LETTURE DEL BLOG N. 187.000

Composizione grafica nella quale abbiamo voluto significare i "due" luoghi
Princeps della Vita di San Corrado Confalonieri
e cioè Calendasco di Piacenza e Noto

- da un dipinto del M° Bruno Grassi -



In attesa della Festa
all'Amato Patrono

Vi riproponiamo

questo testo realizzato l'anno passato

e che nell'imminenza della Festa Patronale

vuole "rinnovare" il legame fortissimo che in questi anni

abbiamo avuto con la terra d'adozione di San Corrado: Noto


Poniamo all'attenzione di tutti i devoti di San Corrado, piacentini e di ogni luogo questa bella intervista ad un insigne Storico e Studioso della Città e Diocesi di Noto, mons. Salvatore Guastella.
Sacerdote da oltre 60 anni, egli
è una delle più autorevoli figure nell'impegno spirituale e culturale circa la diffusione della storia e dell'incremento della venerazione al Santo piacentino. Da qualche tempo ritornato alla sua amatissima Città Ingegnosa, come segnalato sull'Araldo non molto tempo fa, e preziosa figura di riferimento netina per noi devoti che viviamo in altri luoghi.




A mons. Salvatore Guastella il nostro ringraziamento per questa ulteriore prova d'amicizia.

Intervista sul Culto e la devozione a San Corrado Confalonieri

a mons. SALVATORE GUASTELLA

di Umberto Battini (Calendasco, Piacenza)


  • Mons. Salvatore, è da quasi un decennio che, grazie ai buoni auspici del compianto P. Gabriele Andreozzi Tor, lei intrattiene rapporti devozionali con alcuni fedeli piacentini, in special modo di Calendasco, luogo del primo ritiro del nostro comune Patrono. Che impressione ne ha ricavato?

R) E’ vero, mi resta indelebile nel ricordo la partecipazione al 3° Convegno nazionale su «Frate Corrado de’ Confalonieri santo pellegrino ed eremita. Alle origini dei penitenti francescani in terra piacentina» del 18 marzo 2000 presso l’Auditorium comunale sant’Ilario di Piacenza, grazie al cortese invito suo e di suo fratello Gianni; io vi tenni una relazione ed ho il cordiale ricordo di mons. Ponzini, di don Ossola parroco di Calendasco, del pittore Grassi e di altri cari amici, anche netini, residenti a Piacenza. In quell’occasione ebbi il piacere di consegnare al vostro ‘Centro studi e ricerche storiche Ad-Padum’ di Calendasco un nutrito contributo di volumi, articoli e saggi anche miei su San Corrado.

Davvero, da quando, per lo zelo del can. Pier Maria Campi (1569-1649), giunse a Piacenza ‘la notizia di santità’ di Corrado, è stato un crescendo anche Calendasco - là dove il nostro Santo aveva orientato la scelta eremitica – che lo ha voluto suo Patrono. A Piacenza c’ero stato già nel 1989, partecipando al pellegrinaggio diocesano netino del 29 giugno-3 luglio.

  • Personalmente, ma posso testimoniarlo anche per altri devoti piacentini, ci sentiamo molto legati a lei per tutto l’affetto e la solidarietà culturale e cultuale che ci ha sempre testimoniato al riguardo del Patrono San Corrado. Come pensa possiamo incrementare questa solidarietà anche verso tutti i devoti della sua città natale, l’ingegnosa Noto?

R) Innanzitutto Piacenza ha tenuto già cinque ‘Convegni nazionali’ sul Santo (il 5° nel 2007) al fine di incrementarne conoscenza e devozione. A Noto è stato fondamentale il recente Convegno di studio su «Corrado Confalonieri: la figura storica, l’immagine e il culto» (24-26 maggio 1990); Mons. Domenico Ponzini vi tenne un’erudita relazione su «La liturgia di S. Corrado. Genesi e sviluppo del culto». Recentemente, per lodevole iniziativa di lei sig. Umberto, è sorto a Calendasco il sito web che notizia e aggiorna sul nostro Santo: davvero qualcosa di concreto e di storico per i devoti tutti, innanzitutto piacentini. Negli anni ’90, il 19 febbraio, hanno celebrato la festa di S. Corrado a Noto sia Mons. Luciano Monari vescovo di Piacenza sia Mons. Ponzini parroco emerito del Duomo piacentino.

  • Da non molto ha festeggiato un traguardo importante, il 60° di sacerdozio. Ci racconti di tutti questi anni secondo la visuale del devoto a San Corrado: quanto ha segnato la sua vita di sacerdote e di studioso?

R) Venni ordinato sacerdote (eravamo sette) il 29 giugno 1945 in Cattedrale, dove esercitai l’ufficio pastorale di viceparroco per dieci anni. Nel luglio 1955 pubblicai una breve ‘Vita di San Corrado’. Sinora ho pubblicato anche: 1] Libero per servire. Articoli e saggi sul Santo patrono di Noto (1989), 2] L’arte tipografica nel nome di S. Corrado e Bibliografia minore su S. Corrado Confalonieri (1989), 3] Agosto netino ’94 in onore di Maria Ss. Scala del Paradiso e di S. Corrado Confalonieri nel 150° della diocesi di Noto (1994), 4] Il santuario di S. Corrado fuori le mura (1998), 5] S. Corrado ama e benedice la natìa Piacenza (2000), 5] I vescovi di Noto e la devozione a S. Corrado (2002), 6] San Corrado e la Madonna (2003), 7] S. Corrado e Giorgio La Pira nostri operosi profeti di pace e di santità (2005), 8] I Netini di Roma celebrano da 25 anni l’annuale festa del patrono S. Corrado Confalonieri (2006), 9] S. Corrado Confalonieri nell’arte magistrale di Giuseppe Pirrone scultore e medaglista netino (di imminente pubblicazione). Ogni netino sa di essere sempre e dovunque profondamente devoto e protetto da Santo Eremita Piacentino!

  • Il santuario e l’eremo del Santo, con il museo adiacente al santuario e l’arca argentea con il corpo del Santo e poi la secolare devozione dei netini: che significato assumono nella vita di un netino?

E’ stato lo stesso San Corrado a scegliere Noto quale luogo privilegiato della sua esperienza eremitica e quindi quale sua seconda patria. Sin d’allora i cittadini di Noto ebbero simpatia e rispettosa devozione per lui, come dice il codice cartaceo ‘Vita Beati Corradi’ del secolo XIV (che si conserva nell’archivio della Cattedrale netina): «Et li gitadini di la terra di Nothu àppiru [ebbero] grandi consolacioni di quistu homu, ki paria homu di bona et honesta vita».

Subito dopo la morte del Santo (19.2.1351) i netini sistemarono il suo corpo prima nella sacrestia della chiesa madre S. Nicolò poi, custodito in arca d’argento nella stessa chiesa madre, circondandolo di spontanea e continua devozione popolare. Si continuò così fino a quando i responsabili della città, in seguito alle norme impartite dalla Chiesa relativamente al culto dei santi, non sentirono il bisogno di avanzare una petizione a Roma e ottenere l’eventuale liberazione dalle censure ecclesiastiche in cui erano incorsi e per tributare al Santo Eremita regolare culto. Papa Leone X il 12 luglio 1515 delegò il vescovo di Siracusa a istruire il processo informativo e a proclamarne ‘per delegatum’ il culto; mandato apostolico eseguito nella chiesa madre dell’antica Noto dal suo vicario generale Mons. Giacomo Umana netino e vescovo titolare di Scutari, «determinandone la festa il 19 febbraio. Noto, 28 agosto 1515».

Da sette secoli ormai Noto – “la Città di San Corrado” - venera con incredibile entusiasmo di fede il corpo del Santo e pellegrina alla sua grotta al santuario dei Pizzoni nella valle dei Miracoli. Periodicamente ogni cinque anni e in circostanze eccezionali il popolo accompagna in pellegrinaggio notturno l’arca d’argento del Santo al suo Santuario fuori le mura, dove sosta alcuni giorni, prima della festa del Patrocinio che si celebra l’ultima domenica d’agosto.

  • Lei ha onorato me ed anche gli amici devoti piacentini di Calendasco sostenendo con la sua competenza di storico e studioso – non solo della Vita del Patrono – gli ultimi due volumi di studio editi sul Santo, studi che in Piacenza colmano un ‘vuoto’ quasi secolare e ci ha sempre incoraggiato nella realizzazione dei Convegni corradiani di Piacenza ed anzi nell’anno 2000 partecipò al 3° di questi Convegni. Da sacerdote e da studioso ma anche quale devoto di Noto, che idea si è fatta di questo nostro riscoprire e incrementare il culto e la conoscenza del Santo in terra piacentina?

R) Innanzitutto va dato a lei e a suo fratello Gianni, il merito di aver corroborato con quei due volumi di studio editi sul Santo la devota Calendasco e così, con essi, “colmato il vuoto quasi secolare” di conoscenza in Piacenza. Inoltre avete anche il merito di aver realizzato – come ho accennato sopra – già cinque Convegni nazionali corradiani, i primi due a Calendasco e gli altri a Piacenza. Mi fa piacere elencarli:

Il 1° Convegno su «Corrado Confalonieri: Santo ed eremita a Calendasco» (18 febbraio 1998),

Il 2° su «Appunti sull’Eremo-hospitio di S. Corrado a Calendasco» (19 febbraio 1999),

Il 3° su «Frate Corrado de’ Confalonieri santo pellegrino ed eremita. Alle origini dei penitenti francescani in terra piacentina» (18 marzo 2000),

Il 4° su «In Urbe Platentiae. Aspetti ed influssi del Movimento francescano» (10 marzo 2001),

Il 5°, internazionale, su «Lo stato attuale delle ricerche alla luce degli inediti piacentini» (9 giugno 2007).

Ben vengano simili iniziative culturali da umili cercatori di Dio, quali siamo, nel cammino spirituale cristiano, per lasciarci meglio guidare dallo Spirito del Signore e da Corrado Eremita nostro maestro di santità.

  • Mons. Salvatore, ha un ricordo particolare della sua vita, magari legato a S. Corrado, che ci vuole raccontare?

R) E’ stato nel 1992, quando ho ricevuto l’eccezionale privilegio di avere da Noto il “Braccio di San Corrado” per la festa patronale di domenica 23 febbraio: è stato il più bel dono del vescovo Mons. Salvatore Nicolosi ai suoi “netini romani”. Così per tre giorni, dal 22 al 24, ho avuto ospite eccezionale in camera mia quell’insigne Reliquia! Avvenimento, questo, per me memorabile.

  • Qual’é a suo parere un buon modo di onorare il nostro comune Patrono e allo stesso tempo sentirlo presente, quale esempio di vita, ai devoti e ai fedeli in genere; quale modello?

R) Il miglior modo di onorare San Corrado e propiziarsene il patrocinio è di imitarne le virtù, fuggire il peccato, amare filialmente Dio e fraternamente il prossimo, esercitarsi nella pazienza e pensare che siamo creati per il Cielo.

E’ rivolto anche a noi quanto scrisse nella Lettera apostolica al Vescovo di Noto il 14 settembre 1989 il Servo di Dio Giovanni Paolo II: «La Comunità diocesana, che ha S. Corrado quale suo speciale Protettore, a buon diritto ne ricorda le virtù, consapevole che la testimonianza della vita di un santo costituisce per ogni tempo un messaggio da raccogliere e un modello da imitare».

  • A Roma, dove lei risiede, la festa patronale i netini sono soliti celebrarla nella basilica dei Ss. Cosma e Damiano, che è la Curia generalizia del Terz’Ordine Regolare di S. Francesco (TOR). Ci parli di questo festoso incontro tra i devoti che vivono lontano dalla natìa Noto.

R) E’ dal 1981 che l’associazione de «I netini di Roma», costituita nel 1980, celebra la festa di San Corrado: il 19.2.81 a Santa Prisca all’Aventino, l’anno seguente a S. Francesca Romana sul Palatino. Dal 1993 - grazie alla preziosa segnalazione di P. Gabriele Andreozzi TOR. che, cioè, nella loro basilica dei Ss. Cosma e Damiano c’è il grande affresco di S. Corrado (sec. XVII) – vi celebriamo l’annuale festa, considerando ormai quella basilica su via dei Fori Imperiali “la nostra chiesa romana di San Corrado”! Ogni anno, durante la solenne Eucaristia, i canti liturgici e l’Inno del Santo vengono eseguiti e guidati dall’armoniosa Schola Cantorum ‘Mein Freude’ diretta dal M° Vittorio Capuzza, all’organo la Prof.ssa M. Teresa Muscianisi.

Sempre a Roma, presso la Biblioteca Vallicelliana (vol. ms. H28 f.260 «Vitæ Sanctorum ordine alphabetico dispositæ a littera A ad E») si legge una “breve relazione su S. Corrado”, inviata nel 1606 dalla città di Noto al card. Pietro Baronio; vi si trascrive anche questo ‘ritratto’ del nostro Santo: “Corrado era alto di statura e di portamento nobile, dallo sguardo dolce e dalla voce suadente e autorevole. Il suo corpo custodito in artistica arca d’argento è venerato a Noto nella sua cappella, dove quotidianamente si sperimenta la celeste protezione”. Il card. Baronio inserì la citata relazione nel vol. XXV dei suoi ‘Annales Ecclesiastici’ pp. 551-552.

  • Per concludere, nel ringraziarla per la sua sempre presente amicizia, le chiediamo un pensiero, una breve meditazione ed un auspicio per noi tutti devoti di ogni luogo d’Italia: dalla bellissima Noto passando per Roma e quindi a Piacenza e Calendasco, secondo l’itinerario dello stesso nostro comune Patrono San Corrado Confalonieri.

R) La citata “Vita Beati Corradi” lo indica pellegrino di pace. Infatti, dopo l’esperienza traumatica dell’incendio involontario, a Corrado “venni in cori di andare a serviri Deu” e“pervinni undi havia poveri et servituri di Deu” (nn. 51 e 56). Lascia, infatti, Piacenza e va in un luogo che la tradizione indica nel ‘romitorio del Gorgolare’ per la sua vicinanza del rivo Calendasco o Macinatore. Là compie il noviziato e trascorre un certo tempo, maturando il desiderio di solitudine e di preghiera.

Nel 1322 egli lascia definitivamente la terra piacentina per andare – come il biblico Abramo (cfr. Gen XII 1) – nella terra che il Signore gli mostrerà. Prima di partire, fra Aristide, superiore del romitorio di Calendasco prega per lui e lo benedice

Eccolo Corrado nella via romea solo, sconosciuto, senz’altra previsione che una fiducia illimitata in Colui che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli dell’aria (cfr. Mt VI 28), chiuso in un ruvido saio e appoggiato al suo bordone di pellegrino. Il sacco pesa, i sandali e i ciottoli della strada, la sete e la fame lo attanagliano, l’anima però a poco a poco spicca il volo, dato che non c’è vero pellegrinaggio senza un minimo di ascesi. Egli fa onore semplicemente e gioiosamente al pasto frugale che un’anima caritatevole gli offre ad una tappa, riservandosi di far penitenza, per virtù o per necessità, alle tappe successive. Accolto dagli uni come rappresentante di Cristo, da altri sarà scacciato come intruso scroccone; ma egli riceverà con la stessa francescana letizia e umiltà le buone e le cattive venture del cammino. L’esperienza del pellegrinaggio anche per il nostro Santo è una meravigliosa scuola di semplicità e di abnegazione, di povertà e di altre virtù basilari di cui il mondo ha sempre bisogno. E il pellegrino Corrado rimane a Roma? No, ma nella Città Eterna egli matura la sua vocazione eremitica. Infatti – come sottolinea il citato codice del sec. XIV – “per meglio servìri a Deu sindi vinni in Sichilia” e sceglie Noto (Siracusa), dove vive di carità, povero tra i poveri. A chiunque va a trovarlo alle celle della chiesa del Ss. Crocifisso e, poi, nella grotta dei Pizzoni per chiedergli intercessione di grazie, per esprimergli ammirata gratitudine o per mettere alla prova la sua santità, tutti accoglie con volto sorridente, evangelizza, è largo di aiuti e di consigli spirituali, di intercessioni e di miracoli. Il nostro Santo Patrono si fa missionario itinerante tra il popolo netino, ogni qualvolta che dalla sua grotta dei Pizzoni scende in città. Lo ammiriamo paziente e paterno col figlio di Vassallo: “Questa metà di formaggio – gli dice - è di tua madre [la quale non avrebbe voluto farmelo avere tutto intero] e questa metà è di Gesù Cristo”; affabile con l’amico operaio e padre di famiglia: “Siano benedette queste mani che alimentano tante creature”; umile e premuroso con il suo vescovo di Siracusa, che accoglie nella sua grotta col pane caldo del miracolo: “Signor vescovo, non sono quello che voi pensate, perché io sono peccatore”. Fra Corrado resta grato con chi lo invita a mensa: “Dio rimeriti la vostra anima per la carità” ; è catechista con un altro operaio che lo incontra, gli bacia la mano e gli chiede: “Compare, insegnatemi qualche preghiera”, e fra Corrado gli insegna la recita del Padre Nostro e dell’Ave Maria. Il saluto abituale verso quanti egli incontra per le vie di Noto è: “Fratello/sorella, abbi tu pace”! Prossimo alla fine, quel 19 febbraio 1351 così prega: «Onnipotente Dio, ti raccomando l’anima mia e di ogni creatura… Signore, stendi la tua mano e dammi aiuto». Fioriscono subito le grazie ottenute per la sua intercessione e la devozione popolare cresce, soprattutto dopo la ricognizione canonica del suo corpo trovato incorrotto nel 1485. Papa Come ho accennato sopra, Leone X il 12 luglio 1515 delega il vescovo di Siracusa ad istruire il processo informativo e proclamarne ‘per delegatum’ il culto; mandato apostolico eseguito nella chiesa madre dell’antica Noto il 28 agosto 1515 dal suo vicario generale Mons. Giacomo Umana, netino e vescovo titolare di Scutari. Urbano VIII nella bolla del 12 settembre 1625 lo chiama “Santo” e ne stende il culto all’Ordine Francescano nel mondo. L’arca d’argento con il corpo di S. Corrado è in venerazione a Noto in Cattedrale.

Piacenza, Calendasco, Roma, Noto, …e l’Ordine Francescano hanno in San Corrado Confalonieri un faro luminoso di santità operosa! Egli - da vero uomo di pace e testimone di Cristo Risorto - tutti ci guida e sostiene. Inseriti ormai nell’unità europea, il nostro Santo Eremita Piacentino ci sprona ad essere, anche come cristiani, operatori di fraternità e di pace nel nostro ambiente e dovunque.



Intervista di Umberto Battini a nome di tutti i Devoti


Presentiamo ai Devoti di San Corrado
l'acuto commento per la penna netina
di Mons. Salvatore Guastella
alla ritrovata poesia del 1862






La valle di San Corrado a Noto

da “Poesie di Giannina Milli, volume primo, pp. 74 - 78”
Ed. Felice Le Monnier, Firenze 1862

di mons. Salvatore Guastella


«Valle misteriosa dei Pizzoni / luogo di silenzio e di preghiera, / terra benedetta dal Signore, / oasi di pace e santità. / Lembo sei di cielo sulla terra, / dove ci s’incontra col Signore, / valle rivestita di splendore, / valle profumata di virtù»!

Questi versi del poemetto “Corrado Confalonieri l’Eremita dei Pizzoni”, cantati dalla melodiosa corale netina Trio Jubal mi sembra riascoltarli nell’alata lirica di Giannina Milli, poetessa abruzzese, la quale – ospite attesa e gradita anche nei salotti letterari di Sicilia – giunta a Noto nel dicembre del 1853, volle pellegrinare alla vicina Valle di San Corrado (detta Valle dei miracoli) dov’è il santuario con la venerata grotta del Santo, cuore della religiosità netina e sacra a tutti noi per la presenza orante del patrono S. Corrado Confalonieri(+ 19.2.1351); da secoli è luogo rispettato e custodito dagli ‘eremiti di S. Corrado’ e meta di pellegrinaggi e di visitatori. Oggi ne hanno zelante cura i Frati Francescani Conventuali.

Anche a nome dei devoti del nostro Santo, sono grato all’amico piacentino Umberto Battini, zelante gestore del presente sito web, per aver rintracciato la splendida, melodiosa Ode “La valle di S. Corrado a Noto”, nel 1° dei due volumi di Poesie della versatile poetessa abruzzese.
Giannina Milli (Teramo, 24.5.1825 – Firenze, 8.10.1888) è stata scrittrice, poetessa estemporanea ed educatrice. Le sue serate, durante le quali declamava versi composti all’istante su temi proposti dal pubblico presente in sala, avevano soprattutto lo scopo di accendere gli animi a sentimenti patriottici e religiosi.
Affascinata dal misticismo di questa Valle di San Corrado, la celebre poetessa teramana volle esprime in versi (sono ben tredici strofe) la sua emozione-ispirazione di credente: «rievocare io tento / quella che in te provai calma divina».
Anche noi – ancora una volta e idealmente con la stessa poetessa – rileggiamo nei suoi versi l’incanto della sacra valle netina. Segnalo, tra parentesi, il n° della strofa che riporto.
«Veggio la grotta, ov’ebbe aspro ricetto / piacentino cavalier cortese… / che agli agi aviti, al maritale affetto, / al dolce nido nel natal paese, / disse perpetuo irrevocato addio, / tutto offerendo in olocausto a Dio» (3ª). Densa di agreste lirismo la 6ª strofe: «Or dell’aura il sospir, che dai roseti / soavemente move profumata, / l’eco mi sembra dei sospir segreti / di quella al ciel diletta alma bennata! / Odo fremer tutt’ora infra i mirteti / l’angelica melòde innamorata / che allietò spesso di celeste incanto / l’ora notturna al solitario Santo».

La poetessa rimase estasiata da tanto silenzio ascetico e, proseguendo, canta: «Oh, benedetti, oh avventurosi invero / voi, semplici romiti poverelli, / che a custodia del loco un mite impero / serba nel nome e nell’amor fratelli! / Non giuro irrevocabile severo / vi annoda qui, se il mondo ancor vi appelli. / Né tardo pentimento la secura / pace conturba delle vostre mura» (9ª).
Infine, come riavendosi da un estatico sogno, la poetessa volge un ultimo sguardo alla circostante mini-Tebaide netina: «Né tu sì vaga allora [al tempo di S. Corrado] eri e ridente / o quieta odorosa vallicella. /…Pur fin d’allora la Netina gente / qui trasse a schiere ad onorar la bella / alta virtù dell’umile Eremita / che illustrò il loco ove traea la vita» (12ª). «…
Davvero “la vera poesia è uno scoprire e stabilire richiami e concordanze tra il Cielo e la terra, in noi e tra noi” (Clemente Rebora).
E la poetessa Giannina Milli è stata esente da quella che Simon Weil ha chiamato “sola colpa: non aver la capacità di nutrirsi di luce”. Perciò, commossa ed edificata, così ella volge un ultimo saluto al sacro speco luminoso di santità, in quel dicembre del 1853: «La grotta, il loco ove [il Santo] la prece sciolse, / il rio che il dissetò per sì lunghi anni, / il sasso ch’ebbe al pio capo sostegno, / di riverenza popolar fur segno» (13ª).


Mons. Salvatore Guastella

LA VALLE DI SAN CORRADO IN NOTO.

di Giannina Milli

(Teramo 24 maggio 1825 - Firenze 8 ottobre 1888)



O tra scabri dirupi inabitati

Silenziosa vallicella oscura ,

Di amene ombre gioconda, e di odorati

Fior che benigna si larga natura ;

Salve ! in riva al Tirren, pe' frequentati

Trivi superbi di fastose mura ,

Tra 'l fragore de' cocchi e il popol denso ,

Al tuo cenobio, alla tua pace io penso !


E così forte rivocare io tento
Quella che in te provai calma divina ,
Che a poco a poco ciò che miro e sento
Si trasforma per l' alma peregrina.
Più il mar non veggo che amoroso e lento
Lambe il lito gentil di Mergellina,
Ma del picciolo tuo rivo argentato
Ascolto il mormorio sommesso e grato.


Veggio la grotta , ov’ebbe aspro ricetto

II piacentino cavalier cortese ,

A cui si fera di rimorsi in petto

Guerra l' error non volontario accese,

Che agli agi aviti, al maritale affetto,

Al dolce nido nel natal paese,

Disse perpetuo irrevocato addio,

Tutto offerendo in olocausto a Dio.



Qui scalzo e cinto di cilizio, i vani

Diporti e l' ora maledia fatale

Che, perseguendo per colline e piani

Errante belva a cui il timor da l'ale,

Di fitto bosco nei recessi arcani,

A caso, incendio suscitò ferale ,

Onde a torto accusato altri poi venne,

E a un passo fu dalla crudel bipenne.



Nè il duro esiglio , nè il solingo orrore

Del loco, e l' aspre penitenze e i pianti,

Credea pena adeguata al grave errore

Di che ognor si accusava al cielo innanti.

Rendean fede dell' alto suo dolore

Gli estenuati pallidi sembianti,

E il crine incolto, ed i dogliosi accenti,

Con che novi al Signor chiedea tormenti.



Or dell' aura il sospir , che dai roseti

Suavemente move profumata,

L' eco mi sembra dei sospir segreti

Di quella al ciel diletta alma bennata !

Odo fremer tutt' ora infra i mirteti

L' angelica melode innamorata

Che allietò spesso di celeste incanto

L'ora notturna al solitario Santo.—



Non ricca di scolpiti preziosi
Marmi, ma sorge la chiesetta umile

Modesta e bella, accanto a paurosi

Antri, di belve un di tetro covile.

Le mura ornan l' offerte de' pietosi,

E l'ara, in sua semplicità gentile,

Splende non già d'indiche gemme e d' ori

Ma di olezzanti ognor vergini fiori.



Nè mai sì dolce ricercommi il petto

Qual più suave udii musica nota,

Come l' alto silenzio benedetto

Che regna dentro la magion devota ,

Piove dal santo effigiato aspetto

Al cor commosso una dolcezza ignota ;

E voce ascolta in cara estasi assorto :

« Delle umane procelle è questo il porto. »



Oh benedetti, oh avventurosi invero

Voi, semplici romiti poverelli,

Che a custodia del loco un mite impero

Serba nel nome e nell' amor fratelli !

Non giuro irrevocabile severo

Vi annoda qui, se il mondo ancor vi appelli.

Nè tardo pentimento la secura

Pace conturba delle vostre mura.



A' scarsi desiderii, a' pochi vostri

Bisogni ardente carità provvede ;

E delle scienze , un di vive ne' chiostri,

Unica qui tien loco ingenua Fede.

Invidia e ambizion , feroci mostri,

Cercano indarno in mezzo a voi la sede,

Chè sol nel vostro cor iìda tenace

La speme alberga dell' eterna pace.



Con lieto volto il peregrin bramoso

Dall' Eremo alla valle accompagnate,

E dell' antico Santo glorioso

La leggenda, cortesi, gli narrate.—

Qui sul nudo torren cercò riposo ;

Qui fùr tante per lui notti vegliate ;

Qui mostra un sasso venerato agli occhi

L'orma tuttor de' suoi curvi ginocchi !



Nè tu sì vaga allora eri e ridente,

O quieta odorosa vallicella;

Ma di macigni e bronchi orrendamente

Irta , e ad ogni gentil germe rubella;

Pur fin d'allora la Netina gente

Qui trasse a schiere ad onorar la bella

Alta virtù dell' umile Eremita

Che illustrò il loco ove traea la vita.



E poi che al ciel la santa anima volse,

Dove il disio si acqueta, i bianchi vanni,

Ed un serto immortal di luce colse,

In premio ai lunghi sostenuti affanni ;

La grotta, il loco ove la prece sciolse,

rio che il dissetò per si lunghi anni,

II sasso eh' ebbe al pio capo sostegno,

Di riverenza popolar fur segno.


Nel Dicembre dell'anno 1853.



INNO a S. CORRADO




di p. Antonio Panzica TOR
Parroco Chiesa parrocchia S. Corrado Confalonieri
di Siracusa
magistralmente musicato
potete richiederlo in CD all'Araldo di San Corrado
o direttamente alla Parrocchia di S. Corrado - Siracusa
della quale trovate sul fianco destro il link del sito


Dall’orgoglio liberato
con i frati penitenti,
tutti liberi e contenti,
ora sconta il suo peccato.

Poi diventa pellegrino
di Gesù innamorato
con il cuor tanto infiammato
dell’amore suo divino.

Pellegrino del Signore,
prega sempre e gira il mondo,
il divino vagabondo
porta a tutti pace e amore.

Vede Roma e Terra Santa,
solca il mare e sbarca a Malta,
la Sicilia, terra alta,
scorre e guarda tutta quanta.


Da Palermo scende a Noto
dove fissa la dimora,
poco pane lo ristora
e un ruscello che gli è noto.

L’eremita prega e ama
Gesù Cristo Salvatore
Crocifisso e Redentore
che gli dona pace e fama.

Fra Corrado il Crocifisso
ama e prega innamorato,
il suo volto estasiato
su di lui ha lo sguardo fisso.

Finché vien sorella morte
per condurlo nella gloria,
quando al termin della storia
si spalancan quelle porte.

rit.

S. Corrado dolcemente,
tu se’ nostro protettore,
da lassù con grande amore
or proteggi la tua gente.




Buone Nuove

Nel Santuario di Lendinara (Rovigo) dedicato a Nostra Signora del Pilastrello del 1500, ove sono i monaci benedettini olivetani, vi è una Cappella dedicata a S. Corrado Confalonieri (così leggo nella Guida al Santuario).
Nel 1700 fu arricchito e ingrandito, rimane una Pala all'altare con un S. B
artolomeo in Gloria, S. Benedetto e S. Corrado Confalonieri, ai piedi spuntano i committenti.
Tela attribuita al pittore Tintoretto stesso o da altri alla sua scuola, tela datata a fine 1500 ca.
Presto avrò dettagli 'da loco'.
Intanto potete vedere una foto della Pala con il nostro S. Corrado Confalonieri!

Importante e interessante.

Umberto Battini


1969 - 2009 una notizia nel libro del Touring di 40 anni fà
foto sopra:
parte del libro del Touring Club del 1969
che riporta le notizie sopradette
altre notizie simili le potete trovare sul web al sito
rovigobox ed anche polesineonline
sempre circa il Santuario Mariano di Lendinara (Rovigo)



Guardate bene la fotografia del quadro:

in effetti la guida descrive Cappella di S. Corrado (vedesi il santo in abito francescano) e poi al centro in primo piano San Bartolomeo, proprio di fianco si intravede in abito bianco perchè benedettino il Beato Tolomei che fissa giù sotto S. Benedetto e opposto a S. Benedetto è San Corrado Confalonieri, sotto i due Nobili offerenti della pala.

Ricordate che il Beato Tolomei è un santo benedettino: doveva essere raffigurato ( fosse stato lui) in abito bianco come S. Benedetto, su questo non c'è dubbio di nessun tipo.


Altri testi con le notizie soprascritte circa il Santuario di Lendinara

sono i seguenti del quale propongo breve estratto e ove si legge che la cappella è dedicata a San corrado Confalonieri.

Ecco la parte del testo della guida del Santuario:

Il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL PILASTRELLO
Guida breve


IL PRIMO ALTARE DELLA NAVATA DESTRA

La cappella è dedicata a S. Corrado Confalonieri. L'altare in marmo di Carrara è opera del milanese Paolo Sartorelli che lo installò nel 1802. Al di sopra della mensa marmorea la pala d'altare raffigurante S. Bartolomeo in gloria, S. Benedetto, il Beato Bernardo Tolomei e i committenti Bartolomeo e Battista Malmignati (olio su tela centinata, cm. 257 x 147) attribuita a Domenico Robusti, il Tintoretto (Venezia 1560 - 1635) e databile alla fine del '500. Fra le nuvole S. Bartolomeo con lo sguardo rivolto verso la luce divina proveniente dall'alto e nella mano destra la propria pelle scorticata e il coltello del martirio. L'angelo di destra ha tra le mani la mitria del Beato Bernardo Tolomei, raffigurato in basso nella veste dell'Ordine con le mani incrociate al petto e lo sguardo rivolto verso S. Benedetto. Sotto a mezzo busto i due committenti Bartolomeo e Battista Malmignati.



Testi di Donatella Basutto, Gabriella Guerrini, Lodovica Mutterle
Referenze fotografiche: Archivio Monastero della B.V. del Pilastrello; Biblioteca Comunale "G. Baccari"
Progetto grafico, revisione dei testi e coordinamento editoriale: Pier Luigi Bagatin
Consulenza fotografica: Antonio Guerra
© Comune di Lendinara - Santuario della B.V. del Pilastrello

Altro testo:
LENDINARA notizie e immagini dei beni artistici e librari

a cura di:P.L. BAGATIN - P. PIZZAMANO - B. RIGOBELLO
edizioni CANOVA 1992



AI DEVOTI in ITALIA


Stiamo lavorando al montaggio del documentario
dei luoghi e della storia di San Corrado in terra
piacentina: un omaggio a tutti i devoti
da Calendasco di Piacenza
Vi daremo notizie più precise tra non molto...

Piccole notizie corradiane


- I Confalonieri furono per certi periodi, Podestà di Piacenza, e grazie alla loro iniziativa diplomatica e politica verso i Potenti ne ricevettero la gratitudine in termini di possessi feudali. Anche i Confalonieri eran tra quelli che avevan fatto loro i beni nel periodo del X secolo, trasmettendoli ereditariamente ai propri figli.
In special modo furono Capitani dei vari Vescovi di Piacenza, e ciò per secoli.

- Nel X secolo Corrado II imperatore, detto il Salico andava a enunciare il Liber Foeudorum che mirava appunto a regolare i rapporti tra Poteri e Feudatari.

- I beni dei Confalonieri, rintracciabili in carte d’archivio, sono l’indizio di una affermazione politica e sociale e vediamo essi appartenere alla fazione Guelfa mentre ritroviamo il Duca Galeazzo Visconti essere un Ghibellino al pari dello stesso suo predecessore Matteo Visconti.

- Dalle tante carte esaminate emerge un quadro relativo ai possessi sparsi sul territorio piacentino, non elementi di un unico patrimonio familiare ma riferito ad un gruppo parentale ramificato. Sono la prova della tendenza, al radicamento territoriale in questa area piacentina, dell’esercizio di un potere territoriale su una vasta zona. In effetti erano bonis et juribus delle loro zone feudali tra le quali si possiedono carte a firma autografa degli stessi stipulate in Calendasco loro feudo per quasi due secoli.

- Di San Corrado possiamo ricostruire la discendenza e la ascendenza dei suoi successori; nel Campi si legge essere indicato come padre dello stesso Santo, il Nobile Jacopo de Confalonieri oppur indicato almeno quale zio e lo stesso Campi cita un Corradino nella stessa famiglia nel 1299, con la supposizione fosse lo stesso Santo.

- Dai matrimoni dei Confalonieri si può risalire alle dinastie nobiliari che citano appunto anche tra esse gli stessi Zanardi-Landi.

- Di Jacopo Confalonieri abbiamo la conferma essere protettore dei francescani di Piacenza da una pergamena del XIII secolo ove egli prende la difesa degli stessi in una diatriba.

- Questo ci porta a supporre quindi una propensione ad essere estimatori del movimento nascente francescano che andava a impregnare il tessuto sociale dell’epoca. Mentre è certo che a Piacenza i Penitenti Terziari francescani erano tanti e ben organizzati, sia uomini che donne.

- Corrado ebbe a diventare maggiorenne a 14 anni secondo la tradizione medievale e avviato senz’altro alla carriera cavalleresca.




Noto, 1943

Il voto a San Corrado
per l’incolumità della Città.

di Mons. Salvatore Guastella


Resterà indelebile pagina d’oro nella storia della città di Noto la grandiosa sacra funzione che si svolse in cattedrale nel pomeriggio del 28 febbraio.

Alla sera del 19 febbraio, festa del Santo, il vescovo annunzia in cattedrale il desiderio presentatogli da alcuni di emettere un voto al Signore perché, per l’intercessione di San Corrado, preservi la città dalle incursioni aeree. Da quel momento la relativa domanda al vescovo e al commissario prefettizio del Comune riscuote in pochi giorni la totale adesione in ogni classe di cittadini.
Così, prima che sia riposta in sicurezza nella sua custodia l’arca argentea contenente il corpo del Santo, domenica 28 il vescovo Angelo Calabretta - preceduto dal Seminario, dai parroci e dai canonici – muove dal palazzo vescovile verso la cattedrale. Dinanzi al palazzo Ducezio attendono il Commissario prefettizio e il personale del Municipio, con il gonfalone municipale e la bandiera nazionale. Quindi tutti quanti si entra nella cattedrale illuminata e gremita di popolo, mentre la schola cantorum esegue l’Ecce sacerdos e l’inno per il centenario di S. Corrado.
Fatta breve orazione all’altare del Santo, Il vescovo dà anzitutto lettura della lettera che il S. Padre gli ha inviato per la fausta occasione del sesto centenario della venuta di S. Corrado in Noto; poi spiega la portata del voto che a momenti il Commissario prefettizio avrebbe presentato al Signore in onore di S. Corrado e in nome di tutta la cittadinanza.

Eccone il testo.

«Se il Signore lascerà immune la Città dalle incursioni aeree nemiche nella presente guerra, ogni anno in perpetuo nella festa del Santo, il 19 febbraio, il Sindaco porterà ufficialmente un cero al Santo; e i singoli cittadini di Noto nella vigilia di detta festa faranno ogni anno un digiuno nella forma consueta della Chiesa e non sotto pena di peccato, e s’impegneranno, finita la guerra, a fare eseguire le auspicate e dovute decorazioni alla chiesa cattedrale che conserva il prezioso corpo di S. Corrado Confalonieri, patrono della città e diocesi di Noto».

Indi si alza a parlare il comm. Vincenzo Eduardo Gasdia, viceprefetto di Siracusa e commissario straordinario al Comune di Noto. Con felice discorso, materiato di profonda cultura sacra e di sentimenti di pietà cristiana, egli rievoca i tempi in cui nei momenti più salienti della vita cittadina e nazionale i magistrati delle città italiane nelle cattedrali trasformate in arengo presentavano al Signore per le mani del vescovo i voti dei cittadini; disse come l’adempimento di quei voti in molte città più vetuste costituisce tutt’oggi la rievocazione della più bella pagina della loro storia, e con commossa invocazione al Santo presenta il voto anticipando, quale caparra di esaudita preghiera, fin da quel momento stesso l’offerta del cero che si reca a presentare al vescovo. Subito acceso, il cero viene posto sull’altare dinanzi al Santo, ed in seguito sarà conservato, a cura del Municipio, in apposita custodia nella cappella del Santo, a ricordare il primo cero offerto dal Comune.
Si alza quindi il segretario del Comune che dà lettura della deliberazione sancita, in merito a detto voto, dal Comune e debitamente autorizzato. Quindi il notaio cav. Salvatore Samperi dà lettura del rogito, che viene subito firmato dal vescovo, dal sig. commissario e da dieci testimoni scelti da ogni classe di cittadini.
Terminata la solenne cerimonia, tra il più vivo commosso entusiasmo dell’immensa folla, l’arca argentea del Santo viene riposta nella sua custodia che fin dal delinearsi dei primi pericoli bellici è stata diligentemente praticata dietro l’altare maggiore, in posto che presenta maggiore affidamento di sicurezza.
Riconoscete al suo Santo Patrono, la Città a lui devotissima scioglie così da 65 anni, il 19 febbraio, il voto emesso nel 1943!

Mons. Salvatore Guastella



Album fotografico









Un interessante articolo di cultura netina e corradiana


Noto, 1898
S. Luigi Orione pellegrino per voto alla grotta di S. Corrado.


San Luigi Orione (1872-1940), fondatore della Piccola Opera della divina Provvidenza, venne per la prima volta da Tortona a Noto il 19 settembre 1898 e vi si trattenne sino al 20 ottobre, invitato dal vescovo Giovanni Blandini a dirigere con i suoi sacerdoti e chierici il Collegio S. Luigi (1898-1903), oggi sede della Curia vescovile e a gestire, in seguito, in contrada Cozzotondo la Colonia Agricola Immacolata con annesso orfanotrofio (1901-1916), oggi sede della ‘Comunità-Incontro Villa Immacolata’.


Nel 1939 il vescovo Angelo Calabretta offrirà al santo tortonese la gestione della parrocchia-santuario di S. Corrado di fuori, dove i suoi religiosi incrementeranno la vita eremitica e l’attività pastorale, ed inoltre adatteranno l’eremo superiore ad Orfanotrofio maschile S. Corrado (1950-1988). Benemerita presenza orionina socio pastorale a Noto, che però si concluderà nel 1992.
Durante i giorni di sua residenza a Noto nel 1898, “don Orione si recava spesso nella grotta di San Corrado a pregare, e illuminava i buoni eremiti custodi del santuario con discorsi semplici e fervorosi” (v. Bollettino dell’Opera, Tortona, 2 ottobre 1898).


Intanto «attorno a Don Orione si era fatta tale rinomanza di santo, che egli ricorderà sempre con umile confusione quelle ultime giornate della sua permanenza a Noto, circondato di affetto, ricercato da mane a sera, quasi oppresso dai sentimenti di stima. Ma lo preoccupavano le condizioni di salute del suo chierico Eugenio Ottaggi; condizioni che preannunciavano il mal sottile. Don Orione così ne parlò con don Sterpi: “Ti confesso che mi sento strappare il cuore. Ho fatto due voti, alla Madonna di Lourdes e a San Corrado che abbiamo qui, perché ce lo facciano guarire tanto almeno da poterlo condurre fino a Tortona. Ieri notte sono andato al santuario di S. Corrado di fuori e sono arrivato a casa alle undici e mezzo, e là ho fatto voto di condurlo pure e di fare un dono non minore di £ 300. Ho fatto accendere una lampada, ho detto Messa nella Grotta del Santo e poi ho dato ad un povero che ho trovato tutti i pochi quattrini che avevo in tasca e il povero orologio di Goggi, che per caso avevo.

Mai ho sentito tanta fede e tanta certezza anche di un miracolo, se farà bisogno, per la grazia che domando”. San Corrado lo esaudì! Don Orione alle ore 9,30 del 20 ottobre 1898 partì con il chierico E. Ottaggi in treno da Noto per Tortona, invocando la protezione della Vergine Santa e di S. Corrado» (da: DON ORIONE E LA PICCOLA OPERA DELLA DIVINA PROVVIDENZA. DOCUMENTI E TESTIMONIANZE, vol 2° [1893-1900], pp. 397, 402 e 405. Roma 1989).


In Cristo Buon Pastore, S. Corrado Confalonieri e S. Luigi Orione ci proteggano sempre e dovunque, e ci rendano più docili allo Spirito per essere davvero sale-luce-lievito evangelico nell’oggi della storia.

Mons. Salvatore Guastella




Omelia del Card. Silvano Piovanelli
Arcivescovo emerito di Firenze
Noto, domenica 25 agosto 2002


San Corrado: non solo una tradizione da custodire
ma un esempio di vita evangelica da accogliere.


Devo confessare che quando ho sentito parlare per la prima volta di san Corrado, non sapevo chi fosse.
Allora ero parroco in una grossa parrocchia della mia diocesi di Firenze e accoglievamo molti emigrati dalla Sicilia. Nel loro cuore la nostalgia delle feste popolari e sulle loro labbra il nome di san Corrado, che invocavano con enorme fiducia. Una donna espresse tutta la sua ammirazione con una sola parola: «E’ miracoloso!» e, con ancora negli occhi il ricordo delle feste, raccontava: «Le mamme proiettavano i bambini verso di Lui, gridando: E’ tuo»!
Ecco quello che noi vogliamo fare oggi in questa festa: affidarvi tutti e tutte a san Corrado, gridandogli: Questa comunità è tua!

Nessuno può precisare l’anno in cui San Corrado piacentino giunse a Noto – forse nel 1331 – dopo aver subito altrove anche ingiurie e villanie e dopo che gli erano stati aizzati anche i cani. Ma in quel giorno in cui l’uomo di Dio giunse a Noto, la storia netina cambiò il suo corso. La storia della città e di questa comunità cristiana ha custodito il cambiamento che la sua venuta e presenza ha operato? Il problema di sempre e di tutti noi non è tanto conservare gelosamente un ricordo e una tradizione, ma custodire e trasmettere un insegnamento di vita, la fedeltà al Vangelo, l’impegno della santità. Giovanni Paolo II nella lettera apostolica NMI ha scritto che «è l’ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana, che è la santità: tutta la vita della comunità ecclesiale deve portare in questa direzione» (n.31). San Corrado vi ripete con l’esempio della sua vita quanto il papa ha domandato: cioè, che siamo «profondamente radicati nella contemplazione e nella preghiera». Corrado infatti divenne prima “eremita itinerante” e poi “eremita urbano”: ma in ogni situazione la sua vita è tutta riempita dalla preghiera e dalla penitenza, pur senza estraniarsi dalla vita degli uomini, come a volte pensiamo di fare noi. Infatti, risiedendo alle celle del Crocifisso, egli unisce alla preghiera il lavoro, tanto da far nascere un giardino. E nella grotta dei Pizzoni, dove la preghiera e la penitenza avevano un grande spazio, san Corrado non volle isolarsi dalla gente e non rifiutava mai di ricevere quelli che gli facevano visita. Anzi, li accoglieva con volto sorridente. Il sabato si recava a Noto per chiedere la carità di un po’ di pane.

Nella tua vita c’è lo spazio della preghiera? Si tratta di una semplice abitudine oppure è un atto vitale? e c’è la penitenza del lavoro, qualunque lavoro ma fatto bene perché, oltretutto, si svolge sotto gli occhi di Dio?
Quello che mi ha colpito nella vita di san Corrado è stato l’episodio che gli cambiò la vita. Egli era sui 35 anni, era già capofamiglia e possedeva beni entro Piacenza e nel contado. L’imprudenza di far appiccare il fuoco alla sterpaglia durante una battuta di caccia provocò un incendio di grandi proporzioni. Vista l’impossibilità di domarlo, decise di rientrare in città, cercando di non far trapelare la sua responsabilità. Probabilmente egli non avrebbe avuto il coraggio di palesare la sua responsabilità, se dell’incendio non fosse stato accusato un poveretto che non c’entrava per niente e che per questo non fosse stato condannato a morte. Dentro la coscienza di Corrado risuonano continuamente e in modo sempre più doloroso le parole: “sarai tu così vigliacco da permettere che quest’uomo muoia per il male che non ha fatto”? Alla fine la coscienza di Corrado dette la risposta giusta: “questo non sarà mai”! Così egli ebbe il coraggio di confessare la verità e assumersi le proprie responsabilità dinanzi al Signore di Piacenza. Stante la sua condizione di nobile, anziché un processo, subì la confisca dei beni… Attraverso un travaglio interiore che noi non conosciamo, Corrado giunse alla decisione di lasciare davvero tutto, persone e beni, per diventare un penitente, un eremita pellegrino, un laico che “con l’andar vagando per Dio” purifica la propria vita e diventa gradito al Signore.

Il coraggio di una decisione! il vincere anche il proprio orgoglio e la paura di presentarsi agli altri con le nostre responsabilità! Nella vita, in ogni vita, ci sono momenti dai quali dipende tutto il nostro avvenire. In quei momenti occorre coerenza, coraggio, fede, decisione! Così era stato poco più di cento anni prima anche nella vicenda di san Francesco d’Assisi che incontra quel lebbroso e, nonostante la ritrosia che sente di avvicinarlo, gli va incontro addirittura per abbracciarlo e baciarlo. Così è stato anche per Giorgio La Pira il quale, mentre prima della conversione nella sua Pozzallo – a quanto mi raccontano – esige che si levi il Crocifisso nel salone in cui è stato invitato dai giovani a tenere una conferenza, dopo la sua radicale conversione vive tutto per Cristo crocifisso e risorto, da lui amato e servito con passione evangelica nei poveri e nella costruzione della pace e fraternità fra i popoli. Così è anche oggi nella vita di ciascuno di noi.
C’è nella tua vita una decisione da prendere con risolutezza? un cambiamento che la coscienza ti domanda? San Corrado ti doni il coraggio di scelte coerenti col Vangelo.

Egli è da voi celebrato con fiducia anche perché nella terribile peste nel 1348-1349 diventò per Noto l’angelo della carità e anche in modo miracoloso provvide al bisogno di persone e di famiglie assalite non solo dalla malattia, ma anche dalla fame. Bello l’episodio che racconta di san Corrado il quale, entrato nella sua grotta dove non c’era né letto né pane, e ne uscì portando per il Vescovo ospite quattro pani caldi, si direbbe appena usciti dal forno. Un augurio benedetto per il vostro vescovo e per tutta la santa Chiesa netina: che, cioè, san Corrado tiri fuori da quella fornace ardente di carità che è il cuore delle anime generose – uomini e donne infiammati dall’amor di Dio – e li metta nelle mani del vescovo e della Chiesa di Noto perché non manchi a nessuno in questa terra il pane della verità, il pane dell’amore, il pane della missione. E da tutti si canti: per mezzo di san Corrado: Dio ha visitato e redento il suo popolo!
Maria Ss.ma Scala del Paradiso vi illumini e incoraggi a diventare veri devoti di san Corrado: a mettervi, cioè, sulla via della santità, nella sequela di Cristo perché è per la santità che Egli piacque a Dio ed è per far la santità ancora oggi che questa città e diocesi di Noto lo ricorda, lo ama e lo onora. A gloria di Dio. Amen.

Omelia del Card. Silvano Piovanelli
Arcivescovo emerito di Firenze,
Noto, domenica 25 agosto 2002.

Patrono amatissimo


articolo tratto dal quotidiano di Piacenza LIBERTA'
di venerdì 12.12.2008, pag. 21
cliccare sulla foto per leggere l'articolo


A titolo informativo
riportiamo sull'Araldo, la parte che ci riguarda, del Calendario Francescano d'Italia, e S. Corrado, come ben si legge, è tra quelli con propria celebrazione già nel primo Calendario Comune del 1996.
Vogliamo ricordare poi che, anche il Calendario dei Santi proprio dei Vescovi della Regione Pastorale Emila-Romagna, contempla il nostro S. Corrado Confalonieri.
Ed anche informiamo che la memoria di S. Corrado è facoltativa per TUTTI gli Ordini Francescani d'Italia mentre invece è OBBLIGATORIA per l'Emilia-Romagna, così come riporta correttamente il Direttorio.


Nuovo Calendario comune
per la Famiglia Francescana d’Italia

• Testo normale: le celebrazioni riportate nel Calendario Universale (2001).
• Testo in corsivo: le celebrazioni già presenti nel precedente Calendario comune (1996).
• Testo in grassetto corsivo: le celebrazioni aggiunte dalla presente Commissione.
• Quando non è indicato il grado della celebrazione, è memoria facoltativa.

GENNAIO
3 Santissimo Nome di Gesù Memoria
4 Beata Angela da Foligno, vedova
7 San Carlo da Sezze, religioso
11 San Tommaso da Cori, presbitero
12 San Bernardo da Corleone, religioso
16 Santi Berardo presbitero e Compagni,
protomartiri dell’Ordine Francescano Memoria
19 Santa Eustochia Calafato da Messina, vergine
30 Santa Giacinta Mariscotti, vergine Memoria


FEBBRAIO
4 San Giuseppe da Leonessa, presbitero
6 Santi Pietro Battista, Paolo Miki e Compagni, martiri Memoria
7 Santa Coleta da Corbie, vergine Memoria
8 Sant’Egidio Maria da Taranto, religioso
19 San Corrado Confalonieri da Piacenza, eremita





Gorgolare

Una interessante questione storica che ha trovato in questi ultimi anni una risoluzione è quella che riguarda l’hospitio ed eremo dei fraticelli penitenti di Calendasco.


A prescindere dal fatto che il sacerdote e storico netino Girolamo Pugliese è colui che nel suo libro in prosa su San Corrado dice che l’eremo ove si ritirò alla conversione il santo era comunemente detto ‘del Gorgolare’, (siamo nel 1568), lo stesso Pugliese è anche colui che lo indica essere nelle vicinanze della città di Piacenza, precisamente: “Villa sutta Placentia numinata”, e sappiamo che la località che cita è posta a nord.


Effettivamente tanti storici siculi e non solo, nel ‘500 ed oltre scrissero di questo santo eremita piacentino, vissuto nel periodo della sua matura vocazione in fama di santità nella ormai conosciuta grotta della ‘Valle dei Miracoli’ cioè la Valle dei Pizzoni di Noto; solo il Pugliese però ci dice nei suoi versi in prosa del romitorio detto volgarmente del ‘Gorgolare’, di regola gli altri storici rendono solo notorio il fatto che Corrado si ritira in un convento di francescani, così è ad esempio nella Biblioteca Sanctorum.



Analecta TOR
la rivista scientifica del TOR
di S. Francesco

Direttore responsabile e Redattore: Lino Temperini

Quota abbonamento 2009 ITALIA euro 30,00
Conto corrente postale n. 80538002
intestato a:
Analecta TOR, Via dei Fori Imperiali 1, 00186 Roma

La rivista
ci interessa perchè fornisce non poche notizie utili a comprendere sempre e meglio lo stesso Ordine dei Terziari fin dalle origini e non solo, e i saggi in essa editi sono utilissimo ausilio anche per impostare sempre e meglio la ricerca storica sul nostro Patrono.

Ad esempio
il saggio di Lino Temperini Francesco di Assisi. Cronistoria e itinerario spirituale "in via poenitentiae". Rivisitazione storica, è molto utile per avvicinarci alla Vita di S. Francesco ed agli eventi che portarono alla 'nascita' dell'Ordine francescano.

Altri saggi costituiscono questo voluminosa rivista di grande formato e di ben oltre 400 pp.




Devoti e Fedeli di San Corrado
leggete queste parole importantissime!

I santi non ci allontanano da Cristo, ma ci conducono a
lui; e noi abbiamo bisogno di loro perchè i nostri piedi sono troppo stanchi e i
nostri occhi troppo deboli, perchè possiamo da soli riconoscere il fine ed
essere capaci di percorrere la strada che vi conduce. I santi traducono la luce
purissima di Dio, che noi non siamo capaci di sopportare, nella multiforme
varietà dei colori della realtà terrena e ci permettono proprio così di
riconoscere la ricchezza del mistero di Gesù Cristo. Essi sono il frutto, che si
moltiplica sempre più, di quel chicco di grano, che per noi è caduto in terra ed
è morto (Gv 12, 24).



Card. Joseph Ratzinger


Prefazione al libro di Flavio Peloso, Santi e santità dopo il Concilio Vaticano II. Studio teologico-liturgico delle orazioni proprie dei nuovi Beati e Santi, [C.L.V. - Edizioni Liturgiche, Roma, 1991 (Bibliotheca Ephemerides Liturgicae, 61), pp.272], p.5-6.


L'idea base della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II è stata quella di rendere nuovamente evidente il mistero pasquale quale centro di ogni celebrazione liturgica. La domenica come sempre nuova attualizzazione dell'evento pasquale nel ritmo del tempo, come giorno offerto dal Signore stesso per l'incontro con lui nel sacramento del suo corpo e del suo sangue, è stata quindi di nuovo collocata in primo piano, quale elemento fondamentale nella struttura dell'anno liturgico. Una liturgia pasquale è nello stesso tempo anche una liturgia concepita trinitariamente. Infatti quando il Signore crocifisso e risorto diventa lo spazio della nostra esistenza, allora la nostra vita viene trasferita, da tutte le sue finalità e necessità meramente creaturali, dentro il ritmo dell'amore trinitario; la liturgia mira quindi proprio a questo: che "Dio sia tutto in tutti" (cf. 1 Cor 15,28).

In riferimento a quest'orientamento del tutto cristologico e trinitario della liturgia, in alcuni potrebbe sorgere l'impressione che i santi abbiano ora perso di significato; sarebbero da considerare quasi come una deviazione dal centro autentico della celebrazione liturgica cristiana e quindi da relegare preferibilmente nel retroscena. Questo è però un completo fraintendimento del mistero cristologico e trinitario. In una simile concezione, infatti, Dio e l'uomo sono visti come concorrenti, che si contrappongono reciprocamente. Ma la santità significa invece proprio che, con tutta la propria esistenza, si è superato questo errore. Un santo è un uomo, che non blocca lo sguardo verso la luce di Dio con l'ombra del suo essere personale, ma che invece, attraverso la purificazione della sua esistenza, è diventato una specie di finestra che, da questo mondo, ci lascia vedere la luce di Dio. L'uomo raggiunge pertanto la sua più alta dignità e la sua autentica verità quando non vuol più essere un concorrente di Dio, ma una sua immagine fedele. I santi non ci allontanano da Cristo, ma ci conducono a lui; e noi abbiamo bisogno di loro perchè i nostri piedi sono troppo stanchi e i nostri occhi troppo deboli, perchè possiamo da soli riconoscere il fine ed essere capaci di percorrere la strada che vi conduce. I santi traducono la luce purissima di Dio, che noi non siamo capaci di sopportare, nella multiforme varietà dei colori della realtà terrena e ci permettono proprio così di riconoscere la ricchezza del mistero di Gesù Cristo. Essi sono il frutto, che si moltiplica sempre più, di quel chicco di grano, che per noi è caduto in terra ed è morto (Gv 12, 24).

E' pertanto meritevole che Flavio Peloso, nella sua dissertazione, ci abbia reso accessibili le orazioni dei nuovi santi e beati proposti al culto nel dopo Concilio Vaticano II. Con ciò egli mostra innanzi tutto che anche in futuro ai santi, quali presenza permanente del mistero pasquale, spetta un posto insostituibile nella liturgia romana e che la processione dei santi, che vanno incontro al Signore che viene, è senza soluzione di continuità: con i santi cresce sempre continuamente anche la liturgia, nel suo protendersi verso Cristo.
L'Autore mostra quindi come, nelle nuove preghiere del Messale, l'immagine della santità si esprima in forme sempre nuove eppure nell'imperturbabile continuità della fede e trovi forma liturgica. E' affascinante vedere come nello sforzo per un'espressione adeguata di preghiera si sviluppi anche la comprensione dei santi e della santità e così essa diventi ultimamente sempre più centrata su Cristo. Le critiche e le osservazioni, avanzate dall'Autore nel suo stile preciso e sereno, potranno servire all'ulteriore approfondimento dello stile liturgico, ma anche alla maturazione della fede e della preghiera cristiane. A quest'opera accurata e preziosa auguro un'ampia diffusione.


Roma, Festa di San Marco 1991

Joseph Cardinal Ratzinger


Per approfondire

  • visita www.araldosancorrado.org
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