PELLEGRINI CON SAN CORRADO AGOSTO 2026
NOTO: UN CARRETTO DEDICATO A SAN CORRADO
L'EREMITA PENITENTE
La figura storica di questo Santo piacentino passa attraverso la contestualizzazione con il territorio, non ultima quella che oggi è la Via Francigena. Difatti il nostro Santo Eremita inizia la sua avventura spirituale da quel piccolo borgo che è Calendasco: il castello e l’hospitio-romitorio. Ai nostri giorni abbiamo proprio qui sul Po, il passo francigeno detto “di Sigerico”.
Il romitorio già verso il 1280 era retto da frà Aristide, maestro spirituale di s. Corrado e superiore del piccolo ospedale, proprio frà Aristide nel 1290 andò a Montefalco per presiedere alla costruzione del convento di s. Chiara e poi tornò a reggere la sua Comunità piacentina di fraticelli della penitenza o del terz’ordine francescano.
Nel 1315 circa vi è l’incendio devastante causato dal Confalonieri durante la caccia, e se fino a qualche anno fa la storiografia lo indicava essere nei pressi di Celleri, basandosi solo su una tradizione, ora abbiamo il sostegno di una pergamena che ribalta e corrobora la storia. L’abbiamo rintracciata in Archivio di Stato a Parma nel fondo del monastero di Quartazzola, è una pergamena in scrittura corsiva latina datata 11 gennaio 1589. Questa investitura di un fondo terriero di 200 pertiche piacentine (circa 45 campi da calcio) ci dice che le terre in direzione di S. Nicolò a Trebbia e che coinvolgono anche il territorio di Calendasco sono chiamate “alla Brugiata”. Questo grande spazio rurale fatto di campi coltivabili, boschi e viti con ragione possiamo intenderlo come la prova che lì un tempo vi fu un grande incendio, indicato appunto dalla toponomastica che chiama tutto quell’appezzamento “Bruciata” nonostante fosse stato terreno fertile e coltivo.
D’altra parte anche le “case bruciate” di Celleri sono una indicazione toponomastica così come il “molino bruciato” di Calendasco. Gli Statuti piacentini più antichi, quelli del feroce Galeazzo Visconti (1322 – 1336) prevedevano per l’incendio doloso varie pene a seconda della gravità ed entità dello stesso, ma il reo poteva pagare il danno al Comune con una grande somma pari a 200 lire oppure era libero – tra virgolette - di fare una volontaria cessione di tutti i beni. Senza addentrarci nella questione, possiamo credere fosse appunto questa la pena dovuta per l’incendio del nostro santo come già la storia secolare tramanda e ancor più quella del XV e XVI secolo scritta nella lontana Noto.
Lo sviluppo del culto al Santo Penitente ha una svolta in Piacenza nel 1611, quando giunge la lettera del 1610 scritta dai Giurati da Noto, bellissima città sicula nella quale da ormai sette secoli si conserva con somma venerazione il corpo del Confalonieri. Nella lettera si chiede di far ricerche negli archivi piacentini per scoprire quello che il santo frate “habbia molto più occultato per humiltà di quello che s’é investigato”.
La risposta è in parte nella lettera spedita da Piacenza nel 1611 che vede gli Anziani e Priori comunicare quanto avevan potuto sapere. Allegano alla missiva una “Informatione circa l’Illustre Famiglia Confaloniera” dalla quale leggiamo testualmente che nel Monastero francescano di S. Chiara, ancor oggi visibile sullo Stradone Farnese, tra le tante cose avevan “trovato notitia di una suor Gioannina Confalloniera che specialmente viveva nel 1340 et anco nel 1356” e che poteva essere la moglie del Santo Corrado al tempo della sua vita piacentina.
Come detto, in questi primi decenni del 1600 assistiamo a Piacenza un rincorrersi di espressione di devozione e di propaganda del culto molto significativa a s. Corrado Confalonieri. In Cattedrale gli si erige una cappella dipinta ed ornata con altare e tutto per volontà di Gian Luigi Confalonieri, affrescata nel 1613 dal Galeani pittore di Lodi, queste belle quattro vele sono ancor oggi visibili e recentemente restaurate. Rappresentano scene basilari della Vita del Santo Eremita. Qualche anno dopo vi venne collocata una bella tela del Lanfranco, che nel periodo napoleonico fu trafugata ed ora è esposta nel museo di Lione in Francia. Anche il canonico del duomo Pier Maria Campi scrisse una Vita del Santo Corrado per assolvere alle richieste dei netini che desideravano maggiori notizie e fu pubblicata nel 1614 a Piacenza. Cosa ancor più notabile, il vescovo mons. Claudio Rangoni che era stato investito anch’egli dagli Anziani di Noto di far ricerche sul santo piacentino, suggella le ricerche storiche andando a validare di proprio pugno il Legato Sancti Conradi. Redatto nel Palazzo Episcopale dal Cancelliere e Notaio della curia il 9 agosto 1617, vede la volontà del Conte Zanardi Landi di erigere una cappella ed altare al Santo piacentino nella chiesa di Calendasco.
Fondamento dell’atto giuridico che ha valore pubblico con proprie forme solenni, secondo le regole ferree della diplomatica, vi si afferma che i Confalonieri erano abitatori e feudatari di Calendasco; che il culto era già esistente e che andava rinvigorito proprio nel borgo citato e, si badi bene, cosa importantissima per la storiografia è che si afferma che il santo Corrado è nato fisicamente in Calendasco “in eodem loco”. Dal punto di vista storico questa è una notizia eccezionale perché và a chiudere tessere mancanti e apre ancor più a nuovi stimoli di ricerca.
Il famoso Legato in scrittura latina, dopo aver illustrato clausole e somme circa il culto e la santa messa in onore al Santo, si conclude con la firma dei testimoni e del vescovo che “per tutti e per ognuno, e dopo aver osservate le debite formalità della legge, dalla pienezza della sua autorità Episcopale, interpose e interpone e parimenti decreta.”. E proprio Calendasco – unico caso in tutta la diocesi piacentina – lo avrà quale Patrono da quei giorni andando anche ad abbellire la cappella del Santo con la stupenda pala che lo raffigura ormai vecchio penitente con sullo sfondo il ricordo dell’incendio frutto della sua conversione e cambiamento di vita. Purtroppo gli affreschi esistenti su alcune pareti laterali della chiesa, con scene della Vita Conradi vennero coperti da una pittura omogenea nel 1971 durante i grandi lavori di adeguamento dello spazio liturgico secondo i canoni prospettati dal Concilio Vaticano II voluti dallo storico arciprete del borgo nonché Canonico di S. Antonino don Federico Peratici.
Oggi si ammirano di quegli anni gli affreschi del piacentino Ricchetti e in particolare il suo possente san Corrado sotto la croce posto nell’abside tra santi piacentini. La Tradizione ce lo fa conoscere come San Corrado da Piacenza, e questo giustamente perché la Casata Confalonieri possedeva anche in città in zona S. Eufemia un palazzo ed in Cattedrale si eresse la bella cappella con altare oggi demoliti, e per di più la città è indicativa di un’area facilmente individuabile da qualsiasi devoto in Italia.
Resta però il dato storico: la nascita fisica del Santo nel piccolo feudo e borgo di Calendasco, un dato che perlomeno non va ignorato ma anzi dovrebbe essere con serietà riconosciuto. Ma c’è pure un altro aspetto da porre sotto attenzione e che poco si è valorizzato, riguarda gli accadimenti propri del 1300 e che ebbero anche una ripercussione su coloro i quali vivevano da laici convertiti e penitenti come il nostro Corrado. Il papa Giovanni XXII nel 1318 con una bolla aveva scomunicato i frati dissidenti detti volgarmente “spirituali” facilmente confondibili per tipologia d’abito con i fratres de la penitentia francescani.
Già nel 1312 un folto gruppo di questi era fuggito, con altri del nord Italia, in Sicilia terra poi d’elezione del nostro eremita. Se Corrado nel 1315 vive la famigerata causa dell’incendio, da una parte lo vediamo essere sotto il martello e l’incudine, perché egli è guelfo e quindi schierato con la Chiesa diversamente dal Galeazzo Visconti ghibellino, però allo stesso tempo veste l’abito bigio penitenziale terziario confuso con quello degli “eretici” che, lo sappiamo dal frate Aristide, seguiva la Regola del 1289 per i laici religiosi, la famosissima Supra Montem di papa Niccolò IV. Nel contempo la confusione era estrema: anche i Poveri Eremiti del frate Clareno furono sciolti ed il pasticcio tra Beghini e Spirituali era talmente esteso che con una altra bolla del 1319 lo stesso papa Giovanni XXII dovette difendere e proteggere ufficialmente i Penitenti e Terziari francescani dicendo che non andavano confusi con i ribelli. Ed anche la cosiddetta faccenda Templare coinvolge gli anni corradiani; l’istruttoria contro i frati Templari si aprì nel 1307 e si concluse nel 1312.
Come sappiamo i templari di Piacenza furono tutti assolti dall’accusa di eresia nel 1310 ed anzi già nel 1304, al primo sentore di cattive notizie a loro riguardo, avevano donato i loro beni ai domenicani piacentini. Era questo il clima politico-sociale e religioso che vigeva quando san Corrado ebbe il suo incontro con quelli che la Vita Conradi più antica, il manoscritto netino del XIV secolo, diceva esser stati poviri et servituri di Deu.
Altra questione sul fuoco – termine adatto per una santo “incendiario” - è quella dell’iter della sua beatificazione e poi santificazione. A Noto, e per fortuna proprio là, diremmo oggi rileggendo i fatti e la storia, in quella lontana città ove visse da eremita nella grotta dei Pizzoni, alla sua morte avvenuta nella tarda mattinata del 19 febbraio 1351, immediatamente ne furono riconosciute le virtù di santità; già da vivo infatti Corrado compì tanti e copiosi miracoli: primo resta quello del pane che caldo portava fuori dalla grotta ai tanti miseri e visitatori. Non avevan certo bisogno di tante altre prove i cittadini di Noto per riconoscere in lui un sant’uomo, l’avevano sperimentato da vivo e ne portavano memoria e rispetto estremi. Tralasciamo qui di approfondire ulteriori fatti venuti da Noto e atteniamoci alla sua patria piacentina.
Nei secoli successivi, durante l’iter diciamo “romano” della causa, un aspetto che la storiografia corradiana non prende in considerazione e che mettiamo sul piatto, è strettamente connesso ai suoi discendenti di Piacenza e Calendasco nel particolare. Infatti nel 1547 il duca Pierluigi Farnese fu assassinato a Piacenza e tra i Nobili cospiratori è anche Giovan Luigi Confalonieri feudatario di Calendasco.
Il Duca sappiamo che era figlio di papa Paolo III e la famiglia Farnese una delle più in vista a Roma. Dopo varie vicende si arrivò alla confisca dei beni dei congiurati e tra questi quelli appartenuti appunto anche al Confalonieri assassino, tutto questo circa quaranta anni dopo il fatto. In Archivio di Stato di Parma abbiamo consultato gli atti della confisca e tra i beni che possedeva a Calendasco il feudatario Giovan Luigi Confalonieri e suoi fratelli, vi è anche una parte di quello che è l’hospitio posto in “Co’ di Borgo” cioè all’inizio del paese come è ancora attualmente oggi visibile.
I beni sono acquistati dallo Zanardi Landi e con quella fortissima somma il congiurato in questione è costretto al bando da Piacenza e portarsi a Milano. Casi della storia: Giovan Luigi Confalonieri, colui che circa cinquant’anni prima uccise il Duca piacentino, nei primi anni del 1600 fu fatto Capitano di Giustizia a Milano. Questa sintesi per far comprendere con logica come mai l’iter di santità del nostro Eremita non potè che concludersi in pieno seicento; la macchia della Casata dei Confalonieri d’aver ucciso il figlio di Paolo III si trascinò certamente per anni, anche come memoria nella stessa Curia Vaticana.
La causa per la santità cominciata a Noto nel 1485, poi sospesa, vede la conferma del culto nel 1515 per mano di papa Leone X; la conclusione per brevità possiamo porla con la bolla di papa Urbano VIII che nel 1625 concede al Ministro Generale dei Frati Minori Cappuccini di celebrare la festa del Santo Corrado in tutto l’Ordine francescano dell’orbe. Intanto restiamo in attesa del gemellaggio tra le diocesi di Piacenza e Noto auspicando che la cosa non si risolva in sola retorica e a beneficio dei soliti noti ma che possa coinvolgere appieno tutti quei devoti che in vario modo amano e studiano questa bella figura di Santo.
RACCOLTA CIBO SAN CORRADO AGOSTO 2026
COME NOI ERI CARNE E OSSA
TRASLAZIONE E PROCESSIONI AGOSTO 2026
SI LASCIO' CADERE SULLE GINOCCHIA
SI LASCIO’ CADERE SULLE GINOCCHIA
IMPOTENTE DAVANTI A S. CORRADO
Proponiamo un completamento di dati e fatti per la corretta interpretazione del documento letterario della Vita di S. Corrado dedotta dagli Annales Minores voll. 4 del 1637 scritta da Luca Wadding uno degli storici francescani tra i più autorevoli mai esistiti e per completezza e verifica troverete anche l’immagine del testo che andremo ad analizzare nel dettaglio.
In questo breve saggio voglio portare all’attenzione quella parte che riguarda il fatto della visita inaspettata a S. Corrado del vescovo di Siracusa e quindi darne una sana lettura per comprenderla nel dettaglio: qui il miracolo del pane avviene sotto gli occhi dell’Autorità della Chiesa e il suo avallo determina già in nuce la futura certa elevazione tra i Santi dell’Eremita piacentino.
Troppe voci gli arrivavano all’orecchio dai suoi sottoposti e così nello sfarzo della sua posizione decide di muovere tutto il suo staff (per dirla alla moderna) per andare da Siracusa a Noto, là tra quei monti dove pare viva in una grotta tra la folta vegetazione bagnata da una piccola fiumara, un frate eremita con poteri particolari.
Per farla breve: il Vescovo siracusano - perchè a quel tempo Noto ricadeva sotto a quella diocesi - arriva là per fare una esplorazione di presenza in cerca della verità e visitarne la dimora e ad antrum perrexit (ed entra nell’antro, nella grotta) mentre Corrado è assente, e quindi qual momento migliore per fare un’ispezione proprio a quell’antro e le parole hanno un peso: infatti antro significa letteralmente cavità profonda e oscura nel fianco d'un monte o d'una roccia; grotta, caverna.
Già così rende l’idea di come sia un luogo umile, semplicissimo, quasi inadatto alla vita di un uomo e il Vescovo perlustra la grotta, rapidamente, perchè è una grotta piccola e inospitale e vede che non contiene mobilio (suppellectilis nihil) ed anche niente cibi ne cotti ne crudi pronti da cucinare, insomma in questa speluncam nudam cioè antro scuro quasi pauroso completamente vuoto egli trova solo una zucca per tenervi l’acqua da bere, e vede che non c’è il letto e neanche uno sgabello, ma c’è solo un unico ambiente, completamente vuoto, freddo, scuro e inospitale.
A quel secolo la grotta aveva ancora ovviamente la parete del monte con ricavata la piccola porta e una finestrella per l’aria, diversamente dal poi quando venne costruito circa 250 anni fa il Santuario per inglobarla abbattendo la parete frontale per poter mostrare il resto dell’anfratto così come ancor oggi lo vediamo.
Questa che segue è la testimonianza di quello che il Vescovo trova in quel luogo e già da questa prima impressione si avvede che molto di quello che gli dicevano di questo strano personaggio vivente lì tra la natura impervia, era una esagerazione, infatti come poteva un uomo che faceva una tal vita rozza e solitaria essere un pericolo per la religione?
Perchè noi dobbiamo essere scaltri e leggere in questo fatto della visita vescovile un tentativo di inquisizione, non siate ingenui dal credere che tutto questo apparato si sia messo in movimento così senza un solido motivo: da Siracusa a Noto (Antica ndr) ci voleva un giorno di viaggio a cavallo, con carri e uomini per trasportare ciò che era utile al Vescovo ed anche un manipolo di soldati a protezione, questo era quel mondo medievale che ben gli storici ci han descritto.
Finalmente, leggiamo dal testo, arriva Corrado, e si avvede di tutto questo trambusto intorno alla sua grotta e come si accorge che si trattava del Vescovo, senza indugio gli si getta davanti in ginocchio e gli chiede la benedizione quindi i due iniziano a discorrere, ed immaginiamo delle tante domande che gli sian state rivolte e da come poi si evolve questo momento, si capisce chiaramente che ormai nel Vescovo è caduta ogni reticenza verso questo frate che considera solo un sempliciotto desideroso di vita in solitudine in modo molto povero ma anche però secondo una visione cristiana, difatti il Vescovo nota che come gesto primo, Corrado si era gettato in ginocchio onorando sia la sua persona ma anche ciò che rappresentava: il Pastore del gregge cristiano.
A questo punto, passata qualche ora della mattinata, viene ordinato ai servitori di preparare sul campo un desinare al quale Corrado è invitato, anche perchè, dice ancora il Vescovo, aveva notato che non aveva proprio niente da mangiare di nessun genere e desidera averlo alla sua mensa: Nihil, frater Conrade tu habes in cella... e adesso va prestata molta attenzione al racconto storico, perchè tutta la vicenda che stiamo narrando ha un valore storico e letterale, perché le parole del Vescovo si fanno più pacate, difatti stavolta si rivolge a Corrado parlando non più del suo antro ma della sua cella, cioè camera, cappella, luogo che tutto sommato non è più così desolato visto il buon fine e il buon carattere di colui che l’abita, e la cella è la casa per eccellenza dell’eremita cristiano.
Infatti ben sappiamo che con Guglielmo Buccheri, appena arrivato a Noto, S. Corrado và ad abitare presso le celle che eran al di sotto le mura del castello, le celle sono luoghi semplici ma benedetti e gli abitanti di Noto, sia nobili che popolani, sapevano che chi le abitava eran uomini di fede ed alla ricerca di penitenza e solitudine, uomini religiosi e buoni, da non molestare.
E il Vescovo continua e dice: Io vengo qui da te, di persona (parole che son da intendere: Io il Vescovo, con tutto questo apparato, dovendo affrontare un viaggio e disagi e magari potendo far altro di più utile ndr) e tu non hai nulla da offrire al tuo ospite illustre? - intendendo se stesso, con queste poche parole il Vescovo sta facendo facile ironia verso Corrado: quello che capiamo tra le righe è questo: “Io il tuo Vescovo, nobile e importante, faccio questo viaggio, vengo qui credendo di trovar chissà che ed invece mi ritrovo una speloca vuota e scura, abbandonata tra i monti e la natura selvaggia ed abitata da un poveraccio, umile ma con un’ideale religioso e buono, e che nemmeno può offrirmi qualcosa da metter sotto i denti ne da bere, perchè una misera zucca con poca acqua dentro pende appesa nell’antro!”.
Ma Corrado, uomo semplice ma di rara intelligenza, alacri animo e hilari facie cioè prontamente senza indugio (alacri animo) e di buon umore, mostrando nell’aspetto e negli atti l’interna contentezza (hilari facie) gli dice: Aspetta o signore ad allontanarti! Vedo cosa trovo qui dentro per servirti!
E il racconto adesso non indugia perchè si arriva a risolvere tutto questo fatto del Vescovo scomodato quasi per nulla e si passa a concretizzare tutto quello che fino ad ora abbiamo letto di questo fatto storico: esce (Corrado dalla grotta ndr) con quattro candide e bollenti (appena sfornate ndr) focacce (placentas=focacce) dal gusto buonissimo come è ben testimoniato.
In questo fatto miracoloso e concreto, perchè le focacce calde, bianche e gustose son lì davanti dopo che fin a poco prima quel luogo pareva solo un buio e desolato antro inospitale, c’è tutto quello che è un giudizio della Chiesa stessa, nella persona del Vescovo che è una autorità con diritto di giudizio inappellabile e che viene umanizzato dopo che incontra l’uomo Corrado, discutendo con lui, e infine vivendo un fatto miracoloso in prima persona ma non solo visivamente ma anche concretamente perchè quelle focacce sono mangiate e sono buonissime e servite lì in diretta, senza possibilità di obiezione: il miracolo c’è ed è avvenuto lì, sotto agli occhi increduli di quella gente.
Obstupefactus Episcopus: il Vescovo è sbalordito, stordito e buttato in ginocchio di peso, (in genua provolutus) e stavolta è lui che si piega davanti a quello che fino a poco prima considerava un semplicione devoto, e vede che questo pane viene dal cielo non c’è altro modo, e ne è testimone e anche lo può mangiare e gustare e senza nessuna scusa, mostrando qui il Vescovo onestà ammette che Dio è presente e opera nell’uomo Beato (nel senso di santo ndr) che completamente si affida appunto a Dio Padre, riconosce di fatto la santità di Corrado, in quel momento, da vivo!
Questo fatto storico particolare può essere il paradigma, cioè il modello per poter dire senza pericolo di smentita che San Corrado è uomo di Dio, annullato in ogni suo rapporto col mondo se non come Patrono intercessore e la figura del Vescovo che vede e testimonia quel fatto è già un dato storico della Chiesa che testimonia che l’Eremita della Valle dei Miracoli di Noto è un Santo per davvero, ma di quelli potenti e concreti perchè da quella grotta è uscito pane messo dal Cielo, dalle mani e per mezzo del nostro Patrono.
Panem tanquam de caelo missum reverenter accepit!
testo di studio storico di Umberto Battini
SAN CORRADO DATI STORICI IMPORTANTI
RICERCA E VERITA'
VANNO DI PARI PASSO
San Corrado Confalonieri e Calendasco, tanta documentazione inedita emersa dagli archivi
Ma la ricerca d'archivio a chi è riservata? A qualche privilegiato?
No! La ricerca d'archivio è aperta a tutti, chiunque può andare in
Archivio di Stato a Piacenza e Parma o Milano e fare una ricerca
storica.
E' quello che iniziai quasi 30 anni fa, così ho fatto io!
Sacrificando il tempo libero per dedicarmi alla polvere di queste carte
preziose, facendole passare una ad una, a volte con successo a volte
invece senza risultati.
Ma a furia di ricercare le carte sono saltate fuori!
Basta andare tra le carte antiche e impolverarsi le mani, sfogliare
carte raccolte in faldoni. Basta avere la voglia di guardare tra libri,
fogli, e cartelle e leggere le carte e sperare di ritrovarci qualcosa di
importante o utile allo studio.
Intanto bisogna ribadire che
Calendasco vanta oltre 400 anni di Patronato di San Corrado! Cioè è Patrono e
Protettore di questo comune e di questa gente piacentina calendaschese
da più di quattro secoli!
La Tradizione storica indica in Calendasco il
convento del Gorgolare ove erano i frati penitenti terziari che
accolgono San Corrado dopo l'incendio!
Lo hanno scritto fior fiore
di storici antichi. E sempre a Calendasco nel 1290 il Santo Terziario
francescano è nato nella camera superiore che dà sulla caminata magna
del castello dei Confalonieri del paese.
Ma dove è scritto?
E'
scritto in carte d'archivio nel Fondo Notarile dell'Archivio di Stato di
Piacenza e in quello della Parrocchia di Calendasco, precisamente nel
documento detto Legato Sancti Conradi del 9 agosto 1617.
Scritto dal notaio e cancelliere della Curia vescovile di Piacenza dentro al Palazzo del vescovo di Piacenza!
L'atto è degno di fede perchè scritto da notaio di Curia davanti a
testimoni e sottoscritto e firmato dal Vescovo di Piacenza in persona!
Vi si legge che i Confalonieri erano da secoli feudatari di Calendasco e
che proprio a Calendasco San Corrado ha avuto la sua origine terrena e
che ne è Patrono!
Anche il castello lo testimonia nella sua struttura:
il cassonato ligneo del 1300 del soffitto è tutto tappezzato dallo
stemma dei Confalonieri.
Genericamente a Noto si è sempre detto S. Corrado essere di Piacenza, ma va da sè che è una informazione fittizia, fatta perchè non c'erano notizie certe e ovviamente a Noto, a quei tempi antichi presero per riferimento la città capoluogo dell'Emilia, ove il Santo era originario.
Non avendo
notizie a quel tempo, così come è certo, ma sapendo i netini che era
piacentino, venne semplice dirlo nativo della città! In effetti a Noto
come avrebbero potuto immaginare che era feudatario di un luogo vicino a
Piacenza, era molto più semplice parlare della città.
Lo studio che ho
potuto fare mi testimonia la feudalità dei Confalonieri a Calendasco per
almeno oltre i 200 anni e lo possiamo leggere in carte di notaio antiche, e
anche vedere nella struttura guelfa del castello del paese e negli
affreschi dello stemma della Casata Confalonieri che sono pitturati.
![]() |
| una pagina del Legato Sancti Conradi del 1617 |
Un qualsiasi storico serio non metterà mai in discussione un documento di notaio curiale del genere!
Solo la mancanza di buona fede o di ignoranza delle regole di come era redatto un documento di notaio con valore legale, può portare a dire che quello che è scritto nel Legato non corrisponde al vero!
Viva San Corrado nato a Calendasco nel 1290 nel castello e nato a vita spirituale nel romitorio del paese dei francescani nell'anno 1315!
Scrissero tre lettere: una agli Anziani del Comune di Piacenza, una al Duca Farnese ed una al Vescovo di Piacenza.
E' stato scritto dal Notaio e Cancelliere della Curia vescovile di Piacenza propria nel Palazzo del Vescovo il 9 agosto 1617.
Tra i Testimoni convenuti anche il Vescovo in persona che alla fine sottoscrive l'atto diplomatico notarile approvandolo e firmandolo.
Alla pagina 12 si possono leggere tradotte dal latino, delle affermazioni inportantissime!
Cioè che San Corrado Confalonieri, che già era Patrono di Calendasco, nello stesso paese vi era nato fisicamente!
![]() |
| particolare del Romitorio ospitale di Calendasco oggi abitazione privata |
Quello che viene trascritto è la sintesi di una ricerca storica fatta a
quel tempo, infatti viene messo nero su bianco tradotto dal latino che
"dopo una ricerca sulla vita fisica" su S. Corrado "ut in eius
vita publica tipis mandata videre est" - si può con certezza dire che
"San Corrado è nato fisicamente nello stesso luogo di Calendasco" e cioè che "in
eodem loco iste Sanctus ut praefertur, vitam terrenam duxit" cioè nello
stesso paese di Calendasco - ut praefertur cioè come è accertato! ha
avuto la sua origine terrena!
E la parola "eodem" cioè "nello stesso luogo" viene tutta intorno puntinata per dare vigore a quanto affermato!
Nello stesso luogo "eodem" ove è Patrono (riferito a Calendasco) il Santo è anche nato, qui ha avuto l'origine terrena!
Un atto notarile fatto in curia vescovile di questo tipo non può in nessun modo essere messo in discussione.
Un qualsiasi storico serio mai si sognerebbe di negare quanto in una
carta del genere viene scritto e affermato, proprio perchè è un
documento ufficiale di Notaio e Cancelliere e fatto davanti a testimoni e
allo stesso Vescovo di Piacenza che addirittura "loda, approva e firma"
tutto!
E' un atto diplomatico notarile in latino.
Si comprende quindi
che fino al 1617 la dicitura che San Corrado era nato a Piacenza era
solo fittizia, e proprio da Noto nel 1610 gli Anziani scrivono per
chiedere più notizie certe, e il Vescovo di Piacenza le fa fare e le
mette nero su bianco, per mano del Notaio e tutto avviene nello stesso palazzo
vescovile!
Se le cose fossero state diverse avrebbe evitato di
scriverlo, e maggiore importanza è il fatto che ad affermarlo è proprio
l'Autorità religiosa cioè il Vescovo!
A Calendasco San Corrado
avevano appurato che vi era nato perchè avevano fatto indagini - ut in eius
vita publica tipis mandata videre est!
Per dovere di serietà, di
buona fede bisogna accettare senza dubbio alcuno quello che fu ricercato
storicamente a quel tempo, e su espressa richiesta di Noto!
E da oltre 400 anni ormai questo è scritto e affermato, inoltre la certezza storica che già
avevamo nel piacentino, era il convento dove si ritirò nel 1315 già
nominato da storici antichissimi, e altro dato inoppugnabile è che
Calendasco vanta ben 400 anni di Patronato, cioè Protettore del
paese e della gente di questo luogo.
Anzi dobbiamo essere fieri che sia stato fatto questo lavoro di ricerca
già nel 1617 su proposta arrivata direttamente da Noto, e che per onore
del vero va preso molto sul serio per rispetto del nostro Santo Patrono.
SE COPI QUALCOSA CITA LA FONTE!
Per approfondire
- visita www.araldosancorrado.org
- Questo Blog e' un prodotto amatoriale e non editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001
- Segnalate i vostri commenti, suggerimenti, idee
- Usate liberamente foto e testi ricordando di segnalare il sito da dove proviene il materiale
- L'Araldo di San Corrado è il Collegamento Devozionale Italiano dei Devoti e Fedeli del Santo piacentino morto a Noto il 19 febbraio 1351 e nato in Calendasco (Piacenza) nel 1290
- San Corrado Confalonieri è stato un penitente, terziario francescano, vissuto da eremita in Noto, nella Valle dei Tre Pizzoni dentro ad una grotta


































