immagine fatta con IA da Umberto Battini 
immagine fatta con IA da Umberto Battini 
«…chi
non vede che nella
sua
fronte,
e
nella
sua
prima sillaba porta scolpito il cuore ? le
seguenti poi in
due maniere possono con la
prima congiungersi: Cor
rado, questa
è la prima; Cor addo,
questa é la seconda:
nella prima si fa menzione
di togliere e di radere: ed
ecco l'offizio dello
Scultore; nella seconda di aggiungere,
ed ecco quello del Pittore. E
meritamente ambidue nel
l'istesso nome comprendonsi :
perché sogliono andar
sempre congiunte quest'arti,
e non toglie mai Dio, se
non per dare.
Su
dunque, veggiamo
come il cuor di
Corrado
fu disposta materia per ricevere, e come in
fatti ricevè
gli effetti meravigliosi, benché fra lor diversi, della scultura e della
pittura del celeste Artefice, che ad
imitazione poi di
lui,
apprenderemo anche noi, la maniera
di renderci capaci di così gran bene.»
A
fronte di questa analisi del nome Corrado, rimane
pressoché
sbiadito il pensiero suggerito al panegirista
dal cognome Confalonieri.
«....
lascio l'esser egli
(San
Corrado)
germe di nobilissima radice,
che fu la famiglia
Confalonieri, e per
antichità, e per numero d'uomini
illustri nelle lettere, e
nell'armi, ben degna di portare
fra l'altre il
Confalone… »
Degna di tutto il resto è la descrizione dell' incendio.
Il primo ad occuparsene nel 1568 è lo storico di Noto, Girolamo Pugliese, in uno dei suoi libri studio dedicati al patrono di quella città sicula, che ne detiene il santo corpo. Nel borgo sul fiume Po a Calendasco, fino a pochi anni fa esisteva ancora, sebbene dismesso, il mulino sul rivo Confaloniero, da qualche decennio completamente intubato. Praticamente dietro all’attuale palazzo del Comune costruito proprio un secolo fa sul prato annesso al mulino, come risulta ad esempio dall’estimo napoleonico.
L’antico luogo ancora nel 1800 denominato “molino Baffoni” che ne era il proprietario, aveva il canale delle acque che andava a girare a gomito proprio in prossimità dell’antico ospedale medievale.
Da questo inconfondibile rumore delle acque, che si infrangevano in questa curva, il nome particolare e locale di “ospitio del gorgolare”, prodotto appunto dal gorgoglio delle acque.
Tra gli storici che citano il luogo, caro quindi anche a San Corrado per la sua conversione, un importante volume edito nel 1935 a Macerata, scritto dallo storico Raniero Luconi dove leggiamo che “al principio del trecento esisteva a Piacenza, in un luogo detto Gorgolare, una comunità di eremiti sotto l’obbedienza di frate Aristide” il superiore proprio del piccolo convento ospedale per pellegrini del borgo.
Sempre in un volume degli “Acta selecta” francescani edito a Roma nel 1944 si cita “l’eremitorio del Gorgolare dove S. Corrado Confalonieri prese l’abito per mano di fra Aristide”. Altra citazione viene dallo storico Raffaele Pazzelli che nel volume stampato in Roma nel 1958 dalla Curia Generalizia del Tor francescano cita testualmente, censendo tutti i luoghi terziari in Italia: “il terzo luogo di cui ci è stata tramandata la memoria è il convento eremitaggio di Calendasco presso Piacenza” posto proprio al ridosso del canale del mulino.
Ma notevole rimane anche lo studio di Giovanni Parisi in un volume titolato “San Corrado Confalonieri Patrono di Noto” stampato a Torino dalla editrice Carteggio nel 1960. Scrive lo storico: “nel luogo ove sorge l’attuale Calendasco... molti anni prima dei fatti del nostro Corrado era in gran fama un convento eremitaggio di terziari” e dopo una sua personale visita al luogo prima della stesura del volume, poté quindi anche scrivere altre precise notazioni storiche.
Sulla base di deduzioni e documentazione scrive l’autorevolissimo storico Parisi: “siamo d’avviso che il romitorio detto del Gorgolare veniva a trovarsi proprio all’inizio dell’attuale Calendasco... il pozzo, la cantina, le scale ci dicono chiaramente nei loro avanzi che si tratta di un vero e proprio romitorio”.
Uguale avviso esprime lo storico Francesco Bordoni nel suo studio del 1658 ci lascia scritto: “Gorgolarii conventus in diocesi Placentinam” nel quale vivono frati dediti a penitenze e assistenza.
In poche parole, qui citando solo alcuni tra coloro che occupandosi di storia antica francescana, vanno a corroborare della certa vitalità di questo medievale luogo che ha però una fondazione addirittura in tempo longobardo, come da recente documentazione emersa.
Insomma la posizione addossata all’antico rivo macinatorio del mulino, con piega a gomito davanti all’antico sito, è una bella prova storica della toponomastica che anticamente sopravviveva, e purtroppo nei secoli andata dimenticata con il disuso dell’ospedale francigeno.
Ma la cosa notevole è che anche in mappe conservate in Archivio di Stato di Parma è possibile vedere chiaramente distinto questo luogo accanto al borgo di Calendasco con segnalato proprio il rivo che gira a gomito e prosegue verso il castello andando ad alimentare il fossato che lo circondava.
La terra piacentina è ricca di piccoli luoghi densi di storia, forse in parte andata dimenticata, trascurata, ma che ha lasciato tracce certe nella memoria scritta nei possenti studi di storici dei quali forse neanche sapevamo l’esistenza.
DAL CASTELLO ALLA GROTTA
LA VITA DI SAN CORRADO
E’ citato come un “santo da neve” nella tradizione popolare piacentina, per il fatto che la festa ricade in pieno febbraio esattamente il giorno 19. E’ stato un uomo segnato fin dalla prima gioventù di una sventura cruciale che darà una svolta inaspettata a tutta la sua vita.
E’ interessante e curiosissima la vicenda di S. Corrado Confalonieri: sposato vent’enne con Giovannina Vistarini di Lodi (nelle agiografie antiche è detta Eufrosina) ma già dalle ricerche d’archivio fatte nel 1611 qui a Piacenza si rintracciò appunto nel monastero di Santa Chiara di Piacenza una “Joanna Confanonerii” ancora vivente nel 1351 e che si riteneva “potesse esser senza nulla in contrario la sposa” di Corrado.
Le ricerche contemporanee sulle pergamene notarili in Archivio di Stato a Piacenza confermano in pieno questo dato: c’è eccome, segnalata tra le monache, anche questa “Joannina” e che ipotizziamo poi trascritto come Eufrosina, ma questo rimane un dato secondario che non inficia la storia umana del Santo piacentino.
I Confalonieri erano una famiglia di militi vescovili, importanti e considerati: negli anni del medioevo avevano un privilegio, conservato per secoli: dalle “Informattioni” inviate a Noto dai Giurati di Piacenza nel 1611 apprendiamo che “il più anziano della stirpe” accompagnava l’ingresso del nuovo vescovo cittadino accogliendolo su di una “chinea bianca”.
Il feudo più importante che avevano era quello di Calendasco, poco lontano dalla città, vicino al Grande Fiume, con terre floride, boschi e vigneti, tanto che abbiamo potuto leggere in carte d’archivio del XVI secolo far cambio di terre con il parroco di Calendasco: cedono terre coltive vicino al paese e si prendono le terre parrocchiali gerbide, sortumose e soggette a inondazione nella zona “Raganella”.
Corrado nasce in quel castello nel 1290 ma nel 1315 - felicemente sposato ma ancora senza prole - durante una battuta di caccia causa un incendio, per motivo futile, stanare la selvaggina tra i rovi per il gusto dall’alto del suo cavallo, di poter scagliare la freccia fatale.
L’incendio devasta, brucia stalle, piccoli casamenti, probabilmente c’è qualche vittima: a Piacenza comanda il ghibellino Galeazzo Visconti di Milano, che sospetta un attentato al suo potere: gli sgherri per quietare il Visconti catturano un povero contadino. La faccenda sembra risolta, non è un attentato ma solo un incendio dovuto a incompetenza, e la forca attende l’innocente. Intanto il giovane Corrado si tormenta, al sicuro nel maniero del padre lì a Calendasco, dove nessuno andrebbe a rendergli conto, ma la coscienza e il buon consiglio della consorte lo portano a presentarsi nella cittadella viscontea di Piacenza, residenza di Galeazzo e confessa.
La legge di quel medioevo, prevedeva per gli “incendiariorum” la certa pena di morte, ma per un nobile lo “Statuto civitate Placentiae” prevedeva “solo” il pagamento del danno e così avviene.
Corrado subisce la dannazione della memoria dalla famiglia: gli viene data la sua parte d’eredità, paga e si ritrova abbandonato, solo con la moglie, anch’essa caduta in disgrazia con quel gesto insano. I Confalonieri però, resteranno i feudatari di Calendasco per ben tutto il XVI secolo, fino a che “migreranno” a Milano dopo il 1586 forzatamente dopo l’infausto fatto della congiura ed uccisione del 10 settembre 1547, di Pierluigi Farnese figlio di papa Paolo III. Giovan Luigi Confalonieri feudatario di Calendasco è tra i quattro fautori, e quel gesto costerà caro ancora una volta anche a San Corrado, infatti il culto per circa 50 anni sarà proibito nel feudo calendaschese e in tutto il piacentino.
Fatto è che quindi, ormai ridotto in miseria, Corrado si dà alla religione: la moglie tra le suore clarisse in Piacenza e lui tra i laici penitenti francescani nel piccolo ospedale romitorio francigeno poco discosto da Calendasco, detto dagli antichi “del gorgolare” per il fatto del canale del mulino lì davanti dove rumoreggiavano le acque.
Lo accoglie frate Aristide, che reggeva questa piccola comunità francescana laica, dire che la terra piacentina sia stata luogo d’elezione di questo “terz’ordine” lo abbiamo dedotto anche dalla documentazione storica: a Piacenza nel 1280 si tenne un grande Capitolo generale di tutti questi uomini del nord Italia e questo è indicativo di come qui quest’ideale avesse attecchito seriamente.
Dopo circa otto anni se ne parte, pellegrino, frate laico teriziario, diretto a Roma e poi da Brindisi si imbarca per la Terra Santa, dopo un lungo periodo ritorna passando per Malta e da lì poi sbarca a Messina. Finalmente si incammina verso la Sicilia orientale e giunto nella città di Noto si ferma accolto nell’ospitale di San Martino e vive per certo tempo alle Celle presso il castello: ma questa volta gli tocca vivere nei sottofondi delle mura, non è più il figlio del nobile Confalonieri padrone del castello di Calendasco.
Ma dopo certo tempo decide di vivere in una spartanissima grotta nella rocciosa valle dei tre Pizzoni, discosta da Noto antica, e fino alla sua morte, avvenuta il 19 febbraio del 1351 vive da eremita penitente ed in santità conclamata. Compie già in vita tanti miracoli: principalmente guarisce bambini e, fatto strabiliante, fa comparire dal “nulla” piccoli pani caldi e fragranti che dona ai visitatori. Non ultimo ne è testimone certo, anche storicamente, il vescovo di Siracusa, che allibito, può gustare di quel pane angelico e “misterioso”.
Alla morte è accalmato santo a furor di popolo, Corrado il Santo del pane caldo, l’eremita mite e coraggioso, venuto da lontano, da una terra alle porte di Piacenza, da un piccolo borgo adagiato sulle sponde del fiume Po chiamato Calendasco, ma lo dedurrà con ricerche il vescovo di Piacenza solo nel 1617.
Dalla vita agiata di castellano, riverito e acclamato, a quella rude e semplice di eremita, bisognoso di tutto, lontano dalla patria natia, dagli affetti, maturato nella fede e nell’affidamento alla religione cristiana: dal castello alla grotta, dalla vita penitente e dimenticata alla memoria che spetta alla Gloria dei Cieli.
E dopo secoli il suo ricordo è ancora vivo a Noto, città d’adozione dove il Santo corpo riposa, mentre a Calendasco il suo Patronato secolare lo si intuisce anche da quelle mura di mattone rosso del grande castello, che accarezzano sul fianco la chiesa parrocchiale, molto antica e ricca delle sue effigi, di venerate reliquie insigni.
Umberto Battini
articolo apparso sul quotidano ILPIACENZA.it del 19 febbraio 2023