LETTURE DEL BLOG N. 235.000

EREMITI SEGUACI DI S. CORRADO

GLI EREMITI DI SAN CORRADO

Articolo dal volume "LIBERO PER SERVIRE" 
di mons. Salvatore Guastella, pagg. 162-63
edito da "La Vita Diocesana" Noto 1989 


Per rivedere e sentire San Corrado è utile recarsi e saper sostare in silenzioso raccoglimento dinanzi alla sua grotta.

Da Noto, dalla Sicilia o da lontano, chi si riconosce nel segno locale dell’umile e operosa santità del Patrono della diocesi netina, non manca ogni volta che può, di recarsi in Santuario per alimentare sullo stile del Santo Eremita il proprio incontro con Dio e per attingere incoraggiamento nell’impegno quotidiano.

Per secoli la comunità locale netina ha usufruito della spiritualità semplice e austera degli eremiti di San Corrado. Inizialmente essi abitavano in capanne o nelle grotte vicine al sacro speco. L’eremo superiore (Gesù e Maria) venne infatti eretto nel 1663 e poi riedificato nel 1695 (Gesù e Maria e San Corrado) con l’annessa chiesa dell’Assunta, mentre l’attuale eremo inferiore o ritiro con l’artistico santuario sono del periodo 1740-1759.

San Guglielmo Buccheri, che aveva ospitato alle celle del Crocifisso il pellegrino piacentino Corrado appena arrivato a Noto, si ritirava spesso nella Valle dei Pizzoni prima di trasferirsi definitivamente a S. Maria la Nova di Scicli. Tutt’oggi davanti al santuario di San Corrado di Fuori si intravede, in alto, detta appunto di S. Guglielmo. 

Presso lo speco di S. Corrado visse di preghiera, lavoro e penitenza un mandriano negro, il Beato Antonio Etiope (+1549), già schiavo per 38 anni ad Avola e poi a Noto. La fama della sua vita esemplare varcò presto l’Atlantico e nel Brasile (dove è venerato come il Santo Antonio de Categerò) per secoli i negri schiavizzati hanno riconosciuto nell’etiope un segno di redenzione interiore e di fede da imitare.

Anche il Ven. Pietro Gazzetti di Modena (+1671) venne a conoscenza dei Pizzoni dall’amico fra Diego Cannata di Taormina (+1694) che aveva incontrato in un pellegrinaggio a Roma: ambedue giunsero a San Corrado di Fuori il 5 aprile 1653. Le loro ossa – assieme a quelle di un altro perfettissimo solitario, fra Corrado La Rosa di Noto (+1733) – sono custodite in cassetta a tre scomparti al Crocifisso di Noto.

A 20 anni indossò l’umile saio di eremita di San Corrado il Ven. Girolamo Terzo (+1758) il quale, scelto dal vescovo a superiore del romitorio della Scala, divenne poi l’apostolo della Madonna Scala del Paradiso. 

Per suo interessamento l’ispicese Ven. Salvatore Statella (+1728) aveva frequentato l’ambiente ascetico di S. Corrado di Fuori per maturare meglio il progetto della Riforma carmelitana siracusana. Nella parete destra della grotta di S. Corrado una lapide marmorea ricorda la vita penitente del servo di Dio fra Giuseppe Lo Re Espinoza da Alessandria (+1769).

La schiera di questi autentici uomini di Dio è ininterrotta. Tra gli altri ricordiamo fra Alfio da Melilli (+1703) che ricostruì assieme a fra Giambattista da Milano il Romitorio superiore; fra Luigi Belleri da Pavia (+1778), fra Guglielmo Sparato da Noto e fra Saverio Errico da Noto, che zelarono l’erezione del santuario e dell’eremo inferiore: fra Mansueto da Palazzolo (+1785), poi carmelitano alla Scala e fedele collaboratore del Ven. G. Terzo: fra Giuseppe Burderi da Noto (+1847) “di santa vita e di grandissima virtù”; fra Egidio da Caltanissetta poi sacerdote e vicario curato a Portopalo, ove morì nel 1862; è sepolto nella matrice di Pachino, e fra Salvatore Astuto da Mineo (+1937) ultimo benemerito superiore degli eremiti prima della venuta degli Orionini.

Dal 1939 infatti, con la venuta dei Figli della Piccola Opera Divina Provvidenza del Ven. Don Luigi Orione, lo sviluppo pastorale al cenobio di S. Corrado di Fuori, già Parrocchia dal 1923, ha avuto un indiscusso incremento, grazie anche alla presenza orante e all’apostolato spicciolo degli eremiti orionini: frate Antonio, frate Policarpo, frate Giuseppe… e il caro frate Corrado, attuale instancabile custode del santuario. Chi non ricorda l’ascetica figura del cieco frate Ave Maria (1954-57) l’amabile frate Bernardo (+1974) e frate Ambrogio (+1978)?

“Ritornare periodicamente nella grotta dei Pizzoni è voler attingere forza e coraggio a seguire meno male possibile le orme di tanto illustre predecessore (San Corrado) a gloria di Dio e a salvezza del nostro povero mondo così turbato e disorientato”, dice padre Ugo Van Doorne benedettino belga che vive l’esperienza eremitica da anni presso Testa dell’Acqua.

“Se i nostri progetti e le nostre opere valgono poco, se non riusciamo ad essere animatori di concordia e di serenità nelle nostre famiglie, strumenti di rinnovamento evangelico nelle nostre comunità ecclesiali, operatori di giustizia, di amore e di pace, propugnatori dei perenni valori della vita e della libertà nella società civile, è perché non siamo uomini di fede come San Corrado” (dall’Omelia del Vescovo: Noto, 19 febbraio 1978).

Tratto dal bollettino di S. Corrado di Fuori “Gli Orfanelli di S. Corrado” gennaio-febbraio 1979

Mons. Salvatore Guastella di venerata memoria è stato
un Insigne Storico e sacerdote della Città e Diocesi di Noto 
 
 

SAN CORRADO FRATE TERZIARIO DE PENITENTIA

Brano estratto alle pag. 29-30 dal volume di Gabriele Andreozzi

San Corrado Confalonieri Eremita Terziario francescano

con una presentazione di mons. Salvatore Guastella

Editrice Alveria, Noto 1993


LA "VITA BEATI CONRADI" DEL SEC. XIV

Il primo documento è la “Vita Beati Conradi”, in vernacolo siciliano, manoscritto anonimo della seconda metà del trecento, subito dopo la morte del santo. E’ la fonte più antica e preziosa, anche se non se ne conosce l’autore.

La critica moderna dimostra che il suo autore non fu Eugenio Guiti, presunto confessore del santo, né fra Michele Lombardo, suo compagno nella vita eremitica, ma un devoto di lui “semplice e sincero, che scrisse fatti a lui contemporanei”.

Il primo passo che ci interessa, tradotto dall’originale siciliano, suona così:

«E vedendosi messer Corrado nudo delle cose del mondo, gli venne in cuore di andare a servire Dio. E riconciliò la sua famiglia e la raccomandò a Dio ed egli d’altra parte se ne andò a servire Dio. E messere Corrado pervenne dove c’erano poveri e servitori di Dio ed egli narrò il fatto a loro dicendo che voleva servire Dio; quelli lo ricevettero volentieri per un certo tempo e intorno a pochi giorni lo vestirono e gli mostrarono la via che doveva tenere e l’opera che doveva fare. Ed essendo ammaestrato egli partì».

Che qui si tratti dell’ammissione ad un ordine religioso è evidente. Ma a quale ordine? Non si dice, ma non è difficile indagarlo, seguendo passo passo le parole del testo.

Rimane in primo luogo fuori dubbio che non si possa parlare di San Corrado come di un “eremita irregolare”, tanto precise sono le norme, descritte dal nostro Anonimo, che furono seguite per la sua ammissione all’ordine. 

Un eremita irregolare sarebbe stato considerato un abusivo e, non potendo esibire il diploma di eremita, rilasciato dalla competemte autorità della Chiesa, non arebbe potuto questuare né assumere la custodia di una cappella, di un cimitero, di un eremo.

Un eremita irregolare sarebbe stato un solitario. Invece Corrado ebbe e desiderò avere sempre dei compagni negli eremi. Così nell’eremo piacentino, così alle Celle e ai Pizzoni di Noto.

Il primo gesto di Corrado fu la riconciliazione: con la sua famiglia che aveva mandato in rovina e con i proprietari dei luoghi incendiati. Proprio come prescriveva la «Regola dei Fratelli e delle Sorelle dell’ordine dei frati della Penitenza», approvata nel 1289 da Niccolò IV, dove si leggeva al cap. II che chi voleva essere ammesso, doveva innanzitutto “restituire la roba altrui… riconciliarsi con i prossimi”.

Tanto era importante la riconciliazione che il capo VI della stessa regola disponeva che si facesse tre volte l’anno, a Natale, a Pasqua e a Pentecoste, in coincidenza con la confessione e la comunione.

La frase “servire Dio”, che non si legge nella Regola di Nicolò IV, era però contenuta nel Memoriale propositi, che fu la prima regola dei penitenti e prima ancora nelle due lettere di San Francesco ai penitenti, nella prima delle quali si diceva che è cosa amara costringere il corpo a servire Dio, il che veniva ripetuto nella seconda.

A ciò si aggiunga che le più antiche bolle papali identificavano l’appartenenza all’ordine della Penitenza con l’impegno di servire Dio: “quicumque ad Dei servitutem accedit… (Bolla “Detestanda” di Gregorio IX, del 1 aprile 1228); i penitenti erano detti “Domini servos” (Bolla “Nimis patenter” del 26 maggio 1228) e la loro vita era una “servitium Creatoris” (Bolla “Cum illorum” del 2 agosto 1229).

«Riconciliazione» e «servizio di Dio» furono infatti i due primi passi che fece Corrado dopo la sua conversione. Risulta ben chiaro dalla “Vita” che il servire Dio non era soltanto un impegno personale per Corrado, ma era già da sempre l’impegno comunitario della fraternità eremitica, che l’aveva accolto, composta di “Poveri e servitori di Dio”.

Brano estratto alle pag. 29-30 dal volume di Gabriele Andreozzi

San Corrado Confalonieri, Eremita Terziario francescano

con una presentazione di mons. Salvatore Guastella

editrice Alveria, Noto 1993


PRIMO PRESIDENTE DEI PORTATORI DI S. CORRADO

IL PRIMO PRESIDENTE
DEI PORTATORI DI SAN CORRADO
DI NOTO
 
Un testo di mons. Salvatore Guastella (di venerata memoria)
Insigne Sacerdote e Storico della Città e Diocesi di Noto 
 

Noto - Il Cav. Paolo Bufalino primo presidente

della “Società Fedeli e Portatori di S. Corrado”

Il netino Paolo Bufalino (1909 –1974), estroso artigiano del ferro battuto e fabbro del nuovo Seminario vescovile (1955), è stato un miracolato da San Corrado.

Quando nel 1934 egli si arruolò militare in Africa Orientale, durante una operazione bellica venne colpito ad una gamba da una pallottola dirompente. Gli avrebbero dovuto amputare la gamba, ma quella sera stessa egli vede in sogno San Corrado, che glielo sconsiglia; fiducioso nell’intercessione del Santo, egli firma il diniego all’amputazione e fa voto a S. Corrado che, ottenuta la grazia della guarigione, sarebbe andato a Noto per portare a spalla la sua arca argentea nelle annuali festività di febbraio e agosto. Davvero la sua fede l’ha salvato: la gamba non è andata in cancrena! Rientrato a Noto, Paolo manterrà fede al voto fatto ed è stato uno dei primi portatoti organizzati e primo presidente della «Società Fedeli e Portatori di S. Corrado».

Congedatosi dal servizio militare, egli lascia l’officina paterna di via Fratelli Ragusa e si trasferisce con la famiglia nella vicina Avola. Nel 1943, dopo lo sbarco degli inglesi nel golfo netino, fa ritorno a Noto. La ditta Paolo Bufalino, nata dall’esperienza paterna nella lavorazione del ferro, ha prodotto e posto in opera elementi e composizioni in ferro forgiato e battuto, fornendo un prodotto di alta qualità.

Come risulta dai documenti, nel 1947 egli ha collaborato con l’autorità ecclesiastica nella fondazione a Noto della «Società Fedeli e Portatori di San Corrado» “per grazia di Dio e con l’aiuto di S. Corrado il dì 19 febbraio 1947 viene fondata dal sig. Bufalino Paolo, coadiuvato in parte dai portatori” (vedi nota fondo pagina). Dopo l’episodio increscioso del 1 gennaio 1951, quando l’arca argentea del Santo non poté essere trasferita ad Avola per iniziare una Peregrinatio in diocesi, la stessa ‘Società’ viene riordinata dal vescovo di Noto, Mons. Angelo Calabretta, il quale conferma il Bufalino alla presidenza. Questo il documento della Curia vescovile di Noto:

 «L’anno 1950 il dì 15 marzo alle ore 20 nella sede della Società Fedeli e Portatori di S. Corrado si è riunito il Comitato direttivo per deliberare il seguente ordine del giorno: Modifiche ed aggiunte allo Statuto. - Art. 1. Per grazia di Dio e con l’aiuto di S. Corrado il dì 19 febbraio 1947 viene fondata dal sig. Bufalino Paolo, coadiuvato in parte dai portatori la Società portante il nome di Associazione Confratelli portatori e fedeli di S. Corrado, con sede in Noto via Rinaldo Montuoro, 4. - Art. 30. La Società avrà pure un nucleo sportivo. – Art. 32. Nella stessa Associazione fanno parte i proprietari e portatori dei Cilii; essi, come il nucleo sportivo, saranno separati in apposito regolamento. – Art. 33. Il capitale della Società è di appartenenza dei soci, ma non potrà essere distolto, né in parte, se non per i fini e lo scopo che si propone la Società, e ciò fino a quando avrà vita la Società medesima. Aggiunto regolamento Cilii e dei portatori di San Corrado qui allegato. Noto, 15 marzo 1951. Paolo Bufalino. - Si approva. Noto, 16 marzo 1951. Sac Salvatore Fiaschitello».

Affermato artigiano e prestigioso maestro del ferro battuto, stimato e ben quotato nel tessuto sociale cittadino, uomo di sani principi morali e di profonda fede cattolica, il Cav. Paolo Bufalino - il quale ha saputo aggregare attorno alla venerata arca di S. Corrado persone di varie idee politiche, ma tutte sentitamente devote del Santo Patrono di Noto - si sentì ormai sciolto dal voto fatto in Africa Orientale a San Corrado e dà, così, ai suoi concittadini esempio di umiltà cristiana, mettendo a disposizione del vescovo A. Calabretta l’incarico di presidente. La ‘Società’ verrà riordinata dall’autorità ecclesiastica il 19 gennaio 1953 con nuovi Statuto e Regolamento.

Sac. Salvatore Guastella


nota: “Statuto dei Portatori e Fedeli di San Corrado. Art. 1°: Per grazia di Dio e con l’aiuto di S. Corrado il dì 19 febbraio 1947 viene fondato dal sig. Bufalino Paolo, coadiuvato in parte dai Portatori, la Società portante il nome di Associazione Confratelli portatori e fedeli di S. Corrado, con sede in Noto via Rinaldo Montuoro n°4…” (cfr. Corrado Perricone, L’arte del Cilio. Ed. Pro Noto, p. 57).




Per approfondire

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  • San Corrado Confalonieri è stato un penitente, terziario francescano, vissuto da eremita in Noto, nella Valle dei Tre Pizzoni dentro ad una grotta