LETTURE DEL BLOG N. 234.000

L'ANACORETA DI NOTO

L'ANACORETA
 
testo estratto dalla "VITA DI SAN CORRADO"
pubblicata da mons. Salvatore Guastella Insigne Sacerdote e Storico
della Città e Diocesi di Noto

testo dell'anno 1955 
 

La grotta inglobata nel SANTUARIO a Noto

 



Qui comincia il periodo che chiameremo”classico” della vita di San Corrado. E’ tutta una serie di meraviglie, che ti riempiono l’anima e ti esaltano. Fra Guglielmo lo accoglie fraternamente, gli assegna una povera cella presso la sua e un po’ di fieno per letto. Di ciò Corrado è contentissimo, e nel tempo che ivi passa stringe tale intimità con Guglielmo, al quale torna poi vantaggiosa consentendogli di apprendere alla scuola di Corrado il segreto della vera santità. E Scicli deve il suo fulgido astro al Sole di Noto.

Intanto i fiumi di sapienza celeste che fluiscono dal suo labbro, nonché lo splendore dei suoi esempi e dei suoi portenti lo hanno fatto conoscere nella sua vera luce. L’anima del popolo che intuisce lo ha già caratterizzato. Egli non è più il povero pellegrino, nemmeno il compagno  e discepolo di Guglielmo, ma il Santo.

S’accresce pertanto il numero dei visitatori e ammiratori. Pietro Buccheri, il figlio di Guglielmo come alcuni altri dediti al mondo, on vede di buon occhio il nuovo compagno del padre, né che egli ne segua l’esempio in una forma di vita austera e penitente. Quest’animosità non turba Corrado, bensì dispiace all’umiltà sua l’ossequio degli altri; e gli pesano tante visite che gli interrompono le meditazioni e le preghiere. Egli brama la solitudine e anela a maggior austerità ed asprezza di vita. 

Ed eccolo fuggire inosservato nella famosa grotta dei Pizzoni, la quale passerà alla posterità con il nome di “Grotta di S. Corrado”. Essa s’interna ai piedi di un’aspra roccia che sembra fatta per predisporre lo spirito ad inabissarsi nella meditazione delle cose eterne. 

Lasciamo che Corrado la santifichi con la sua presenza e l’illustri coi suoi portenti, e il ruvido speco si trasformerà in uno dei santuari più famosi dell’Italia, meta di innumerevoli pellegrinaggi. Tutto contento vi passa in preghiera e digiuno i primi due giorni: poi va ad elemosinare un po’ di pane e torna alla grotta. 

Questa da allora in poi è la sua vita. Viene a Noto per l’adempimento dei doveri di religione; ogni venerdì va alla chiesa del Crocifisso. Le sue giornate trascorre solitario al suo romitaggio nella orazione, nelle penitenze e nel lavoro. L’unione con Dio è l’aspirazione della sua vita.

Appende alla parete della caverna un crocifisso; per letto, tavolo, sedile gli basta il piano sassoso della grotta. Per suppellettili, una zucca seccata per tenervi un po’ d’acqua e pochi arnesi per andar coltivando quel terreno deserto. Lo scarso pane lo chiede in elemosina il sabato a Noto ed Avola. Oh, se quella grotta potesse parlare, quali meraviglie non si svelerebbero al nostro sguardo! Noi vedremmo Corrado nel’ambiente divino delle estasi, delle visioni di cui il cielo lo favorisce: nella ruvida grotta teatro di tante meraviglie, noi ammireremmo un riflesso del cielo, un prolungamento del Paradiso!

Bartolo Longo, notaro, vuol mandare all’amico Corrado un paio di fiaschi di vino. Il servo cammin facendo pensa tra sé che all’eremita può bastarne uno; l’altro lo nasconde tra i cespugli. “Dov’è l’altro fiasco che hai nascosto?” gli domanda scrutandolo negli occhi fra Corrado. “Bada – replicò poi – che una serpe vi sta sopra: che non ti morda quando lo pigli!”.

Andando un devoto a visitarlo è sorpreso da repentino temporale. Si nasconde in una grotta e vi si addormenta. Fra Corrado vede in spirito l’imminente pericolo di colui e, pregando và a svegliarlo. Dopo pochi momenti un fulmine colpisce la grotta: l’avrebbe incenerito.

Nicola Vassallo vuol mandare al buon eremita una forma di cacio, ma la moglie sostiene sia sufficiente metà. Il Vassallo insiste, e il figlio si presenta alla grotta con la forma intera. Fra Corrado divide il formaggio dicendo al giovanetto: “Questa metà è di tua madre e questa di Gesù Cristo”. Pensa una volta l’Anacoreta di staccare dalla sua grotta un masso ingombrante, e chiama in aiuto dei giovani. 

Quando questi vedono di quale pietra si tratta gli dicono che è impossibile a sì poche braccia di smuoverlo. Ma Fra Corrado fiducioso in Dio, fatto il segno della croce, li prega di provar visi; ed egli da una parte, gli altri dall’altra vi riescono con mirabile facilità. Rientrato nel’antro, nel quale essi hanno visto non esservi nulla, ne porta fuori pani caldi, che distribuisce. I giovani restano attoniti al doppio prodigio. Ed uno di essi anzi vuole ad ogni costo rimanere col Santo come eremita, ma non sa poi perseverare nel buon proposito.

“Padre – lo prega un giorno un amico – io voglio che oggi veniate a mangiare a casa mia, ché ho comperato dei pesci; vi prego per carità di venire” . E il Santo: “Dio rimeriti la vostra anima per tale carità; ma non fa bisogno per oggi”. Alle insistenze gli dice che i pesci da lui comperati sono stati già preda del gatto. L’amico tornato a casa trova appunto per ciò in collera la moglie.

particolare portone bronzeo Cattedrale di Noto   San Corrado se ne va a caccia

 


Per approfondire

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  • L'Araldo di San Corrado è il Collegamento Devozionale Italiano dei Devoti e Fedeli del Santo piacentino morto a Noto il 19 febbraio 1351 e nato in Calendasco (Piacenza) nel 1290
  • San Corrado Confalonieri è stato un penitente, terziario francescano, vissuto da eremita in Noto, nella Valle dei Tre Pizzoni dentro ad una grotta