LETTURE DEL BLOG N. 214.000

PRIMO PRESIDENTE DEI PORTATORI DI S. CORRADO

IL PRIMO PRESIDENTE
DEI PORTATORI DI SAN CORRADO
DI NOTO
 
Un testo di mons. Salvatore Guastella (di venerata memoria)
Insigne Sacerdote e Storico della Città e Diocesi di Noto 
 

Noto - Il Cav. Paolo Bufalino primo presidente

della “Società Fedeli e Portatori di S. Corrado”

Il netino Paolo Bufalino (1909 –1974), estroso artigiano del ferro battuto e fabbro del nuovo Seminario vescovile (1955), è stato un miracolato da San Corrado.

Quando nel 1934 egli si arruolò militare in Africa Orientale, durante una operazione bellica venne colpito ad una gamba da una pallottola dirompente. Gli avrebbero dovuto amputare la gamba, ma quella sera stessa egli vede in sogno San Corrado, che glielo sconsiglia; fiducioso nell’intercessione del Santo, egli firma il diniego all’amputazione e fa voto a S. Corrado che, ottenuta la grazia della guarigione, sarebbe andato a Noto per portare a spalla la sua arca argentea nelle annuali festività di febbraio e agosto. Davvero la sua fede l’ha salvato: la gamba non è andata in cancrena! Rientrato a Noto, Paolo manterrà fede al voto fatto ed è stato uno dei primi portatoti organizzati e primo presidente della «Società Fedeli e Portatori di S. Corrado».

Congedatosi dal servizio militare, egli lascia l’officina paterna di via Fratelli Ragusa e si trasferisce con la famiglia nella vicina Avola. Nel 1943, dopo lo sbarco degli inglesi nel golfo netino, fa ritorno a Noto. La ditta Paolo Bufalino, nata dall’esperienza paterna nella lavorazione del ferro, ha prodotto e posto in opera elementi e composizioni in ferro forgiato e battuto, fornendo un prodotto di alta qualità.

Come risulta dai documenti, nel 1947 egli ha collaborato con l’autorità ecclesiastica nella fondazione a Noto della «Società Fedeli e Portatori di San Corrado» “per grazia di Dio e con l’aiuto di S. Corrado il dì 19 febbraio 1947 viene fondata dal sig. Bufalino Paolo, coadiuvato in parte dai portatori” (vedi nota fondo pagina). Dopo l’episodio increscioso del 1 gennaio 1951, quando l’arca argentea del Santo non poté essere trasferita ad Avola per iniziare una Peregrinatio in diocesi, la stessa ‘Società’ viene riordinata dal vescovo di Noto, Mons. Angelo Calabretta, il quale conferma il Bufalino alla presidenza. Questo il documento della Curia vescovile di Noto:

 «L’anno 1950 il dì 15 marzo alle ore 20 nella sede della Società Fedeli e Portatori di S. Corrado si è riunito il Comitato direttivo per deliberare il seguente ordine del giorno: Modifiche ed aggiunte allo Statuto. - Art. 1. Per grazia di Dio e con l’aiuto di S. Corrado il dì 19 febbraio 1947 viene fondata dal sig. Bufalino Paolo, coadiuvato in parte dai portatori la Società portante il nome di Associazione Confratelli portatori e fedeli di S. Corrado, con sede in Noto via Rinaldo Montuoro, 4. - Art. 30. La Società avrà pure un nucleo sportivo. – Art. 32. Nella stessa Associazione fanno parte i proprietari e portatori dei Cilii; essi, come il nucleo sportivo, saranno separati in apposito regolamento. – Art. 33. Il capitale della Società è di appartenenza dei soci, ma non potrà essere distolto, né in parte, se non per i fini e lo scopo che si propone la Società, e ciò fino a quando avrà vita la Società medesima. Aggiunto regolamento Cilii e dei portatori di San Corrado qui allegato. Noto, 15 marzo 1951. Paolo Bufalino. - Si approva. Noto, 16 marzo 1951. Sac Salvatore Fiaschitello».

Affermato artigiano e prestigioso maestro del ferro battuto, stimato e ben quotato nel tessuto sociale cittadino, uomo di sani principi morali e di profonda fede cattolica, il Cav. Paolo Bufalino - il quale ha saputo aggregare attorno alla venerata arca di S. Corrado persone di varie idee politiche, ma tutte sentitamente devote del Santo Patrono di Noto - si sentì ormai sciolto dal voto fatto in Africa Orientale a San Corrado e dà, così, ai suoi concittadini esempio di umiltà cristiana, mettendo a disposizione del vescovo A. Calabretta l’incarico di presidente. La ‘Società’ verrà riordinata dall’autorità ecclesiastica il 19 gennaio 1953 con nuovi Statuto e Regolamento.

Sac. Salvatore Guastella


nota: “Statuto dei Portatori e Fedeli di San Corrado. Art. 1°: Per grazia di Dio e con l’aiuto di S. Corrado il dì 19 febbraio 1947 viene fondato dal sig. Bufalino Paolo, coadiuvato in parte dai Portatori, la Società portante il nome di Associazione Confratelli portatori e fedeli di S. Corrado, con sede in Noto via Rinaldo Montuoro n°4…” (cfr. Corrado Perricone, L’arte del Cilio. Ed. Pro Noto, p. 57).



PELLEGRINI CON SAN CORRADO AGOSTO 2026

UNA INIZIATIVA DEVOZIONALE
INSERITA NEL RICCO PROGRAMMA AGOSTANO
DI SAN CORRADO NELLA CITTA' DI NOTO
Insieme nella notte verso il Santo



NOTO: UN CARRETTO DEDICATO A SAN CORRADO

UNA NOTIZIA DA TUTTOSUNOTO
da facebook con alcune foto

UN CARRETTO SICILIANO
PER SAN CORRADO
Opera del restauro minuzioso del devoto netino
Giuseppe Troìa

il meraviglioso Carretto Siciliano decorato



Domenica 23 agosto alle ore 10.00 nella splendida cornice della Cattedrale di Noto, durante la Santa Messa, si terrà la Benedizione del Carretto Siciliano dedicato a San Corrado, nostro Santo Patrono.
Un’opera che racconta, attraverso le immagini e i colori della tradizione siciliana, la storia e la vita di San Corrado, custodendo nella sua bellezza un pezzo importante della memoria e della devozione della nostra città.
Un momento di fede, tradizione e cultura che unisce Noto, San Corrado e la Sicilia in un’unica straordinaria espressione della nostra identità.
Un’occasione per vivere insieme un momento speciale nel segno del nostro Santo Patrono.

ED IN AGGIUNTA DA QUESTO BLOG
una meraviglia lodevole, storica, appassionata, devozionale e di fede
grazie al devoto di S. Corrado Giuseppe Troìa da "L'Araldo di San Corrado"


L'EREMITA PENITENTE

TRA CALENDASCO E NOTO
SAN CORRADO CONFALONIERI
L'EREMITA PENITENTE
     
di Umberto Battini
    storico di S. Corrado
 
articolo dal quotidiano di Piacenza LIBERTA'
mercoledì 15 febbraio 2012
di Umberto Battini
      

La figura storica di questo Santo piacentino passa attraverso la contestualizzazione con il territorio, non ultima quella che oggi è la Via Francigena.  Difatti il nostro Santo Eremita inizia la sua avventura spirituale da quel piccolo borgo che è Calendasco: il castello e l’hospitio-romitorio. Ai nostri giorni abbiamo proprio qui sul Po, il passo francigeno detto “di Sigerico”. 

Il romitorio già verso il 1280 era retto da frà Aristide, maestro spirituale di s. Corrado e superiore del piccolo ospedale, proprio frà Aristide nel 1290 andò a Montefalco per presiedere alla costruzione del convento di s. Chiara e poi tornò a reggere la sua Comunità piacentina di fraticelli della penitenza o del terz’ordine francescano. 

Nel 1315 circa vi è l’incendio devastante causato dal Confalonieri durante la caccia, e se fino a qualche anno fa la storiografia lo indicava essere nei pressi di Celleri, basandosi solo su una tradizione, ora abbiamo il sostegno di una pergamena che ribalta e corrobora la storia. L’abbiamo rintracciata in Archivio di Stato a Parma nel fondo del monastero di Quartazzola, è una pergamena in scrittura corsiva latina datata 11 gennaio 1589. Questa investitura di un fondo terriero di 200 pertiche piacentine (circa 45 campi da calcio) ci dice che le terre in direzione di S. Nicolò a Trebbia e che coinvolgono anche il territorio di Calendasco sono chiamate “alla Brugiata”. Questo grande spazio rurale fatto di campi coltivabili, boschi  e viti con ragione possiamo intenderlo come la prova che lì un tempo vi fu un grande incendio, indicato appunto dalla toponomastica che chiama tutto quell’appezzamento “Bruciata” nonostante fosse stato terreno fertile e coltivo. 

D’altra parte anche le “case bruciate” di Celleri sono una indicazione toponomastica così come il “molino bruciato” di Calendasco. Gli Statuti piacentini più antichi, quelli del feroce Galeazzo Visconti (1322 – 1336) prevedevano per l’incendio doloso varie pene a seconda della gravità ed entità dello stesso, ma il reo poteva pagare il danno al Comune con una grande somma pari a 200 lire oppure era libero – tra virgolette - di fare una volontaria cessione di tutti i beni. Senza addentrarci nella questione, possiamo credere fosse appunto questa la pena dovuta per l’incendio del nostro santo come già la storia secolare tramanda e ancor più quella del XV e XVI secolo scritta nella lontana Noto. 

Lo sviluppo del culto al Santo Penitente ha una svolta in Piacenza nel 1611, quando giunge la lettera del 1610 scritta dai Giurati da Noto, bellissima città sicula nella quale da ormai sette secoli si conserva con somma venerazione il corpo del Confalonieri. Nella lettera si chiede di far ricerche negli archivi piacentini per scoprire quello che il santo frate “habbia molto più occultato per humiltà di quello che s’é investigato”. 

La risposta è in parte nella lettera spedita da Piacenza nel 1611 che vede gli Anziani e Priori comunicare quanto avevan potuto sapere. Allegano alla missiva una “Informatione circa l’Illustre Famiglia Confaloniera” dalla quale leggiamo testualmente che nel Monastero francescano di S. Chiara, ancor oggi visibile sullo Stradone Farnese, tra le tante cose avevan “trovato notitia di una suor Gioannina Confalloniera che specialmente viveva  nel 1340 et anco nel 1356” e che poteva essere la moglie del Santo Corrado al tempo della sua vita piacentina. 

Come detto, in questi primi decenni del 1600 assistiamo a Piacenza un rincorrersi di espressione di devozione e di propaganda del culto molto significativa a s. Corrado Confalonieri. In Cattedrale gli si erige una cappella dipinta ed ornata con altare e tutto per volontà di Gian Luigi Confalonieri, affrescata nel 1613 dal Galeani pittore di Lodi, queste belle quattro vele sono ancor oggi visibili e recentemente restaurate. Rappresentano scene basilari della Vita del Santo Eremita. Qualche anno dopo vi venne collocata una bella tela del Lanfranco, che nel periodo napoleonico fu trafugata ed ora è esposta nel museo di Lione in Francia. Anche il canonico del duomo Pier Maria Campi scrisse una Vita del Santo Corrado per assolvere alle richieste dei netini che desideravano maggiori notizie e fu pubblicata nel 1614 a Piacenza. Cosa ancor più notabile, il vescovo mons. Claudio Rangoni che era stato investito anch’egli dagli Anziani di Noto di far ricerche sul santo piacentino, suggella le ricerche storiche andando a validare di proprio pugno il Legato Sancti Conradi. Redatto nel Palazzo Episcopale dal Cancelliere e Notaio della curia il 9 agosto 1617, vede la volontà del Conte Zanardi Landi di erigere una cappella ed altare al Santo piacentino nella chiesa di Calendasco. 

Fondamento dell’atto giuridico che ha valore pubblico con proprie forme solenni, secondo le regole ferree della diplomatica, vi si afferma che i Confalonieri erano abitatori e feudatari di Calendasco; che il culto era già esistente e che andava rinvigorito proprio nel borgo citato e, si badi bene, cosa importantissima per la storiografia è che si afferma che il santo Corrado è nato fisicamente in Calendasco “in eodem loco”. Dal punto di vista storico questa è una notizia eccezionale perché và a chiudere tessere mancanti e apre ancor più a nuovi stimoli di ricerca. 

Il famoso Legato in scrittura latina, dopo aver illustrato clausole e somme circa il culto e la santa messa in onore al Santo, si conclude con la firma dei testimoni e del vescovo che “per tutti e per ognuno, e dopo aver osservate le debite formalità della legge, dalla pienezza della sua autorità Episcopale, interpose e interpone e parimenti decreta.”. E proprio Calendasco – unico caso in tutta la diocesi piacentina – lo avrà quale Patrono da quei giorni andando anche ad abbellire la cappella del Santo con  la stupenda pala che lo raffigura ormai vecchio penitente con sullo sfondo il ricordo dell’incendio frutto della sua conversione e cambiamento di vita. Purtroppo gli affreschi esistenti su alcune pareti laterali della chiesa, con scene della Vita Conradi vennero coperti da una pittura omogenea nel 1971 durante i grandi lavori di adeguamento dello spazio liturgico secondo i canoni prospettati dal Concilio Vaticano II voluti dallo storico arciprete del borgo nonché Canonico di S. Antonino don Federico Peratici. 

Oggi si ammirano di quegli anni gli affreschi del piacentino Ricchetti e in particolare il suo possente san Corrado sotto la croce posto nell’abside tra santi piacentini. La Tradizione ce lo fa conoscere come San Corrado da Piacenza, e questo giustamente perché la Casata Confalonieri possedeva anche in città in zona S. Eufemia un palazzo ed in Cattedrale si eresse la bella cappella con altare oggi demoliti, e per di più la città è indicativa di un’area facilmente individuabile da qualsiasi devoto in Italia. 

 Resta però il dato storico: la nascita fisica del Santo nel piccolo feudo e borgo di Calendasco, un dato che perlomeno non va ignorato ma anzi dovrebbe essere con serietà riconosciuto. Ma c’è pure un altro aspetto da porre sotto attenzione e che poco si è valorizzato, riguarda gli accadimenti propri del 1300 e che ebbero anche una ripercussione su coloro i quali vivevano da laici convertiti e penitenti come il nostro Corrado. Il papa Giovanni XXII nel 1318 con una bolla aveva scomunicato i frati dissidenti detti volgarmente “spirituali” facilmente confondibili per tipologia d’abito con i fratres de la penitentia francescani. 

Già nel 1312 un folto gruppo di questi era fuggito, con altri del nord Italia, in Sicilia terra poi d’elezione del nostro eremita. Se Corrado nel 1315 vive la famigerata causa dell’incendio, da una parte lo vediamo essere sotto il martello e l’incudine, perché egli è guelfo e quindi schierato con la Chiesa diversamente dal Galeazzo Visconti ghibellino, però allo stesso tempo veste l’abito bigio penitenziale terziario confuso con quello degli “eretici” che, lo sappiamo dal frate Aristide, seguiva la Regola del 1289 per i laici religiosi, la famosissima Supra Montem di papa Niccolò IV. Nel contempo la confusione era estrema: anche i Poveri Eremiti del frate Clareno furono sciolti ed il pasticcio tra Beghini e Spirituali era talmente esteso che con una altra bolla del 1319 lo stesso papa Giovanni XXII dovette difendere e proteggere ufficialmente i Penitenti e Terziari francescani dicendo che non andavano confusi con i ribelli. Ed anche la cosiddetta faccenda Templare coinvolge gli anni corradiani; l’istruttoria contro i frati Templari si aprì nel 1307 e si concluse nel 1312. 

Come sappiamo i templari di Piacenza furono tutti assolti dall’accusa di eresia nel 1310 ed anzi già nel 1304, al primo sentore di cattive notizie a loro riguardo, avevano donato i loro beni ai domenicani piacentini. Era questo il clima politico-sociale e religioso che vigeva quando san Corrado ebbe il suo incontro con quelli che la Vita Conradi più antica, il manoscritto netino del XIV secolo, diceva esser stati poviri et servituri di Deu. 

Altra questione sul fuoco – termine adatto per una santo “incendiario” - è quella dell’iter della sua beatificazione e poi santificazione. A Noto, e per fortuna proprio là, diremmo oggi rileggendo i fatti e la storia, in quella lontana città ove visse da eremita nella grotta dei Pizzoni, alla sua morte avvenuta nella tarda mattinata del 19 febbraio 1351, immediatamente ne furono riconosciute le virtù di santità; già da vivo infatti Corrado compì tanti e copiosi miracoli: primo resta quello del pane che caldo portava fuori dalla grotta ai tanti miseri e visitatori. Non avevan certo bisogno di tante altre prove i cittadini di Noto per riconoscere in lui un sant’uomo, l’avevano sperimentato da vivo e ne portavano memoria e rispetto estremi. Tralasciamo qui di approfondire ulteriori fatti venuti da Noto e atteniamoci alla sua patria piacentina. 

Nei secoli successivi, durante l’iter diciamo “romano” della causa, un aspetto che la storiografia corradiana non prende in considerazione e che mettiamo sul piatto, è strettamente connesso ai suoi discendenti di Piacenza e Calendasco nel particolare. Infatti nel 1547 il duca Pierluigi Farnese fu assassinato a Piacenza e tra i Nobili cospiratori è anche Giovan Luigi Confalonieri feudatario di Calendasco. 

Il Duca sappiamo che era figlio di papa Paolo III e la famiglia Farnese una delle più in vista a Roma. Dopo varie vicende si arrivò alla confisca dei beni dei congiurati e tra questi quelli appartenuti appunto anche al Confalonieri assassino, tutto questo circa quaranta anni dopo il fatto. In Archivio di Stato di Parma abbiamo consultato gli atti della confisca e tra i beni che possedeva a Calendasco il feudatario Giovan Luigi Confalonieri e suoi fratelli, vi è anche una parte di quello che è l’hospitio posto in “Co’ di Borgo” cioè all’inizio del paese come è ancora attualmente oggi visibile. 

I beni sono acquistati dallo Zanardi Landi e con quella fortissima somma il congiurato in questione è costretto al bando da Piacenza e portarsi a Milano. Casi della storia: Giovan Luigi Confalonieri, colui che circa cinquant’anni prima uccise il Duca piacentino, nei primi anni del 1600 fu fatto Capitano di Giustizia a Milano. Questa sintesi per far comprendere con logica come mai l’iter di santità del nostro Eremita non potè che concludersi in pieno seicento; la macchia della Casata dei Confalonieri d’aver ucciso il figlio di Paolo III si trascinò certamente per anni, anche come memoria nella stessa Curia Vaticana.

 La causa per la santità cominciata a Noto nel 1485, poi sospesa, vede la conferma del culto nel 1515 per mano di papa Leone X; la conclusione per brevità possiamo porla con la bolla di papa Urbano VIII che nel 1625 concede al Ministro Generale dei Frati Minori Cappuccini di celebrare la festa del Santo Corrado in tutto l’Ordine francescano dell’orbe. Intanto restiamo in attesa del gemellaggio tra le diocesi di Piacenza e Noto auspicando che la cosa non si risolva in sola retorica e a beneficio dei soliti noti ma che possa coinvolgere appieno tutti quei devoti che in vario modo amano e studiano questa bella figura di Santo.

articolo dal quotidiano di Piacenza LIBERTA'
di mercoledì 15 febbraio 2012
di Umberto Battini
 
 

SAN CORRADO INCISIONE DEL 1700

incisione del '700 un particolare elaborato dall'intera immagine


RACCOLTA CIBO SAN CORRADO AGOSTO 2026

LE CESTE DEL PANE DI SAN CORRADO
LA RACCOLTA ALIMENTARE DI NOTO
Una raccolta generosa di ben 2685 kg 

Come ogni anno, come è ad ogni festa Patronale di Noto di San Corrado, la Raccolta Alimentare a favore della Bottega Solidale, che distribuirà i prodotti a chi ne ha più bisogno, è stata un grande successo.
Generosità a larghe mani del popolo devoto netino, dono spontaneo, commovente, che ripercorre le gesta di quel Santo Eremita che è S. Corrado.

LA GENEROSITA' DEL POPOLO NETINO
Le "Ceste" del Pane corradiano si sono riempite anche in questa occasione, e sono un atto concreto, visibile e umano che intercetta e ripropone quello che il Patrono attuava durante la sua Vita esemplare in quella Valle dei Miracoli netina, così cara ai fedeli.






COME NOI ERI CARNE E OSSA

PATRONO POTENTE E AMATO
SAN CORRADO UOMO COME NOI

E' il Cielo la dimora ultima e tu ce la indichi

PROTEGGI I TUOI FEDELI DI NOTO
E DI TUTTO IL MONDO 


 

TRASLAZIONE E PROCESSIONI AGOSTO 2026

IL PROGRAMMA DELLA FESTA DI NOTO PER SAN CORRADO RIGUARDA TUTTO IL MESE DI AGOSTO
 
QUI SOTTO GLI ATTI LITURGICI E DI CULTO PRINCIPALI
 

 

PROGRAMMA AGOSTO 2026 SAN CORRADO

IL PROGRAMMA COMPLETO
DELLA PATRONALE D'AGOSTO
CITTA' DI NOTO 2026
 
LE IMMAGINI DELL'AVVISO SACRO
 
 
 

 

 

 

SI LASCIO' CADERE SULLE GINOCCHIA

SI LASCIO’ CADERE SULLE GINOCCHIA

IMPOTENTE DAVANTI A S. CORRADO

La testimonianza del Vescovo di Siracusa


di Umberto Battini
    Studioso di S. Corrado Confalonieri



Proponiamo un completamento di dati e fatti per la corretta interpretazione del documento letterario della Vita di S. Corrado dedotta dagli Annales Minores voll. 4 del 1637 scritta da Luca Wadding uno degli storici francescani tra i più autorevoli mai esistiti e per completezza e verifica troverete anche l’immagine del testo che andremo ad analizzare nel dettaglio.

In questo breve saggio voglio portare all’attenzione quella parte che riguarda il fatto della visita inaspettata a S. Corrado del vescovo di Siracusa e quindi darne una sana lettura per comprenderla nel dettaglio: qui il miracolo del pane avviene sotto gli occhi dell’Autorità della Chiesa e il suo avallo determina già in nuce la futura certa elevazione tra i Santi dell’Eremita piacentino.

Troppe voci gli arrivavano all’orecchio dai suoi sottoposti e così nello sfarzo della sua posizione decide di muovere tutto il suo staff (per dirla alla moderna) per andare da Siracusa a Noto, là tra quei monti dove pare viva in una grotta tra la folta vegetazione bagnata da una piccola fiumara, un frate eremita con poteri particolari.

Per farla breve: il Vescovo siracusano - perchè a quel tempo Noto ricadeva sotto a quella diocesi - arriva là per fare una esplorazione di presenza in cerca della verità e visitarne la dimora e ad antrum perrexit (ed entra nell’antro, nella grotta) mentre Corrado è assente, e quindi qual momento migliore per fare un’ispezione proprio a quell’antro e le parole hanno un peso: infatti antro significa letteralmente cavità profonda e oscura nel fianco d'un monte o d'una roccia; grotta, caverna.

Già così rende l’idea di come sia un luogo umile, semplicissimo, quasi inadatto alla vita di un uomo e il Vescovo perlustra la grotta, rapidamente, perchè è una grotta piccola e inospitale e vede che non contiene mobilio (suppellectilis nihil) ed anche niente cibi ne cotti ne crudi pronti da cucinare, insomma in questa speluncam nudam cioè antro scuro quasi pauroso completamente vuoto egli trova solo una zucca per tenervi l’acqua da bere, e vede che non c’è il letto e neanche uno sgabello, ma c’è solo un unico ambiente, completamente vuoto, freddo, scuro e inospitale.

A quel secolo la grotta aveva ancora ovviamente la parete del monte con ricavata la piccola porta e una finestrella per l’aria, diversamente dal poi quando venne costruito circa 250 anni fa il Santuario per inglobarla abbattendo la parete frontale per poter mostrare il resto dell’anfratto così come ancor oggi lo vediamo.

Questa che segue è la testimonianza di quello che il Vescovo trova in quel luogo e già da questa prima impressione si avvede che molto di quello che gli dicevano di questo strano personaggio vivente lì tra la natura impervia, era una esagerazione, infatti come poteva un uomo che faceva una tal vita rozza e solitaria essere un pericolo per la religione?

Perchè noi dobbiamo essere scaltri e leggere in questo fatto della visita vescovile un tentativo di inquisizione, non siate ingenui dal credere che tutto questo apparato si sia messo in movimento così senza un solido motivo: da Siracusa a Noto (Antica ndr) ci voleva un giorno di viaggio a cavallo, con carri e uomini per trasportare ciò che era utile al Vescovo ed anche un manipolo di soldati a protezione, questo era quel mondo medievale che ben gli storici ci han descritto.

Finalmente, leggiamo dal testo, arriva Corrado, e si avvede di tutto questo trambusto intorno alla sua grotta e come si accorge che si trattava del Vescovo, senza indugio gli si getta davanti in ginocchio e gli chiede la benedizione quindi i due iniziano a discorrere, ed immaginiamo delle tante domande che gli sian state rivolte e da come poi si evolve questo momento, si capisce chiaramente che ormai nel Vescovo è caduta ogni reticenza verso questo frate che considera solo un sempliciotto desideroso di vita in solitudine in modo molto povero ma anche però secondo una visione cristiana, difatti il Vescovo nota che come gesto primo, Corrado si era gettato in ginocchio onorando sia la sua persona ma anche ciò che rappresentava: il Pastore del gregge cristiano.

A questo punto, passata qualche ora della mattinata, viene ordinato ai servitori di preparare sul campo un desinare al quale Corrado è invitato, anche perchè, dice ancora il Vescovo, aveva notato che non aveva proprio niente da mangiare di nessun genere e desidera averlo alla sua mensa: Nihil, frater Conrade tu habes in cella... e adesso va prestata molta attenzione al racconto storico, perchè tutta la vicenda che stiamo narrando ha un valore storico e letterale, perché le parole del Vescovo si fanno più pacate, difatti stavolta si rivolge a Corrado parlando non più del suo antro ma della sua cella, cioè camera, cappella, luogo che tutto sommato non è più così desolato visto il buon fine e il buon carattere di colui che l’abita, e la cella è la casa per eccellenza dell’eremita cristiano.

Infatti ben sappiamo che con Guglielmo Buccheri, appena arrivato a Noto, S. Corrado và ad abitare presso le celle che eran al di sotto le mura del castello, le celle sono luoghi semplici ma benedetti e gli abitanti di Noto, sia nobili che popolani, sapevano che chi le abitava eran uomini di fede ed alla ricerca di penitenza e solitudine, uomini religiosi e buoni, da non molestare.

E il Vescovo continua e dice: Io vengo qui da te, di persona (parole che son da intendere: Io il Vescovo, con tutto questo apparato, dovendo affrontare un viaggio e disagi e magari potendo far altro di più utile ndr) e tu non hai nulla da offrire al tuo ospite illustre? - intendendo se stesso, con queste poche parole il Vescovo sta facendo facile ironia verso Corrado: quello che capiamo tra le righe è questo: “Io il tuo Vescovo, nobile e importante, faccio questo viaggio, vengo qui credendo di trovar chissà che ed invece mi ritrovo una speloca vuota e scura, abbandonata tra i monti e la natura selvaggia ed abitata da un poveraccio, umile ma con un’ideale religioso e buono, e che nemmeno può offrirmi qualcosa da metter sotto i denti ne da bere, perchè una misera zucca con poca acqua dentro pende appesa nell’antro!”.

Ma Corrado, uomo semplice ma di rara intelligenza, alacri animo e hilari facie cioè prontamente senza indugio (alacri animo) e di buon umore, mostrando nell’aspetto e negli atti l’interna contentezza (hilari facie) gli dice: Aspetta o signore ad allontanarti! Vedo cosa trovo qui dentro per servirti!

E il racconto adesso non indugia perchè si arriva a risolvere tutto questo fatto del Vescovo scomodato quasi per nulla e si passa a concretizzare tutto quello che fino ad ora abbiamo letto di questo fatto storico: esce (Corrado dalla grotta ndr) con quattro candide e bollenti (appena sfornate ndr) focacce (placentas=focacce) dal gusto buonissimo come è ben testimoniato.

In questo fatto miracoloso e concreto, perchè le focacce calde, bianche e gustose son lì davanti dopo che fin a poco prima quel luogo pareva solo un buio e desolato antro inospitale, c’è tutto quello che è un giudizio della Chiesa stessa, nella persona del Vescovo che è una autorità con diritto di giudizio inappellabile e che viene umanizzato dopo che incontra l’uomo Corrado, discutendo con lui, e infine vivendo un fatto miracoloso in prima persona ma non solo visivamente ma anche concretamente perchè quelle focacce sono mangiate e sono buonissime e servite lì in diretta, senza possibilità di obiezione: il miracolo c’è ed è avvenuto lì, sotto agli occhi increduli di quella gente.

Obstupefactus Episcopus: il Vescovo è sbalordito, stordito e buttato in ginocchio di peso, (in genua provolutus) e stavolta è lui che si piega davanti a quello che fino a poco prima considerava un semplicione devoto, e vede che questo pane viene dal cielo non c’è altro modo, e ne è testimone e anche lo può mangiare e gustare e senza nessuna scusa, mostrando qui il Vescovo onestà ammette che Dio è presente e opera nell’uomo Beato (nel senso di santo ndr) che completamente si affida appunto a Dio Padre, riconosce di fatto la santità di Corrado, in quel momento, da vivo!

Questo fatto storico particolare può essere il paradigma, cioè il modello per poter dire senza pericolo di smentita che San Corrado è uomo di Dio, annullato in ogni suo rapporto col mondo se non come Patrono intercessore e la figura del Vescovo che vede e testimonia quel fatto è già un dato storico della Chiesa che testimonia che l’Eremita della Valle dei Miracoli di Noto è un Santo per davvero, ma di quelli potenti e concreti perchè da quella grotta è uscito pane messo dal Cielo, dalle mani e per mezzo del nostro Patrono.

Panem tanquam de caelo missum reverenter accepit!

 

testo di studio storico di Umberto Battini 




Per approfondire

  • visita www.araldosancorrado.org
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  • San Corrado Confalonieri è stato un penitente, terziario francescano, vissuto da eremita in Noto, nella Valle dei Tre Pizzoni dentro ad una grotta