Torna a risplendere un gioiello di valore storico e di bellezza barocca tipica del sud-est siciliano


La Cattedrale di Noto ieri e oggi


di Salvatore Guastella


«Il felice evento della riapertura al culto dell’insigne Cattedrale possa suscitare nel popolo di Noto, per l’intercessione della Vergine Santa e del patrono S. Corrado Confalonieri, un rinnovato entusiasmo spirituale ed una coraggiosa testimonianza missionaria».

Benedetto XVI, 15.06.2007


Nell’antica Noto (Netum) la Chiesa Maggiore venne riedificata - dopo la definitiva liberazione dai Musulmani (1091) – per volontà di Ruggero il Normanno che la volle dedicata, come le altre Matrici del Meridione d’Italia, a S. Nicolò di Bari. Il papa Paolo V la creava parrocchia autonoma il 20 maggio 1609; dopo il terremoto del 9 e 11 gennaio 1693, nella nuova attuale città, G.B. Deodato Scammacca ne promosse la costruzione e nel 1698 l’agibilità, sebbene non fosse del tutto completata. Lo stemma del Comune, con croce bianca in campo rosso, e l’iscrizione S.P.Q.N. [‘il Senato e il Popolo di Noto’] posto sull’architrave del tempio ricordano l’impegno municipale per la sua manutenzione.

Il Consiglio Comunale nel 1701-1706 - Nell’aprile 1701 il Consiglio Comunale devolveva alla fabbrica della Matrice 80 once annue; ma il 9 aprile 1703 sostituì il contributo in materiali di pietra d’intaglio lavorata, che veniva trasportata dall’antica Noto, e da pietra rustica da estrarre dalle cave [1]-. Il 20 giugno 1706 i signori Giurati chiesero ai sacerdoti il contributo “di sei tarì, onde rifarsi la campana maggiore della Chiesa Madre con l’obbligo di suonarla gratis nel loro obito”; la campana venne fusa a Caltanissetta da Silvestro Bonaccorto e benedetta il 25 novembre 1706 da Mons. Asdrubale Termini vescovo di Siracusa.

Costante il rischio sismico - Tutta la nostra zona iblea viene collocata tra le aree ad altissimo rischio sismico. Le principali caratteristiche della Sicilia sud-orientale vengono inquadrate nel sistema geodinamico del Mediterraneo occidentale. Anche la nuova Noto deve affrontare le soluzioni più opportune. La terra sussulta decisamente il 6-7 gennaio 1727: crolli e lesioni sono evidenti anche nella Chiesa Madre. Nessun danno fortunatamente alle persone. Più disastroso il terremoto del 1769: “la Chiesa Madre trovavasi diroccata dalle fondamenta”; l’arca argentea di S. Corrado venne trasferita nella chiesa del Collegio (S. Carlo al Corso), che fungeva da Matrice ad interim. Inevitabili i disagi, ma con tenacia venne portata a termine la costruzione del tempio principale ‘santuario di San Corrado’.

Finalmente il 1776 - Il vescovo di Siracusa, Mons. G. B. Alagona il 14 febbraio 1776 autorizzava che “i notinesi potevano celebrare la festa di S. Corrado nella chiesa del Ss. Crocifisso. E ciò perché la matrice chiesa trovavasi chiusa fin dal 1769 a causa della cupola diroccata” [2]. Lo stesso vescovo già il 18 novembre 1771 aveva dato disposizione “per le due processioni: una alle ore 21 del 18 febbraio per portare l’arca di S. Corrado dalla chiesa del Collegio sotto il titolo di S. Carlo Borromeo alla chiesa del Crocifisso, essendo che la Madre Chiesa trovavasi diroccata dalle fondamenta nel marzo 1769; l’altra per le ore 19 del giorno festivo, che dal Crocifisso l’arca dovea ritornare alla chiesa del Collegio, dopo il consueto giro per la città”. Vi si trova indicata pure “la soppressione della terza parte delle Messe degli anniversari e dei benefici in favore della fabbrica della Madre Chiesa” [3]Il Magistrato e i Giurati di Noto il 5 marzo 1776 chiesero allo stesso Mons. Alagona “perché permettesse la benedizione della matrice chiesa, fatta possibilmente dal benefattore di detta chiesa, il can. Giovanni Di Lorenzo e quindi la benedizione col Santissimo, dopo di averlo portato in processione dalla chiesa della Rotonda alla nuova Chiesa Madre, dopo però di essere questa benedetta”. Mons. Alagona rispose affermativamente il 9 aprile[4]Nel secolo XIX - Grande fu la gioia della città il 15 febbraio 1818, quando Mons. Filippo Trigona vescovo di Siracusa consacrò solennemente il Duomo netino. La facciata sontuosa (m. 40 x 32), la scalea a tre ripiani, tra edifici e piazzette ad esedra, in un proscenio d’incomparabile bellezza! Così in quel 19 febbraio 1918, in un tripudio indescrivibile, vi fece ritorno dalla chiesa del Collegio l’arca argentea di S. Corrado. La stessa notte un terremoto, non eccessivo, fece ricordare ai nostri padri quello del 1810 e l’altro del 5 marzo 1823.

Intanto il 13 agosto 1837 Noto ‘capovalle’ divenva capoluogo di Provincia e il 15 maggio 1844 sede vescovile [e la Chiesa Madre Cattedrale] per bolla pontificia di Gregorio XVI. Da ricordare: nel 1848 la rivoluzione liberale siciliana e nel 1849 la restaurazione borbonica; poi nel 1860 la svolta politica risorgimentale con lo sbarco dei Mille a Marsala.

L’11 gennaio 1848 alle ore 19 “succedevano tre fortissimi tremuoti: due consecutivi e l’altro dopo un quarto d’ora, i quali fecero crollare la cupola della Cattedrale e lesionarono tutto il tempio”. In conseguenza l’arca di S. Corrado giovedì 17 agosto verso le ore 10 viene trasferita a S. Maria dell’Arco e poi a S. Carlo al Corso[5]. Nel frattempo, nel 1851, Noto celebra degnamente il 5° centenario della morte di S. Corrado Confalonieri patrono della città, la quale però nel 1855 soffre il flagello del colera. L’assistenza agli ammalati negli improvvisati lazzaretti viene programmata dal vescovo Mirone. La città, liberata finalmente dal morbo, esprime in una commossa processione cittadina e con un pellegrinaggio al santuario di S. Corrado e.m. il 16 aprile 1856 la gratitudine al suo Santo.

Ma resta ancora insoluto il problema cupola. Per questo “il prevosto curato Nicolò Messina e i deputati di Maramma e dell’opera Bonfanti della Cattedrale” a nome del vescovo Mirone – da tutti stimato per la sua operosa carità – pubblicano nel 1860 un pressante accurato editto per la raccolta di offerte pro ricostruzione della cupola [6].

Intanto l’architetto Luigi Cassone, con atto del notaro Antonino Labisi il 5 giugno 1860, “richiedeva onze 1.800 sino al totale compimento della cupola, inclusa la grande forma di legname e la covertura di piombo; per finestre a spranghe di ferro onze 200, per il pavimento e le porte della chiesa onze 400, per rinnovare cinque altari di marmo, la cappella di S. Corrado, quella del Sacramento, l’intonaco del cappellone e gli stalli corali onze 600". Pertanto si programma “un mutuo di azionisti: trenta nobili s’impegnino per onze 50 e venti proprietari per onze 25. Tutto verrà restituito ai sottoscritti entro il 1° aprile 1866”. Inoltre “gli associati alla contribuzione mensile saranno tutti coloro che non sono azionisti. Tutti i lavori degli impiegati che concorreranno al retto procedimento della presente associazione saranno graditi. Trovandosi 4.000 firme, duemila di 5 bajocchi e duemila di 5 grana al mese, si raccoglieranno 150 ducati al mese, che alla fine dell’anno formeranno onze 600”. I lavori di ricostruzione vennero eseguiti dai capimastri Gaspare Rimmaudo e Primo Muccio da Ragusa. La costruzione era a pomice, materiale fatto venire da Catania, commissionato da fra Stefano M. Caruso da Catania presso il capo mastro Lao (8 giugno 1859) [7]Finalmente, dopo 13 anni dal crollo, riparata la cupola sotto la direzione dello stesso ing. L. Cassone, il vescovo di Noto, Mons. Mario Mirone, ha la consolazione di riaprire al pubblico la Cattedrale il 2 giugno 1861, festa del Corpus Domini. Quel restauro fu a regola d’arte? Non sembra, se dieci anni dopo fu necessario correre ai ripari, come riferisce Corrado Puglisi nella sua Cronica della Città di Noto, vol. I, 10 [8].Il crollo del 13 marzo 1996 - La Cattedrale, gioiello del barocco netino - dichiarata Monumento Nazionale con decreto presidenziale del 21 novembre 1940 - con decreto vescovile del 22 luglio 1986 ha assunto la nuova denominazione di Parrocchia San Corrado nella Cattedrale, civilmente riconosciuta per decreto presidenziale del 19 dicembre dello stesso anno.

Abbiamo vissuto con angoscia il recente nuovo crollo della cupola, della navata maggiore e di quella orientale: era la notte del 13 marzo 1996. Va ricordato il 13 dicembre 1990 un boato in piena notte e 40’’ di terremoto del 7° grado Mercalli con epicentro nel Golfo di Noto. Il crollo del 13 marzo 1996 avvenne dopo venti giorni di pioggia quasi ininterrotta. Così, ancora una volta ha fatto provvisoria supplenza la vicina chiesa S. Maria dell’Arco e, ben presto, la chiesa S. Carlo al Collegio, che già nel 1848-61 avevano surrogato l’inagibilità della stessa Cattedrale.

Il vescovo Mons. Salvatore Nicolosi nella ‘Lettera a conclusione del Sinodo diocesano’ affermava: “…Adesso, dopo che l’inclemenza del tempo e l’incuria degli uomini hanno fatto crollare le mura di pietra della nostra chiesa cattedrale, prima ancora di rialzarle materialmente siamo chiamati ad accogliere l’appello del Signore che ci ha eletti per costruire la sua casa viva, opera dello Spirito Santo. Noto, 4 aprile 1996”.

Verso la riapertura - Subito dopo il crollo furono avviati i lavori necessari alla salvaguardia delle parti residue della chiesa e gli studi propedeutici alla redazione del progetto di ricostruzione. Tutte le operazioni di primo intervento e sgombero delle macerie, come pure la fase successiva di ricostruzione vera e propria, sono state coordinate dal Prefetto di Siracusa, dott. Elio Priore, nella qualità di Commissario delegato per la ricostruzione della Cattedrale netina[9].Nell’omelia programmatica del 29 agosto 1998 il novello vescovo di Noto, Mons. Giuseppe Malandrino sottolineava “la priorità della ricostruzione della nostra Cattedrale, senza dimenticare gli altri edifici sacri dissestati delle città e di tutta la diocesi”.

“Il compito di progettare e dirigere i lavori di ricostruzione fu confermato allo stesso gruppo che poche settimane prima del crollo era stato incaricato del restauro della chiesa, composto da prof. Antonino Giuffrè, dal sottoscritto [ing. Roberto De Benedictis] e dall’arch. Salvatore Tringali. (…) Quasi tutte le parti residuate dal crollo sono state mantenute ed integrate nella nuova costruzione, ad eccezione dei pilastri della navata sinistra che, pur non crollati, presentavano le stesse pessime caratteristiche costruttive di quelli in lato destro ed erano diffusamente lesionati. Si è lavorato in un ‘moderno’ cantiere del Settecento, basato su una tecnica antichissima e un materiale elementare come la pietra, ma che poi ha fatto uso di organizzazione e processi attuali, strumenti di calcolo e di controllo sofisticati e qualche inserto, assai circoscritto e mirato, di tecnologie avanzate, come l’impiego di fibre di carbonio per alcuni rinforzi strutturali. (…) Per la cupola sono stati assembrati 1.800 elementi distinti, per i pilastri e le fondazioni più di 81.000, blocchi cavati, tagliati secondo disegni e misure diverse e murati uno ad uno. Ogni pietra è entrata a far parte della struttura della Cattedrale solo grazie alle mani di chi l’ha tagliata, sollevata, adattata ed infine fissata con la malta di calce. Gesti che si sono ripetuti ogni giorno, per sette anni, ma non ripetitivi, perché ogni volta hanno richiesto l’attenzione, la perizia, la pazienza degli uomini” [10].Concludendo, va ricordato che la costruzione di una cupola è stata l’ossessione di generazioni di architetti, la sfida più difficile che abbiano dovuto affrontare. Comunque, la costruzione di una cupola rivela insieme le capacità tecnologiche della civiltà che la realizza e la dimensione simbolica che essa accorda al cosmo. Una tradizione comune a molte culture, che si radica nel simbolismo del quadrato e del cerchio, del cubo e della sfera. Si pensi al Pantheon romano, che tante vicissitudini valse agli architetti dell’imperatore Adriano; oppure alle difficoltà dei costruttori della volta di Santa Sofia a Costantinopoli, che crollò cinque volte dopo l’ingresso trionfale di Giustiniano nell’edificio, o alle delusioni procurate a Filippo Brunelleschi dai committenti della Cattedrale S. Maria del Fiore di Firenze. Si pensi alla Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme o alla cupola del Brunelleschi a S. Ivo alla Sapienza di Roma.

Qui, ho accennato appena a quanto è successo nel tempo alla Cattedrale netina, mirabile opera d’arte e singolare testimonianza di fede. Dedicata a S. Nicolò, essa si staglia sulla Città con la sua straordinaria scalinata e ne costituisce il cuore e il centro della vita spirituale.

Il 7 novembre 2006 si è svolta la cerimonia di copertura completa della chiesa cattedrale mediante la chiusura della lanterna della cupola sormontata dalla Croce. Così, a undici anni dal crollo, si è realizzato quest’ultimo adempimento a regola d’arte, alla presenza del vescovo Mons. G. Malandrino e del sindaco Avv. Corrado Valvo.

La tanto attesa riapertura della stessa beneamata Cattedrale viene vissuta il 18 giugno 2007 con indicibile trepidazione da tutti: inaugurazione ufficiale alla presenza dei Card. G.B. Re prefetto della Congregazione dei Vescovi, dell’Arciv. Bagnasco presidente della CEI, di Mons. Malandrino e Mons. Nicolosi, di numerosi Vescovi e presbiteri, come anche dell’On. Romano Prodi presidente del Consiglio dei Ministri, di Sindaci e di Autorità civili e militari.

Prima a rientrare nella Cattedrale ricostruita era stata, la sera precedente alle ore 22, l’Arca argentea con il corpo del Santo Patrono nella sua cappella! Finalmente quelle ampie volte del risorto tempio maggiore netino risuonano di preghiere e canti corali e del tradizionale Inno al Santo: “O Netini, sul labbro e nel core / di Corrado la lode risuoni…”!


Salvatore Guastella




Così il prof. Corrado Gallo, storico netino, commentava lo sforzo della pubblica autorità nel 1703 a pro della costruenda Chiesa Madre S. Nicolò, oggi Cattedrale: “Coll’affrontare una serie di problemi, dei quali il più spinoso era quello finanziario, la città di Noto si rivelava ancora una volta la degna patria del Carnilivari e del Manuella, e realizzava quel mirabile complesso urbanistico che è motivo di ogni più alto e sincero apprezzamento da parte di chi, visitandola, ne scopre le manifeste e occulte bellezze”.

Noto, Biblioteca comunale, Libro Giallo, c. 452.

Noto, l. c., op. cit., 191.

Noto, l. c., op. cit., c. 132.

Gaetano Giammanco, Memorie storiche netine, p. 23 e 25.

Questo il pressante editto: “Cittadini di Noto, figli di S. Corrado, germe di pietosi antenati, voi che tante lacrime versaste sulle rovine del tempio maggiore di questa metropoli, che per tanti anni ne sospiraste la ricostruzione, voi che ormai non potete più sostenere la vergogna di mostrare al pellegrino le ceneri del vostro santo proteggitore riposte alla peggio in un angolo del tempio crollante, inonorate e malconce, aprite finalmente il cuore alle più liete speranze: le vostre brame sono già alla vigilia del suo compimento, il tempio di Corrado sorgerà più bello e magnifico di mezzo alle sue macerie. Gigantesca è l’impresa, enorme la spesa da sostenersi, parche le rendite disponibili della chiesa cattedrale, e pure vedrete tra poco torreggiare magnifica e bella la cupola del vostro maggior tempio, ristorati gli altari e l’arca del Santo protettore tornerà all’avito suo trono, per accogliere le vostre preghiere. Lo sperare sussidi da fonti straniere è vana lusinga. Inutili sono tornati gli sforzi per ottenere munificenze da più alti personaggi. Il nostro Santo non ha permesso che la gloria di ristorare il suo tempio sia diviso da noi con persone d’estranea contrada. Sì, noi solamente che sotto l’ombra ci accogliamo di tanto protettore, ci recheremo il vanto non perituro di aver costruito un’opera che lotterà coi secoli, e insegnerà ai posteri qual fu mai sempre il cuore dei Notinesi verso il suo gran Santo. Veramente facea gran pena l’udir come in Avola, in Modica, in Ferla, in Scicli e in altre città della diocesi nostra siano state ristorate e in più vaghe forme ridotte le chiese danneggiate dal terremoto del 1848; e Noto sola, città colta e nobile, capitale di Provincia e sede di un Vescovo e di un Capitolo Cattedrale, Noto, che sì di frequente schiude i suoi tesori per le opere pubbliche comunali, mostravasi neghittosa e inerte al cospetto del suo tempio in rovina. No, che non son anco estinti i grandi spiriti dei nostri maggiori, di quegli eroi che abbellirono l’antica e la moderna Noto dei più sontuosi edifici sacri e profani. Destiamoci dunque dal letargo profondo, animiamoci scambievolmente alla grande impresa, avviamo quella scintilla di devozione pel nostro San Corrado, che c’è in tutti i cuori dei notinesi. La difficoltà dell’opera non ci spaventi. Un magnifico slancio di cittadino entusiasmo, uno spirito di associazione concentrata e compatta, un’accesa brama di concorrere ciascuno giusta sua possa, una costante riunione di piccole oblazioni dei singoli farà fronte alla spesa. Cittadini, uomini e donne, grandi e piccoli, nobili e plebei, tutti siam figli di Corrado, che invochiamo nei bisogni; tutti ne sperimentiamo la beneficenza, la protezione, l’amore; tutti dunque dobbiamo concorrere: i nobili da nobili, i ricchi da ricchi, i poveri da poveri. Oh, il grato piacere, l’ineffabile sentimento, la lieta satisfazione che sperimenterà il cittadino quando, entrando nel venerando tempio già condotto al suo perfezionamento, quando al contemplare da lungi la cupola che svetta ed elegante si spingerà alle nubi, potrà dire nell’intimo del suo cuore: ancor io benché indigente diedi un obolo per quel sontuoso edificio, ancor io col frutto delle mie privazioni diedi una spinta per innalzare questo monumento a Corrado! Che se per l’opposto duro e tenace si mostrerà all’invito pietoso, questo simulacro di cittadina munificenza sarà un perpetuo rimprovero alla sua indifferenza, né potrà fissarvi gli sguardi senza rimorso. Noto, 1 aprile 1860”.

“Detta costruzione a pomice non fu consigliata dall’architetto catanese Maddem (secondo quanto scrive da Catania il 30 maggio 1859 Giuseppe Mirone, fratello del vescovo di Noto, Mons. Mario Giuseppe Mirone) il quale consigliava piuttosto di ricostruirla di soli mattoni cimentati con malta di pozzolana del Vesuvio. La forma delineata nel progetto, anzi, gli sembrò tozza; sarebbe stato assai meglio che fosse più alta per non gravare tanto” (C. G. Canale, Noto. La struttura continua della città tardo barocca, p. 296).

“Nella nostra cattedrale si lavora a restaurare la cupola e veramente n’era tempo, perché quanti inverni si lasciavano correre tanti colpi si davano per acconciare la durata della stessa. un’opera di recente data, che reclama pronti ripari, di argomento ad una viva censura a chi ne diresse i lavori. Non occorreva un grande sforzo per prevedere che quella copertura di piombo non poteva resistere a lungo ai calori eccessivi del nostro clima. Ci dicono che quel piombo fu messo ad onta dei reclami e delle rimostranze dell’ingegnere, e solo per una ostinazione matta del parroco D. Nicolò Messina. Ne avvenne quello che era prevedibile; in molti punti il piombo non aderiva più alla fabbrica, perché diradato dal solleone; un forte vento di ovest – il quale fu così violento da portare via le tegole in varie case, e che fece cadere gran quantità di arena rossa da rimanerne tinte tutte le strade – spirato nello scorso novembre [1871], lo distaccò quasi dell’intutto; e si deve alla scarsezza delle piogge se lungo i mesi invernali non ha molto sofferto sì bello edificio. Pure, qualche macchia d’umido alla parte interna ci dice che qualche infiltrazione v’è sempre stata”.

Vedi: Roberto De Benedictis-Salvatore Tringali, La ricostruzione della Cattedrale di Noto, L.C.T. edizioni, Noto 2000, pag. 13.

Ing. Roberto De Benedictis, Cattedrale: verso la riapertura, in “Noto informa” del dicembre 2006, pp. 4-5.

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