sopra’ così come abbiamo imparato: ad esempio non molto lontano da Calendasco c’è il Castellazzo di sotto a nord ed il Castellazzo di sopra a sud. Possiamo notare i paesi di Campremoldo di sotto a nord e Campremoldo di sopra a sud, e questi due distinti paesi hanno ognuno la propria chiesa parrocchiale. Altre ancora sono le frazioni così identificabili nella toponomastica piacentina, indice questo che la questione del ‘Villa sutta Placentia’ che il netino Pugliese segnalava nel suo poema nel tardo 1500 è risolta: il sutta va letto quale nord ed il supra invece quale sud . Il romitorio di Calendasco è sorto sulla Via Francigena in epoca longobarda quale xenodochio per pellegrini diretti al porto sul fiume Po e in seguito è divenuto hospitale dei penitenti verso il 1200 ed è geograficamente posto a circa sette chilometri a nord della città, posizionato quindi secondo l’uso topografico e geografico ‘sutta (nord)’ di Piacenza.

In un importante lavoro sulla cartografia possiamo leggere: “La rappresentazione cartografica a partire dal Cinquecento, era andata acquistando una crescente rilevanza, in quanto strumento stesso di potere... I rilevatori cartografici erano dunque impegnati in un compito che li proiettava sul territorio”. E’ significativo che le mappe del ducato farnesiano e borbonico di Parma e Piacenza siano fondamentali per vari aspetti e minuziosamente precise: “Si tratta di documenti molto ben costruiti, numerosi e diversificati, che contribuiscono ad offrire una concreta testimonianza dell’importanza dei corsi d’acqua nell’economia del tempo...Tuttavia proprio l’accuratezza geometrica del disegno, il dettaglio di non secondari particolari, l’attenzione per la geomorfologia dei luoghi, illustrati nelle mappe d’Archivio... offrono una ulteriore prospettiva di riflessione circa l’idoneità del documento cartografico, in diverse sue forme e fonti, a supportare un intervento attento e consapevole di pianificazione territoriale”.

Proprio il dettaglio di non secondari particolari ha portato alla individuazione scientifica dell’hospitale di Calendasco in una mappa del tardo ‘500 oltre che in numerosi atti notarili.



Capitolo tratto dal libro a cura di U. Battini San Corrado Confalonieri i documenti inediti piacentini ediz. Compagnia di Sigerico in Calendasco, Calendasco (Piacenza) 2006

MAGISTERO e TRADIZIONE: un solo deposito della fede


Nel Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione DEI VERBUM (7) si rimarca:
Affinchè il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, gli Apostoli lasciarono come succesori i vescosi, ad essi affidando il loro proprio compito di magistero" ed al punto (8)
La predicazione apostolica che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi.

Nello stesso Catechismo al punto 85 leggiamo:
L'ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo Magistero della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo, (Dei Verbum 10), cioè ai vescovi in comunione con il succesore di Pietro, il vescovo di Roma.

Punto 95:
E' chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il MAGISTERO della Chiesa, per SAPIENTISSIMA disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l'azione di UN SOLO Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime. (Dei Verbum 10)

I caratteri a tutto maiuscolo sono aggiunti dall'autore.

FATIMA : attenti al segreto!


Ormai è certo: il Terzo Segreto di FATIMA non è stato rivelato apertamente tutto.
Basta leggere bene, il libro sull'argomento dii Antonio SOCCI e quello di Solideo PAOLINI.

Ci sono varie e vere incongruenze.
Ne parleremo in un prossimo annuncio.
Ad esempio: 2 buste con il testo scritto da suor Lucia.
Ma solo una portata a nostra conoscenza.



Nella foto la statua della Madonna di Fatima,
detta 'Pellegrina', cioè la statua che viene inviata in varie parte del mondo alla preghiera ed alla devozione dei fedeli della Santa Vergine.

LE TELE FRANCESCANE di Calendasco


Nella chiesa parrocchaile di Calendasco si conservano tre grandi tele del 1600 tutte a soggetto francescano. Una rarità.
Ed anche tre grandi tele dedicate alla Vergine Maria.

I soggetti francescani sono: San Antonio da Padova, San Corrado Confalonieri e San Francesco che riceve le stimmate.
Pensando al legame storico certo con i Terziari francescani, i "fratres de tertio ordine sancti francisci nuncupati de la penitentia", possiamo affermare la grande rilevanza che questo Ordine ebbe in Calendasco.
D'altra parte i Confalonieri, Capitani del Vescovo di Piacenza, sono stati feudatari per oltre due secoli di Calendasco, e sappiamo che già dal 1250 si diedero da fare per i francescani in Piacenza, difendendoli e sviluppandone l'ideale. Tanto che, anche il giovane Corrado cresce in questa atmosfera cristiana, e ormai uomo, lui e la moglie si daranno completamente alla vita di religione indossanto l'abito francescano lui e delle Clarisse la moglie.

Un'ideale riflesso nella popolazione che si attaccò alla devozione prettamente dei santi propri di questo meraviglioso Ordine, e dandone forte testimonianza proprio nei soggetti e negli altari propri della chiesa.

I DEVOTI di Calendasco grati a NOTO


Sabato 6 ottobre 2007, a Noto avrà luogo nella bellissima Cattedrale la celebrazione per la Ordinazione e Inizio del ministero episcopale di Mons. MARIANO CROCIATA a VESCOVO di NOTO.

Incontro con le Autorità cittadine e la Cittadinanza in piazza del Municipio alle ore 16
Nella Chiesa Cattedrale di S. Nicolò Celebrazione Eucaristica ore 16,30

CALENDASCO, con tutti i devoti di San Corrado Confalonieri, assieme all'Arciprete don Silvio Cavalli, alle Autorità comunali augurano al Vescovo,
sua Ecc. mons. Mariano Crociata
un efficacissimo e benedetto Ministero in questa terra e Diocesi siciliana che conserva le venerate spoglie del Patrono, che fu della terra piacentina.

Per approfondire

  • visita www.araldosancorrado.org
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