LETTURE DEL BLOG N. 204.000
C I L I I a SAN CORRADO CONFALONIERI

RINNOVARE la Pietà popolare e mantenerla viva !!!

Anche per il culto dovuto al santo Corrado e per tutta l'opera grandiosa che da Noto e Calendasco di Piacenza si sta compiendo per mantenere viva e corroborare la devozione ritorna utile leggere ciò che i Vescovi Italiani suggeriscono nella nota sulla Liturgia, riportiamo il passo che interessa:

IL RINNOVAMENTO LITURGICO
IN ITALIA

Nota pastorale della Commissione Episcopale per la Liturgia

Una pietà da orientare

18. Nel patrimonio di fede e di pietà che il passato ci ha tramandato, un'attenzione particolare va rivolta alla cosiddetta «pietà popolare», le cui espressioni, «per lungo tempo considerate meno pure, talvolta disprezzate» , «sono praticate in certe regioni dal popolo fedele con un fervore e una purezza d'intenzione commoventi».
Tali espressioni di devozione e di fede «formano oggi un po' dappertutto l'oggetto di una riscoperta» e questo è certamente un fatto provvidenziale. In realtà, se bisognerà vegliare perché certe forme di devozione non sconfinino nella magia e nella superstizione, sarebbe colpevole non riconoscere, in quelle pratiche, elementi che, «se ben utilizzati, potrebbero servire benissimo a far progredire nella conoscenza del mistero di Cristo e del suo messaggio» : in esse infatti si manifesta un ardore di fede, una passione d'amore, un'accettazione di dipendenza, un attaccamento alle tradizioni religiose che da soli costituiscono autentici valori e feconde possibilità di evangelizzazione. Bisognerà anche riconoscere il ruolo storico che la pietà popolare ha svolto per secoli, quando è stata l'unica forma di pietà accessibile al popolo cristiano, escluso come era dalle ricchezze della Liturgia.

Ora tutto un grande campo di lavoro ci si offre davanti: comporre in armonia Liturgia e pietà popolare, ispirando la seconda alla prima e vivificando quella con questa, senza esclusivismi e senza preclusioni, ma anche senza fondere o confondere le due forme di pietà; il popolo cristiano avrà sempre bisogno dell'una e dell'altra, e a Dio bisognerà lasciare aperte tutte le strade che conducono al cuore dell'uomo.

dalla Redazione dell' Araldo di San Corrado blog
E cu tuttu lu cori ciamamulu... ... ...evviva San Currau!




Osservazioni preliminari sul “Legato Sancti Conradi”

Nel volume San Corrado Confalonieri – I documenti inediti piacentini, ediz. Compagnia di Sigerico in Calendasco 2006, è riportato nella forma integrale l’importante atto giuridico

Ogni documento ha base in una azione giuridica dalla quale derivano particolari diritti e particolari obbligazioni, il documento è una semplice testimonianza scritta di un’azione già perfetta e giuridicamente valida di per sé ed in questo modo afferma i fatti in modo definitivo e durevole.

La Diplomatica è una scienza, cioè è una conoscenza esatta e ragionata che qualcosa ha grazie allo studio, all’esperienza e all’osservazione.

La Diplomatica è la scienza che ha per oggetto lo studio critico del documento, al fine di determinarne la sincerità (diplomatica) e il valore storico come testimonianza.

Il Legato di San Corrado, fa parte della Diplomatica speciale e con essa potremo analizzare particolari del documento presi in modo singolo, per di più è un Documento pubblico cioè rilasciato da una Cancelleria con delle proprie forme solenni.

Sappiamo che documento, nella sua etimologia, indica un oggetto o una cosa che mostra o istruisce, rendendo noto un fatto, ed in senso ampio, documento lo possiamo dire di qualsiasi oggetto o cosa che possa dare al giudice la prova storica di un fatto. Il documento, “rispetto alla testimonianza, costituisce una prova più fedele della memoria dell’uomo, sempre che si tratti di un documento completo, chiaro, esatto, genuino ed autentico”.

Il Legato di San Corrado è datato 9 agosto 1617, in scrittura corsiva latina ed è composto di 27 pagine; è redatto dal notaio pubblico piacentino e cancelliere della Curia Giovan Francesco De Parma nel Palazzo Episcopale di Piacenza, certamente sottoscritto nell’Anticamera dall’’Illustrissimo Signor Vescovo alla presenza di insigni testimoni: “In nomine Domini amen. Anno ab incarnatione eiusdem Millesimo sexacentesimo decimo septimo, Indictione Quinta decima, die nono Mensis Augusti Placentia In Palatio Episcopali videlicet Episcopi…”.

Il Legato è un documento redatto nel Palazzo del Vescovo, alla sua stessa presenza e con la sua approvazione reale, come vedremo analizzandolo nella sua intierezza, ed è reso Pubblico da un notaio e cancelliere episcopale: esso è un documento pubblico ecclesiastico, nel Codice di Diritto Canonico si legge che: §1. Sono documenti pubblici ecclesiastici quelli rilasciati da una persona pubblica nell’esercizio del suo compito nella Chiesa, osservate le formalità stabilite nel diritto.

Umberto Battini

immagine di particolare da mappa del 1570 ca.

I LUOGHI CORRADIANI piacentini
  • 1 il castello dove nacque nel 1290 e i Confalonieri furono per 200 anni feudatari
  • 2 la chiesa ove si venera quale Patrono da 400 anni e dove certamente si recò bambino
  • 3 l'hospitale-romitorio sulla via romea, luogo del ritiro del Santo tra i penitenti




ONORE AL SANTO
e Grazie alla città di Noto

Compagnia di Sigerico di Calendasco

Parrocchia e Circolo ANSPI S.Corrado

Comune di Calendasco Assessorato alla cultura

Invitano Tutti

Nel salone del Castello a Calendasco


IN PELLEGRINAGGIO CON

SAN CORRADO

Immagini di una devozione

da Calendasco a Noto

Martedi’ 19 febbraio

2008

FESTA del Santo PATRONO

Ore 21

Proiezione di immagini dei luoghi e del culto

al Santo Eremita Piacentino

lungo l’itinerario Calendasco – Noto

relatore Umberto Battini

Legatus Itineris per la Compagnia di Sigerico

Al termine brindisi con tutti gli intervenuti



19 febbraio 2008

Ricorrenza Patronale
SAN CORRADO CONFALONIERI


Gli studi piacentini

Gli artigiani dei cilii


di Salvatore Bertoli


Non sappiamo se l’introduzione avvenuta nel seicento di quegli “intorti grandi” voluta dal canonico netino Pietro Ansaldo per illuminare l’arca argentea di San Corrado corrispondesse ai nostri odierni cilii, tuttavia segna una data d’inizio molto importante a cui tutti noi facciamo riferimento.

Agli inizi probabilmente la forma del cilio doveva essere molto semplice, doveva cioè svolgere il compito di proteggere il cero acceso.

Riteniamo che per illuminare l’arca argentea di San Corrado il cilio doveva necessariamente avere la stessa dimensione attuale, formato cioè da un lungo fusto di circa due metri, scanalato per una migliore presa sormontato da una coppa di latta che racchiude all’interno un enorme cero. Questa coppa è formata da otto lati dipinti con immagini floreali o con altre dove sono raffigurati il santo, l’urna o il luogo in cui visse.

La tecnica di esecuzione ha subito nel tempo notevoli modifiche, infatti ancora oggi possiamo trovare cilii molto antichi risalenti alla fine dell’ottocento ed i primi del novecento, lavorati con la tecnica ad incastro. Questa tecnica consiste nell’unire le varie facce del cilio incastrando i bordi con uno speciale attrezzo chiamato piega lamiera.

Gli antichi maestri lattonieri di cui abbiamo memoria lavoravano con maestria la lamiera realizzando delle vere e proprie opere d’arte, ricordiamo ancora oggi i nomi dei fratelli Di Maria, del maestro Azzaro, ma soprattutto quello del maestro Formica che operava nella sua bottega di via Salvatore La Rosa.

Oggi la tecnica è cambiata notevolmente, si predilige la saldatura, una tecnica più semplice e sbrigativa ma che perde in estetica. Le particolari lavorazioni che si facevano un tempo sono del tutto scomparse, così come sono scomparsi i grandi maestri.

Sono in molti oggi coloro che si cimentano a realizzare i cilii, purtroppo lo fanno esclusivamente a livello amatoriale, tuttavia sono pochi quelli degni di menzione, in particolare ricordiamo: Corrado Lupo, Concetto Nastasi, ma soprattutto Franco Nastasi, per tutti conosciuto come “Cicciu u gommista” e Salvatore Bertoli, quest’ultimo fra l’altro è anche l’ideatore del logo dei portatori dei cilii; Franco Nastasi molto bravo nella realizzazione del cilio nella sua forma grezza, basti pensare che è stato un po’ il maestro di tutti coloro che ai giorni nostri si cimentano in quest’arte, Bertoli invece si distingue in quella pittorica con tecniche innovative e sempre con lavori unici, a differenza degli altri che fanno copia conforme di altri modelli esistenti.

Salvatore Bertoli

Segretario della Associazione dei portatori di Cilii Fedeli a San Corrado - Noto




Le origini dei Cilii

di Salvatore Bertoli

Quando parliamo di Cilii, ci viene subito in mente San Corrado, infatti questo connubio per noi netini è inscindibile.

Le processioni in onore di San Corrado si tenevano il 19 febbraio e la domenica successiva (l’ottava) già dal 1485, poi dal 1515 si aggiunsero alle due date precedenti anche quelle del 28 agosto (in ricordo del 28 agosto 1515 giorno in cui il culto per il Santo era stato ufficialmente autorizzato dal Vescovo Giacomo Umana) e della domenica successiva (l’ottava).

Non sappiamo con certezza l’origine dei Cilii, tuttavia c’è in noi la convinzione che la loro apparizione sia l’evoluzione degli “intorci grandi” voluti dal canonico netino Pietro Ansaldo nel 1620. Questi lasciò una cospicua rendita per abbellire la processione del 19 febbraio, festa veramenti propria di la morti o antivita di San Corrado.

L’Ansaldo non gradiva infatti che la processione di agosto avesse superato in solennità quella di febbraio. Decise pertanto che la rendita fosse da utilizzare soltanto per la festa di febbraio. Nel testamento il canonico diede disposizione che l’urna del santo durante le processioni doveva essere illuminata magnificamente con dodici “intorci grandi” portati dai devoti del santo, dall’uscita dell’urna dalla chiesa madre e per tutta la processione fino al suo rientro. All’origine erano previsti solo due “intorci grandi” che anno per anno venivano aumentati di due fino al raggiungimento di dodici unità, probabilmente come il numero degli apostoli. Lo primo anno si comprino rotoli 40 di chira di la quali si ni facciano due intorchi grandi li quali li portino due devoti del Santo, quando la caxa nexi da la matrice chiesa collegiata, et all’hora si accendano solamenti, e non innanti, e quelli portino cossì accesi da quando nexirà la detta Caxa finchè ritorni alla detta Matrice chiesa, e ritirata detta Caxa si estinguano detti intorchi, e non si accendano più, ma si conservino per l’anno seguenti e nello detto anno seguenti di novo si facciano altri due intorchi, e li vecchi si renovino, e così lo secondo anno nexiano quattro intorchi accompagnando il Corpo del glorioso Santo, e ricolto in chiesa tutti 4 si estinguano, e si conservino, e lo terzo anno di novo si facciano altri due intorchi, e si facciano sei, et accompagnino il detto Santo del modo predicto, intanto chi ogni anno si facciano sempri dui intorchi e renovando li vecchi sintanto che arrivano alla somma di dudichi intorchi, si che per l’ultimo anno essendo dudichi, e conservandoli l’anno seguenti sempre restano dudichi ogni anno che accompagnano detto Santo dal peso predetto, e questo acciò che la Caxa e corpo del Santo sia accompagnato co’ luminaria e conformi all’usanza di nobili et honore di cità, li quali intorchi fatta la festa si conservino ed appendano nella cappella del detto glorioso Santo sotto chiavi.”

Certo, non si parla espressamente di Cilii, ma l’impressione è che a questa introduzione di “intorci grandi”, che dovevano illuminare l’arca argentea di San Corrado, si possa ricollegare alla nascita dei cilii. Non si accenna nel lascito dell’Ansaldo all’acquisto di oggetti di latta atti a contenere questi “intorti grandi”per cui resta il dubbio se avviene una evoluzione di queste grosse cere o se si introduce successivamente l’odierno cilio che sappiamo, grazie al prof. Perricone, esistere anche in altri luoghi al di fuori della stessa Sicilia, soprattutto nell’area spagnola. Nel seicento, come sappiamo, la Spagna regnava in Sicilia, è probabile perciò che i cilii fossero stati introdotti da costoro.

La nostra impressione è che sia più verosimile l’introduzione dalla Spagna di questi oggetti religiosi di natura tedoforica, tesi rafforzata dal fatto che sappiamo per certo dell’esistenza in Sicilia dei cilii uguali a quelli di San Corrado ed altri simili. Ne abbiamo qualche esempio a Palazzolo Acreide, ad Ispica, ma anche a Siracusa, a Racalbuto, a Monreale, a Trapani. In questi luoghi tuttavia sono presenti in numero esiguo nelle processioni, a differenza di quelli di Noto che raggiungono le duecento unità.

Non di meno va ricordato che i portatori dei cilii al termine della processione fanno la “danza” dei cilii, una forma di ringraziamento tipica delle manifestazioni spagnole.

Certamente non esistevano prima del 1620, come si apprende da un opuscolo scritto dal teologo fra Gerolamo Lanza: “ Breve relazione delle feste di San Corrado protettore della città di Noto, fatte l’ultime d’Agosto dell’Anno 1620”, in cui il frate descrive in maniera dettagliata lo svolgimento della processione. S’ordinò dunque la Processione con tal ordine, che prima dei religiosi andava la Compagnia dei Cavalli Leggieri, a capo scoperto, con torcie accese in mano, con tanta divotione che parevano ben regolati Religiosi; poi seguivano le Religioni (che erano in gran numero) con molta gravità, e modestia, essendo venuti molti Religiosi, di tutte Religioni, dalli Conventi delle Città, e Terre convicine (il numero de’ quali era incredibile).

(…) Doppo tutto il Clero (che è delli più devoti, ed onorati del Regno) con bella ordinanza nel lor proprio luogo, con torcie accese, li Dottori in Teologia, con le lor toghe, e tutto il Capitolo de’ Canonici, con le cappe di Cappella; in una ricchissima Bara era portato il Corpo del Santo; dietro al quale seguiva con molta reverenza il Signor Capitan d’Arme, Senato e tutta la Nobiltà (oltre l’infinita moltitudine della Gente) con torcie accese, quali entrati nel Tempio, al ritorno, che fece la processione, per lo gran splendore, e lume, pareva, che fra vive fiamme divampasse.

Il termine “cilii” in quanto tale viene menzionato nella descrizione della processione di San Corrado fatta daGiuseppe Pitrè in “Feste Patronali in Sicilia” del 1900. Nel giorno della vigilia gli eremiti di S. Corrado, esercitando un antico loro privilegio, portano a spalla questa cassa dalla cappella del Santo all’altare maggiore, sul quale l’alzano con uno speciale congegno…Al domani, qualche ora prima un tamburino percorre le vie più battute della città chiamando a raccolta i devoti che dovranno portare cilii. All’invito vengono essi fuori reggendo ciascuno una grossa e lunga asta, sulla quale è impiantato un gran cero, avente alla base una coppa di latta frastagliata o disegnata a vari colori. Sono costoro dei giovani aitanti e forti, i quali o per proprio conto, il che è raro, o per conto altrui, cioè per conto di loro padroni o di possidenti, si recano a prender parte allo accompagnamento dell’urna. E poiché il cero è pesante, per alleggerirlo portano ad armacollo, come si è visto per la festa di Monreale ( ma qui con larghi nastri colorati cadenti sulle spalle), candite tovaglie. Fermiamoci innanzi al palazzo del Comune. Ecco sfilare, precedute ciascuna da tamburino e da stendardo, la confraternita di S. Antonio Abate composta di artigiani e mestieranti; quella de ‘ Cappuccinelli, di contadini; di S. Caterina, di muratori; delle Anime Sante, di calzolai. Ecco il Capitolo del Duomo, che una volta si accompagnava anche con quello del Crocifisso. Ed ecco, in mezzo a due file di cilii accesi l’urna benedetta , innanzi alla quale si inginocchiano riverenti e supplicanti i devoti…La solita voce chiede imperiosamente :Nuticiani, chi siemu muti ?! E le solite voci rispondono fermamente: Viva San Currau!

L’opera del canonico Pietro Ansaldo fu ben presto superata dal momento che il numero dei cilii non si fermò a dodici come programmato inizialmente, tanto meno fu rispettata l’imposizione di fare uscire i cilii solamente nella processione di febbraio, infatti l’inserimento dei cilii fu accolto con grande entusiasmo dalle famiglie nobili e da quelle possidenti ritenendo motivo d’orgoglio partecipare alle processioni di San Corrado con un loro cilio che spesso veniva portato da un loro familiare o molto spesso da un loro servitore.

Ben presto inizia una vera e propria corsa ad avere un proprio cilio di rappresentanza, questo fenomeno contagerà anche il popolo che contribuirà enormemente alla crescita del numero dei cilii che già nel novecento raggiungerà le 150 unità.

Oggi la stragrande maggioranza dei cilii è di proprietà dello stesso portatore, sono pochi coloro che portano il cilio per conto di qualche famiglia nobile, fra questi ricordiamo con piacere quello del principe Nicolaci di Villadorata che è stato affidato all’associazione “portatori dei Cilii” per portarlo in processione durante la festa del nostro santo Patrono. I portatori dei cilii oggi sono associati e vestono un’unica divisa, non come prima che ognuno vestiva come meglio credeva, preferendo sottostare a delle regole che li rendessero più uniti verso un unico obiettivo, fedeli a San Corrado.


Salvatore Bertoli


Segretario

Associazione Portatori dei Cilii Fedeli a San Corrado

Noto (Siracusa)




Urna contenente il santo corpo
portata nella grotta ove visse da eremita
e qui morì il 19 febbraio 1351


I Cilï di San Corrado


di SALVATORE GUASTELLA

«A Noto (Siracusa), la città adottiva del Santo eremita piacentino Corrado Confalonieri (1290 c. – 19.2.1351), segno caratteristico della sua festa è il cìlio, sorretto su una fascia a tracolla con nastri multicolori dal braccio poderoso in alto dal portatore, fiero della sua fede e devozione al Santo Patrono della città. Entrambi, cìlio e portatore, danno alla festa quel colore e tono che la rendono unica e tipica per quelle due ali colorate di ceri, alti più di due metri, che fanno corona all’Arca argentea del Santo, mentre risuona il grido fervente e appassionato: “Cu tuttu lu cori ciamamulu: evviva San Currau!” [Con tutto il cuore gridiamolo: viva S. Corrado!]» (Corrado Pantano).

Materiali del cìlio sono: un foglio di lamiera (cm 100x200, spessore 0.25) e un fusto in abete o altro legno leggero (spessore cm 28x28, lunghezza cm 180).

«Tra i simboli più conosciuti e amati dai netini un posto d’onore spetta senza dubbio ai cilï. La loro origine era un mistero. Ad uno studioso netino, mons. Salvatore Guastella, fortunato scopritore di tanti importanti documento, spetta il merito di aver trovato e pubblicato nel volume XIV-XV degli Atti e memorie dell’I.S.V.N.A. il testamento (e i codicilli) del can. Pietro Ansaldi che, finalmente, hanno fornito la chiave per risolvere il problema storico. Essendo molto devoto del Santo, l’Ansaldi volle che la festa del 19 febbraio venisse celebrata in maniera più solenne. A tal fine dispose che, durante le processioni invernali, l’Arca venisse illuminata da intorchi grandi (grandi torce) del peso di 20 rotoli di cera ciascuno: 2 il 1° anno, 4 il 2° anno, 6 il 3°, e così via per sei anni, raggiungendo così il numero di 12, che sarebbe rimasto definitivo. Essendo morto l’Ansaldi nel giugno 1635, le prime due intorchi grandi dovettero quindi fare la loro apparizione il 19 febbraio 1636, e nel 1641 venne completato il numero di 12 voluto dal fondatore.

Fu questo con ogni probabilità l’origine – originale e suggestiva – dei cilï di S. Corrado, anche se il termine tardò ad essere usato e la forma che oggi conosciamo venne raggiunta solo in seguito ad una lenta evoluzione funzionale. Ma nel corso dei decenni le cose andarono ben diversamente da come le aveva stabilite il fondatore: i cilï piacquero a nobili, ecclesiastici e notabili, e il loro numero si moltiplicò nel corso dei secoli, fino a superare i 100 agli inizi dell’Ottocento e diventare 150 alla fine di quel secolo. Ogni famiglia benestante volle infatti partecipare simbolicamente alle processioni (comprese ormai quelle estive) con un cilio portato da un uomo di loro fiducia. Poi, con la 2ª guerra mondiale, la crisi: il numero dei cilï si assottigliò progressivamente riducendosi, negli anni 80, a meno di 40. Ma la campagna di promozione intrapresa dalla “Pro Noto” cominciò ben presto a dare i suoi frutti: nell’agosto 1990 (cioè durante quel centenario della nascita di S. Corrado) ne furono contati oltre 50 e nell’agosto 1996 si sono sfiorate le 100 unità, oltre i c. d. “cilï dei bambini” che si sono affermati negli ultimi decenni e stanno proliferando rapidamente» (Francesco Balsamo).

La luminaria dei cilï ha quindi avuto una felice evoluzione che ha generato quel folklore religioso rituale che si ripete ormai da secoli. I cilï costituiscono la più interessante e caratteristica espressione popolare delle processioni di San Corrado!

"E’ bella questa unione con gli amici devoti netini: è esemplare per tutti quelli della nostra terra!» (Umberto Battini).

Salvatore Guastella
I DOCUMENTI

INEDITI

PIACENTINI



Premessa al volume

In questi ultimi anni a Piacenza c’è stata una riscoperta molto accalorata della figura del santo piacentino Corrado Confalonieri. Intorno a questo illustre personaggio si è sviluppato un nuovo filone di ricerca storica basata principalmente sui documenti contenuti negli Archivi.
E così è stato necessario rivedere e correggere alcune vecchie tesi che non avevano base documentale ma che egualmente la buona fede della gente aveva preso per certe, e quindi con prove scritte quali sono appunto un atto antico conservato in archivio oppure una vecchia mappa del tardo 1500 si sono smontate e ricostruite su base scientifica quelle tesi d’annata ormai superate.
In questo efficace lavoro sono messe in chiaro per mezzo appunto di documenti antichi e non solo, alcune questioni che ‘girano’ attorno alla figura del santo di Piacenza e che interessano lo studioso e l’appassionato di storia, proprio perchè sono rivolte all’ambiente ed al territorio che lo hanno visto nascere e convertirsi prima della partenza per la lontana Sicilia.
E cercando nomi di luoghi sulle carte che datano dal primo medioevo fino al 1600 e cercando anche sulle nuove ed antiche mappe si riescono a fare dei collegamenti che uniscono un territorio ad un modo di essere comune a tutta una popolazione varia ma unica e disposta lungo l’asse del fiume Po.
Le piccole località scomparse o esistenti, le frazioni comunali, i corsi d’acqua più o meno capienti, i molini, le chiese ed i castelli, le strade ed i confini rurali, ancora oggi parlano a chi è attento di ciò che rappresentano o hanno rappresentato nel tempo.
Dopo l’eccellente volume “San Corrado Confalonieri il cercatore di Dio”, edito sempre dalle Edizioni Storiche della Compagnia di Sigerico di Calendasco nel 2005, che colmava un vuoto piacentino sull’argomento di bren quattro secoli, con quest’ulteriore lavoro, la cui cura è stata a me affidata, si porta alla conoscenza degli studiosi e dei devoti di Piacenza, di Noto, di Calendasco e di ogni luogo e dove, di ciò che in oltre dieci anni di silenziosi ma continui e decisi Studi e Ricerche su San Corrado e la Sua Nobile Famiglia Confalonieri, sono stati gli esiti a volte unici, inediti, inaspettati e eccezionali cui ci si è imbattuti.
Segno questo che la ricerca mai si può dire conclusa, e nel nostro caso, ha voluto significare che nel piacentino rare erano state, fino ad ora, serie ed approfondite ricerche d’Archivio su questo Santo.
Quando circa dieci anni fa mi imbattei nel ‘Legato Sancti Conradi’, frugando nell’Archivio della Parrocchiale di Calendasco grazie al significativo appoggio dell’allora Arciprete parroco don Carlo Maria Ossola, mai avrei immaginato di fare una scoperta così rivoluzionaria ed eccezionale sul Santo eremita piacentino cioè che in Calendasco egli vi fosse nato fisicamente. Queste lunghe e fitte 27 pagine scritte in latino con la penna d’oca in una ottima scrittura corsiva, dopo pagine e pagine di dati e termini giuridici proprii di una Scrittura Pubblica fatta dal notaio e Cancelliere della Curia di Piacenza Giovan Francesco de Parma dinnanzi al Vescovo Claudio Rangoni, alla pagina 12 mi indicava senza mezze misure, in modo chiaro e inconfutabile: che san Corrado aveva avuto la sua origine terrena qui a Calendasco.
Entusiasta, ma senza eccessiva enfasi comunicai la scoperta a padre Andreozzi ed altri amici e devoti con me impegnati nel recupero di questa eccellente Devozione piacentina. Seguirono i 4 Convegni Nazionali di Studi corradiani, con Partner Organizzativo la Banca di Piacenza, e nel 3° Convegno di Piacenza nel 2000, presentai in una relazione principalmente basata sulle mie scoperte d’Archivio sull’hospitale di Calendasco, luogo del primo ritiro del Santo alla conversione, anche ciò che avevo scoperto essere contenuto nel ‘Legato’. Sebbene la notizia fosse importantissima al momento venne recepita con le famose ‘pinze’: ma una analisi scientifica, paleografica e diplomatica dell’importantissimo documento non ha lasciato dubbi: l’intero Atto è formalmente perfetto e giuridicamente valido, consegnato e approvato dal Vescovo di Piacenza perchè in tutto ciò che vi si affermava, fosse oltre che confermato, pure così decretato.
In questo Volume al Capitolo 1 abbiamo due importanti saggi a cura di p. Lino Temperini TOR, docente alla Pontificia Università Francescana ‘Antonianum’ di Roma e Direttore delle Editrici Franciscanum di Roma oltre che della Rivista Internazionale di studi francescani ANALECTA TOR, in questi ottimi saggi di Lino Temperini riusciamo a percepire in quale ambiente sociale e religioso fosse inserito san Corrado, quale importanza aveva il movimento Terziario dei laici francescani, uomini e donne, ed ancora di quanto seguito ebbero i Penitenti Terziari francescani a Piacenza, al punto che scopriamo che proprio qui a Piacenza nel 1280 vi era stata una riunione grandiosa che vide confluire Terziari dalle Marche, dall’Umbria e da tutto il nord Italia, riunione che può essere assurta quale primo grande Capitolo Generale dei terziari francescani.
Nel Capitolo 2 sono contenuti una serie di saggi relativi agli studi che ho personalmente compiuto nel piacentino, e che vedono essere occorse notevoli novità che andranno a concretizzare e per certi casi, rinnovare gli studi datati, perfezionando certe vecchie tesi, che le nuove indagini d’Archivio hanno portato alla luce, quali ad esempio ‘il sutta’ e ‘il supra’, e poi la nascita ed il ‘Legato’ e la concretezza del luogo del ‘gorgolare’, e dell’hospitale dei penitenti, il luogo dell’incendio, la questione se il santo fosse o meno sposato ed altri argomenti.
Il Capitolo 3 contiene la lettura paleografica del ‘Legato’ con la trascrizione latina, per mano e grazie all’esperienza di mons. Salvatore Guastella, insigne studioso netino, che in questi anni ha dato alle stampe ottimi e numerosi Studi, Ricerche e Saggi storici, tra i maggiori cultori ed esperti della devozione a san Corrado Confalonieri.
Nello stesso Capitolo 3 è contenuta la traduzione dal latino all’italiano del ‘Legato’ per l’opera paziente ed erudita del proff. Gianni Boiardi, colto ed esperto classicista
.
Questo Volume nasce quindi dalla cooperazione gratuita e sincera di tutti questi singoli Autori. E gli Autori hanno reso concreto in modo storico e preciso il santo eremita piacentino, contestualizzato in maniera notevole nella ricca indagine che è stata condotta.
A me, quale piacentino e natio dello stesso luogo del santo Corrado, spetta l’obbligo e l’onore di ringraziare con debito profondo di stima e riconoscenza i carissimi p. Lino Temperini TOR S. Francesco, mons. Salvatore Guastella e il proff. Gianni Boiardi.
Poter presentare a tutti gli innamorati della storia piacentina queste pagine, ricche di Studi di eminenti studiosi, su alcuni aspetti della vita di san Corrado piacentino, è motivo di grande soddisfazione ed augurio che possano infondere nel lettore la voglia di guardare con occhio meravigliato quello che tutti i giorni gli si mostra davanti e che si credeva non possedesse storia; una storia, quella civile e religiosa che sono immancabilmente unite insieme e sempre attuali.
Concludo con una curiosità:san Corrado inizia la sua ‘storia’ andando a caccia, cercando nel fitto bosco la selvaggina da stanare; quando si converte e poi da Calendasco parte e arriva in Sicilia, dapprima viene egli stesso reso ‘preda’, avventandogli contro dei cani; finalmente a Noto, nella sua bella Valle, in una grotta può darsi alla vita eremitica. Qui morirà nel 1351. Segue tutto un iter che lo porterà a divenire prima venerabile per la sola Noto e Siracusa, poi per tutta la Sicilia ed infine, Santo della Chiesa tutta, e ormai agli inizi del 1600 è così che a Piacenza si conosce del Santo piacentino. Calendasco lo ha quale Patrono da subito, da quattrocento anni, però di san Corrado si era certi solo della sua nascita ‘spirituale’ nel paese. Siccome era piacentino, ed i Confalonieri Nobili di questa città, ancorché in Castrun Calendaschi vi sia la certezza di duecento anni come loro feudo, non si sapeva con certezza di dove fosse: per convenzione si diceva nato a Piacenza.
Così a me toccò di ritrovare nel ‘fitto’ di quel manoscritto conservato nell’Archivio della chiesa di Calendasco, quella importantissima indicazione storica, che il Vescovo di Piacenza e i convenuti in Curia ebbero a cuore di tramandare ai posteri.
Che cioè a Calendasco san Corrado era nato fisicamente.
Quando Corrado andava a caccia, secondo l’uso medievale, mentre egli attendeva con l’arco già pronto con la freccia la preda, là nel fitto della boscaglia, tra le sterpi, vi erano coloro che erano addetti a far rumore, muovere le sterpi, battere ferri per spaventare la selvagggina e farla fuggire tra i prati, in luogo visibile, pronta alla cattura da parte dei cani e dell’uomo. A me è toccato ‘scovare’ il luogo d’origine di san Corrrado, Calendasco.
Questi servitori e battitori per la caccia, erano detti ‘battini’.
Non sò quanto possa valere, di certo però, io che mai ho praticato la caccia, ho l’onere di portare questo antico cognome.


Umberto Battini
San Corrado Confalonieri
pellegrino di pace
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nella foto: San Corrado in preghiera

statua realizzata dall'artista PIRRONE

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di Salvatore Guastella


Dopo l’esperienza traumatica dell’incendio involontario, il giovane Corrado va dove vivono dei «poveri servitori di Dio» in luogo che la tradizione indica nel romitorio-hospitale ‘del Gorgolare’, per la sua vicinanza al rivo Calendasco o Macinatore, che alimentava tre mulini. Là egli matura nella preghiera il desiderio di solitudine.
Tra il 1322-24 Corrado inizia il suo itinerario di solitario con un pellegrinaggio a Roma, nello spirito della ricerca di Dio. Sconosciuto, senz’altra previsione che una fiducia illimitata in Colui che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo (cf Mt 6,28). Così egli fa onore semplicemente e gioiosamente al pasto frugale che un’anima caritatevole gli offre ad una tappa, riservandosi di far penitenza, per virtù o per necessità, alle tappe successive. Accolto dagli uni per carità cristiana, da altri sarà scacciato come intruso scroccone, ma egli riceverà con la stessa francescana letizia e umiltà le buone e le cattive venture del cammino. L’esperienza del pellegrinaggio anche per lui è una meravigliosa scuola di semplicità, di abnegazione, di povertà e di altre virtù basilari di cui il mondo ha sempre bisogno.
La storia della Chiesa, “popolo in cammino”, è un diario vivente di un pellegrinaggio mai terminato… Appartiene all’uomo essere un viandante e al credente essere un pellegrino; l’uno e l’altro non conoscono sosta nel dover ricercare il senso di ciò che si compie. Cambiano le epoche ma il cammino dell’uomo rimane intatto. «Il passo dei credenti verso il terzo millennio non risente della stanchezza che il peso dei duemila anni di storia potrebbe portare con sé; i cristiani si sentono piuttosto rinfrancati a motivo della consapevolezza di recare al mondo la luce vera, Cristo Signore» (Incarnationis mysterium).
Come San Corrado pellegrino di speranza, anche noi siamo chiamati a “rivestire i panni del pellegrino” per andare incontro a Gesù Signore e verso i fratelli.
Il fenomeno della mobilità umana gli esperti la definiscono partendo dalle diverse manifestazioni e caratteristiche che essa assume nella vita. Chi lascia la propria nazione per andare in cerca di un mezzo di sussistenza è detto ‘emigrante’. Chi si mette in viaggio per riposare e rilassarsi è chiamato ‘turista’. Chi non ha fissa dimora e vaga in cerca di indipendenza e libertà è un ‘nomade’. ‘Pellegrino’ è detto colui che cammina verso l’Assoluto, perché affamato e assetato di Dio. E’ detto ‘Turismo religioso’ il movimento del pellegrino che si mette in cammino verso Dio lungo le strade del mondo (come i discepoli di Emmaus in ascolto della Parola di Dio lungo la via). Invece è detto ‘Pellegrinaggio’ in senso stretto il movimento del pellegrino il quale con il mondo va verso Dio, perché è come l’ascesi ‘verso il tempio santo di Dio’. «Mentre il vero pellegrinaggio nasce da una decisione essenzialmente di ordine interiore-spirituale, orientata cioè al conseguimento di traguardi inerenti alla fede e alla pratica della fede, alla conversione personale e alla vita della grazia con gesti concreti di solidarietà e condivisione, invece il turismo religioso fa leva su prevalenti aspetti culturali, amicali e ludici con forti tonalità soggettive o di gruppo di appartenenza e con obiettivi che si incrociano o si annullano, per accontentare bisogni differenziati» (Nicolò Costa). Comunque, ambedue questi movimenti – il pellegrinaggio in senso stretto e il turismo religioso – entrano di diritto nell’ambito dell’azione della Chiesa, perché ogni pellegrino si reca in un santuario, chiesa o luogo di culto «per un peculiare motivo di pietà» (C.J.C.,1230).
E il pellegrino fra Corrado rimane a Roma? No, ma nella città eterna egli matura la vocazione eremitica. Infatti «per meglio servire Dio se ne venne in Sicilia», e sceglie Noto dove vive e rimane, povero tra i poveri. L’arrivo del frate pellegrino piacentino diverrà a Noto e nella vicina valle dei Pizzoni una palese, fraterna proposta alternativa di beatitudine e di santità consumata che tutt’oggi illumina e ammalia. Il suo abituale saluto per quanti incontra per le vie della cittadina siciliana è: «Fratello, sorella, abbi tu pace»!
Attingiamo dal suo esempio energia e coraggio per un cammino più autentico e maturo nella via del Vangelo.

Salvatore Guastella

San Corrado Confalonieri eremita
Patrono della città e diocesi di Noto (Sr)
benedice e protegge la natìa Piacenza

di Salvatore Guastella

Un filone d’oro dell’eremitismo cattolico passa per il Val di Noto nella Sicilia sud-orientale, che ha visto fiorire una plurisecolare esperienza eremitica lungo le valli dei Monti Iblei sin oltre i Pizzoni. Soprattutto è la grotta di San Corrado - dove egli visse e dove morì il 19 febbraio 1351 alla cava dei Pizzoni - che ha sempre catalizzato la vita eremitica locale, divenuta intensa dopo che Leone X lo dichiarò Beato il 28 agosto 1515.
Tra i tanti ‘uomini di Dio’ – i quali sulla scia di San Corrado Confalonieri vi hanno vissuto il Vangelo sine glossa – ricordiamo il beato Antonio Etiope (+1550) molto venerato in Brasile, i venerabili Pietro Gazzetti di Modena (+1671), Alfio da Melilli (+1708) e Girolamo Terzo da Noto (+1758), come anche fra Giambattista Fabbrica da Milano (+1705), fra Francesco da Magdeburgo (+1751) al secolo Nicola Ernesto Millen, già luterano, fra Carmelo Tasson da Portolongone, già capitano, fra Giuseppe Lo Res Spinosa di Alessandria (+1769), fra Luigi Belleri da Pavia (+1778) e gli spagnoli fra Giuseppe Cicamo già militare, fra Giuseppe Omne vescovo in partibus e fra Mattia Davias; inoltre recentemente gli eremiti orionini frate Ave Maria (+ Butrio 1964), fra M. Bernardo da Montalto Ligure (+1974) e fra Antonio Taggiasco (+1983). Sulla roccia della loro preghiera e carità sta la religiosità del nostro popolo.
Noto, conosciuta in Europa e nel mondo quale capitale del Barocco siciliano, è indicata come città di San Corrado che là visse e concluse il suo esemplare itinerario ascetico e di carità. Secondo Tucidide,la prima Noto venne fondata dai Sicani nel 1480 a. C.; nel secolo V a. C. per motivi strategici Ducezio re dei Siculi la trasferì sul monte Alveria (il sito dell’attuale Noto antica). Dopo Cristo, sin dall’epoca apostolica Noto abbracciò la fede cristiana e trasformò i templi di Ercole e di Marte in chiese dedicate a S. Giovanni Battista e S. Elia profeta.

Occupata anch’essa dai Saraceni (a.864), nel 903 il Parlamento generale di Palermo, riordinando l’assetto amministrativo dell’Isola la divise in tre Valli: Val Demone (la Sicilia nord-orientale), Val di Mazara (la Sicilia occidentale) e Val di Noto (la Sicilia sud-orientale). I Normanni liberarono l’Isola nel 1091. A loro succedettero gli Svevi e gli Angioini e, dopo i Vespri Siciliani (1282), gli Aragonesi. Proprio durante il regno aragonese San Corrado giunge a Noto dalla natìa Piacenza.
La “Vita Beato Corradi” (codice del sec. XIV che si custodisce in archivio della cattedrale netina) resta – con poche altre fonti posteriori (secc. XVI-XVII) – la fonte primaria per una cronologia ragionata del Santo Eremita Piacentino.
La sua conversione ascetica, dopo aver riparato i danni dell’involontario incendio causato durante una caccia, sarebbe anteriore al 1322, anno indicativo in cui egli va in un luogo dove vivono «poveri servitori di Dio», luogo che la tradizione indica nel romitorio-hospitale di Calendasco. Qui compie il noviziato e trascorre un certo tempo, maturando il desiderio di solitudine e di preghiera.
Nel 1322-24 Corrado lascia definitivamente il territorio piacentino per andare pellegrino sino alla terra che il Signore gli mostrerà: avventura umana, questa, intrapresa alla ricerca di Dio come il biblico Abramo. Ma prima di lasciare Calendasco il superiore del Romitorio, fra Aristide, prega con lui e lo benedice: «Fratel Corrado, in nome di nostro Signore Gesù Cristo, ricevi questo bordone (bastone dal manico curvo) sostegno per il viaggio e dei tuoi travagli durante il cammino di pellegrinaggio; ricevi questa scarsella (tascapane) e questa viera (conchiglia), segni del tuo pellegrinare affinché, trasformato e pacificato, tu possa meritare di giungere alla meta dove desideri andare…» (dal ‘Liber Sancti Jacobi’).
Le mete privilegiate dei pellegrinaggi medievali erano Roma, Gerusalemme e Compostella. Corrado s’incammina per la via Romea Francigena verso la Città Eterna, ‘crocevia dei santi’, a ritemprare la sua fede presso la tomba di San Pietro. E’ a Roma che si fa più chiaro in lui il progetto di venire a stabilirsi in Sicilia tra gente sconosciuta; sembra, per aver sentito decantare da un suo amico la dolcezza del clima e soprattutto per il grande fervore religioso e il senso vivo dell’ospitalità degli abitanti. Accrebbe in lui tale ottima impressione l’aver ammirato nell’atrio di un antico palazzo romano affreschi raffiguranti santi e martiri siciliani. Ma ci sono altre due valide ipotesi:
a] E’ significativa l’espressione [del codice cit. del sec. XIV] che Corrado venne in Sicilia «per meglio servire Dio»: ciò indica la fama corrente allora nell’Italia settentrionale, che vedeva nella Sicilia una non lontana mini-Tebaide adatta all’eremitismo; infatti già nel sec. IV (con S. Ilarione) vi erano giunti gruppi di asceti. C’è da notare che il regno di Sicilia nel sec. XIV fino al 1372 era in stato di conflitto con il papato. Anzi nella prima metà di quel secolo (quindi al tempo del nostro Santo) i numerosi movimenti spirituali che reclamavano la riforma della Chiesa e che propugnavano idee pauperistiche, pensavano poter trovare nel re aragonese Federico III (alla cui corte era il celebre francescano Raimondo Lullo) e, quindi, in Sicilia il luogo dove poter vivere il loro ideale.
Quindi sarebbe stato facile ai «poveri e servitori di Dio» (erano terziari francescani?), incontrati da Corrado a Calendasco, indicargli la Sicilia come luogo dove trovare l’ambiente geografico e sociale adatto al suo progetto eremitico. Proprio in quel sec. XIV la corrente emergente di spiritualità eremitica motivò la scelta della Sicilia da parte di altri asceti del nord-Italia. Ricordiamo, ad esempio, il beato Federico Campisano, il beato Gandolfo da Bignasco (MI), il beato Gerardo Cagnolo da Valenza sul Po (AL) poi frate minore (+1342), il beato Guglielmo Gnolfi e il beato Signoretto di Pisa (+1360).
b] Altra ipotesi. E se quei «poveri e servitori di Dio» del romitorio di Calendasco fossero stati invece frati del movimento degli Spirituali francescani? avrebbero senz’altro ritenuto prudente indicare al giovane cavaliere piacentino la Sicilia come rifugio sicuro e ideale per vivere in pace la vita di solitario. Sappiamo infatti che gli Spirituali, perseguitati e sconfessati, si riversarono a diverse ondate in Sicilia per trovarvi protezione e ospitalità. Secondo questa ipotesi, Corrado, guidato dallo Spirito del Signore, preferì allontanarsi dalla terra natìa per poter rimanere in serena comunione con la Chiesa Cattolica, come dimostrerà a Noto, accogliendo nella sua grotta il vescovo di Siracusa (da cui allora dipendeva Noto) e recandosi in vescovado «per voler andare a parlare e a confessarsi con il vescovo».
Così Noto diviene la sua seconda patria, il luogo prescelto da Dio per condurlo alla santità! Nella città siciliana il nobile piacentino, in un primo tempo ospite all’ospizio San Martino, visse di elemosina come povero tra i poveri e là trovò un giaciglio per la notte. Così egli si andava abituando a quella vita eremitica che aveva sognato di voler vivere in Sicilia. Forse attendeva da Dio un segno che gli consentisse di individuare il luogo e il tempo per attuare il suo ideale. La Provvidenza lo fece incontrare con Giovanni Mineo, il quale gli indicò le Celle adiacenti la chiesa del Ss. Crocifisso, dove viveva solitario il netino San Guglielmo Buccheri; proposta che venne accolta dal santo pellegrino piacentino solo come soluzione provvisoria.
I netini «cominciarono ad accorgersi della sua santa vita» e accorsero a visitarlo: egli tutti accoglie volentieri. Ma il Signore gli ispira di ritirarsi fuori città in una delle grotte dei Monti Iblei ai Pizzoni, dove vivrà in preghiera e penitenza, largo a tutti di aiuti e di consigli spirituali, di intercessione, di profezie e di miracoli, sino al giorno del suo beato transito, avvenuto il 19 febbraio 1351. Da quel giorno la storia di Noto ha in San Corrado il supplemento d’anima e il faro luminoso che la guiderà, la sosterrà e la preserverà da ogni rischio. Basta il suo Nome e il fulgore dei suoi prodigi a mantenere sempre viva la Fede negli animi a Lui devoti! I netini, in qualunque parte della terra vivano, Lo portano con loro e a Lui ricorrono in ogni bisogno.
Il pellegrino Corrado, giungendo a Noto, si era presentato come ‘Corrado da Piacenza’, all’uso dei religiosi. Ma dopo la sua morte, i netini – dovendo raccogliere testimonianze per il primo processo informativo per la canonizzazione, mandarono a Piacenza un sacerdote per assumere informazioni; risultò che egli era della Famiglia Confalonieri. Così canta ne ‘La vita e i miracoli di S. Corrado’ il netino Girolamo Pugliese (sec. XVI) nella 43ª sestina [traduzione dal siciliano]: «Volle sapere la città di Noto / qual’era di Corrado il cognome. / Si recò a Piacenza un degno sacerdote / per informarsi dai più anziani. / Risposero che era un noto cavaliere / andato via dalla città a fare vita penitente: / era un Confalonieri di Piacenza».
Nonostante la conclamata santità di vita e i tanti prodigi operati dal Santo Eremita Piacentino, tuttavia il riconoscimento ufficiale della Chiesa avvenne molto tardi, nel 1515.
I motivi di tale lentezza? a] la crisi attraversata dalla Chiesa sotto il pontificato di Bonifacio VIII (1254-1303), b] la successiva Cattività avignonese (1309-1378), c] il devastante Scisma d’Occidente (1378-1415), d] la preoccupazione dei Papi di non impegnare in tali frangenti l’infallibilità pontificia, che causò l’appesantimento delle procedure e l’esame delle deposizioni dei testimoni nei processi. e] Infine il sorgere di nuove devozioni e di nuovi santi a voce di popolo fecero prudente la suprema gerarchia ecclesiastica fino alle prove giuridiche e soprannaturali, corroborate dai miracoli. f] A ciò va aggiunta la situazione in cui visse la Sicilia per tutto il secolo XIV: sempre fedele all’ortodossia romana, ma implicata nelle peripezie degli Aragonesi regnanti.
Così la fama di santità di Corrado e la devozione del popolo netino dovettero attendere ben 130 anni circa per poter iniziare il regolare processo informativo per la canonizzazione. Difatti il vescovo di Siracusa Gabriele Dalmazio di S. Dionisio (1469-1511) il 9 maggio 1485 ordina di raccogliere le testimonianze per la canonizzazione del Beato Corrado. Per vari impedimenti il vescovo Dalmazio non può far giungere il processo a Roma. Fu per opera del netino Giacono Umana vescovo di Scutari e vicario generale di Siracusa che si potè concludere felicemente la vicenda. Ecco come.
Il 12 luglio 1515 Leone X, con Breve ‘Exponi nobis fecerunt’, delegò il vescovo di Siracusa o il suo vicario generale di «istruire il processo testimoniale sul culto prestato al Beato Corrado e i miracoli attribuiti alla sua intercessione, e quindi di autorizzarne la venerazione come Beato». Il Beve pontificio venne eseguito “auctoritate apostolica” da Mons Giacomo Umana. Egli il 28 agosto 1515 in chiesa madre dell’antica Noto fece la ricognizione del venerato corpo e promulgò solennemente: «Noi delegato di apostolica autorità per questa circostanza sia agli abitanti di Noto che a tutti i fedeli d’ambo i sessi diamo licenza e concediamo facoltà in perpetuo di poter venerare lo stesso Beato Corrado alla pari degli altri Beati Confessori non ancora canonizzati, di celebrarne la festa il 19 febbraio, giorno quando egli passò da questa vita al Signore»!
Il 3 ottobre 1544 Paolo III ne autorizzò il culto in tutta la Sicilia. Nel 1610 i Giurati di Noto inviarono a Ranuccio Farnese, duca di Parma e Piacenza, e al Magistrato di Piacenza copia del poemetto latino “Conradias” del netino Vincenzo Littara e nell’occasione chiesero ricerche d’archivio per far luce sul periodo della giovinezza del Beato. Il 28.11.1612 Gian Luigi Confalonieri con atto notarile ottenne dal Capitolo di erigere in Duomo di Piacenza una cappella a San Corrado. In quella cappella, dopo i restauri radicali del vescovo G.B. Scalabrini nel 1900, sono rimasti solo gli affreschi della volta, eseguiti da G.B. Gallani di Lodi. Non contento, nel maggio 1615 volle venire in pellegrinaggio a Noto per venerarne il corpo e procurarsene una reliquia per Piacenza. Ma egli morì a Noto il 2 agosto seguente. La reliquia insigne del Braccio sinistro venne donata al Duomo piacentino il 23.09.1615 dietro richiesta del duca Ranuccio Farnese, del card. Farnese e degli Anziani e Priori della Comunità. Nel 1614, sollecitata dai netini, aveva visto la luce a Piacenza la “Vita di San Corrado” del Campi.
Urbano VIII nell’Indulto del 12 settembre 1625 lo dichiara Santo («Sanctus Conradus tertii ordinis S. Francisci») e ne estende il culto a tutti gli Ordini Francescani, ovunque nel mondo.
Calendasco, pittoresca cittadina vicino Piacenza, conserva molto decorosamente il Romitorio-Hospitale, dove S. Corrado nel 1315 c. vestì il saio, e il Castello dei Confalonieri. A Calendasco, e un po’ nei paesi vicini, la devozione a San Corrado è profondamente radicata e anche antichissima. Nel 1617, a cura del conte Zanardi Landi, discendente della Famiglia Confalonieri, venne fondato nella chiesa parrocchiale - che si vede adorna di non poche pitture del Santo – un “Legato di San Corrado”, e prima ancora di tale data lo stesso conte vi aveva fatto costruire in onore del Santo una cappella e un altare.
San Corrado va conosciuto sul luogo: a Piacenza, a Calendasco, a Carpaneto, a Firenzuola d’Arda come a Noto, altrimenti è come incontrarLo…sul calendario.
Comunque va dato atto che «la devozione a san Corrado in terra piacentina è profondamente radicata ed antichissima!» (Daniela Morsia).

Salvatore Guastella

Per una retrospettiva bibliografica

Se il domenicano Meersseman ha, per così dire, smosso e agitato le acque, il fronte francescano, per motivi fin troppo ovvii, non solo non è rimasto inerte, ma si è fatto promotore di una serie di iniziative convegnistiche la cui importanza storiografica si può definire di alto spessore. Convegni i cui Atti sono ormai punti di riferimento imprescindibili per chiunque voglia seriamente occuparsi dell’argomento; convegni cui hanno partecipato studiosi di diversa estrazione nazionale ed accademico-culturale.

In questo caso vale la pena ricordare tutta la serie di convegni che si sono snodati dal 1972:

  • 1) L’Ordine della Penitenza di san Francesco d’Assisi nel secolo XIII, Assisi 1972; Atti a cura di O.
  • Schmucki, Roma 1973 (Istituto Storico dei Cappuccini);
  • 2) I frati Penitenti di san Francesco nella società del Due e Trecento, Roma 1976; Atti a cura di
  • Mariano D’Alatri, Roma 1977 (Istituto Storico dei Cappuccini);
  • 3) Il movimento francescano della Penitenza nella società medievale, Padova 1979; Atti a cura di
  • Mariano D’Alatri, Roma 1980 (Istituto Storico dei Cappuccini);
  • 4) Prime manifestazioni di vita comunitaria maschile e femminile nel movimento francescano
  • della Penitenza (1215-1447), Assisi 1981; Atti a cura di R. Pazzelli-L. Temperini, Roma 1982,
  • (Commissione Storica Internazionale TOR);
  • 5) La «Supra montem» di Niccolò IV (1289)): genesi e diffusione di una regola, Ascoli Piceno
  • 1987; Atti a cura di R. Pazzelli-L. Temperini, Roma 1988 (Ed. Analecta TOR);
  • 6) Terziari francescani in età moderna: antico e nuovo mondo, Milano 1992; Atti a cura di R.
  • Pazzelli-L. Temperini, Roma 1993 (Ed. Analecta Tor).
San Corrado Confalonieri
penitente ai ‘Pizzoni’ di Noto


di Salvatore Guastella

“La misericordia di Dio è immensa e grande è l’amore
che Egli ha manifestato verso di noi” (Efesini II 4-10)
Lasciamoci riconciliare con Dio!


  • Dal codice biografico del Santo (sec.XIV): «Il vescovo di Siracusa ebbe grande devozione e volle andare a vedere quest’uomo che era di tanta virtù. Quando frate Corrado portò quattro pagnotte calde, il vescovo vedendo ciò si inginocchiò e disse: “Siete ancor più di quanto si dica di voi”. Il beato Corrado si inginocchiò dall’altra parte e rispose: “Signore vescovo, non sono quello che voi pensate; anch’io sono peccatore come gli altri”». Nella lettera autografa del 14. 9. 1989 per il 7° centenario della nascita di S. Corrado, Giovanni Paolo II lo additava a «modello di radicale coerenza evangelica e autentica conversione del cuore» al servizio di Dio e di ogni prossimo.
    Urge ricuperare il legame tra confessione ed evangelizzazione. Se nel passato un po’ di catechismo ai bambini poteva sembrare sufficiente, oggi nel cuore della secolarizzazione il richiamo alla confessione ha bisogno di motivazioni più forti a livello di fede. Occorre partire dall’annuncio della misericordia di Dio, dalla chiamata all’impegno e alla scelta; occorre riportare il sacramento nel cuore della riconciliazione-conversione, cioè riprendere un itinerario di fede, di catechesi: ritrovare il luogo della decisione globale.
    Nel sacramento della Penitenza l’iniziativa di Dio si manifesta:
    - dalla sua Parola, messaggio di riconciliazione: “convertiti e credi al Vangelo”!
    - con la speranza nella sua misericordia offertaci attraverso il ministero della Chiesa;
    - nel segno sacramentale del perdono, Dio ci reintroduce nella comunione con Lui e con la Chiesa.
    La mentalità contemporanea tende ad emarginare e distogliere dal cuore umano la misericordia, anzi a gettarlo in balia della violenza e della criminalità che seminano corruzione, rapimenti, stragi.
    Con S. Corrado noi, popolo penitente e pasquale, celebriamo in Cristo la misericordia del Padre e chiediamo allo Spirito Santo la docilità del cuore.

    1. Che uso facciamo della nostra vita? Guardiamo il nostro Santo: ascoltiamo di nuovo il suo biografo: «Venuto il giorno che il beato Corrado doveva lasciare questa vita, egli andò nella sua grotta e cominciò a pregare in ginocchio: “Onnipotente Dio, ti raccomando l’anima mia e di ogni creatura. Tendi la tua mano e dammi aiuto». Dio ricco di bontà e di misericordia (cfr. Ef 2,4) lo accolse nella sua Casa di felicità e di pace. Dunque, che cosa facciamo della nostra vita? la viviamo in pienezza e impegno come dono di Dio, convinti che chi ce l’ha progettata ne sa ben più di noi? diamo il giusto valore alle cose terrene, al successo personale, alle prove e sofferenze della vita. Vanità è darsi poco pensiero di vivere bene; vanità è occuparsi soltanto della vita presente e non guardare fin d’ora al futuro alla luce della fede. Preghiamo con S. Corrado: «Signore, stendi la tua mano e dammi aiuto». Che uso faccio del tempo e delle mie energie?
    2. Qual è il luogo della trascendenza nella società di oggi? nel frastuono della vita moderna c’è posto per Dio? La domenica da “giorno settimanale del Signore Risorto” si è ridotta a wy-kent; alla messa festiva si sostituisce la gita fuori porta. Tramontati l’ateismo scientifico e i sistemi che lo propagandavano, la società del benessere vive come se Dio non ci fosse. Ma può bastare? No, di certo! perché Dio si fa ancora sentire ugualmente attraverso la sofferenza e la solitudine. E allora perché aspettare ancora per riequilibrare l’esistenza e darle così uno scopo degno di essere vissuto? perché non farlo subito, mentre Dio ricco di misericordia ci apre le sue paterne braccia accoglienti? San Corrado ha saputo scegliere al momento giusto, salutarmente pensoso per l’incendio involontariamente provocato. La sua scelta di povertà nel carisma eremitico è stato un gesto profetico di liberazione da qualsiasi egoismo. Con la sua celeste intercessione, ricuperiamo fedeltà alla messa festiva e ai sacramenti della confessione e della comunione, frequentiamo un cammino di catechesi nella nostra comunità parrocchiale o in un gruppo ecclesiale. Così verrà di conseguenza l’impegno cristiano nella professione, nello studio o nel lavoro; e l’esperienza di servizio nel volontariato sarà conseguenza logica.
    3.
    Riascoltiamo il primo biografo del Santo. «Partiti da Siracusa, il vescovo e il suo seguito vennero ai Pizzoni ov’era il beato Corrado, e dissero: Padre come state? Ed egli: Bene, per la grazia di Dio. E il beato Corrado prese la benedizione del vescovo». Anche noi possiamo dire: “Bene per la grazia di Dio”? Le virtù teologali sono la fonte di ogni bene nel battezzato. E’ la fede il fondamento e principio della altre virtù cristiane, e si alimenta con la preghiera. Progressivamente il nostro modo di riflettere, di agire, di scegliere e di percepire viene influenzato dallo sguardo interiore della fede, virtù fondamentale che orienta la nostra quotidianità. L’altra virtù è la speranza. Quando più si spera in Dio, tanto più da Lui si ottiene. Poi la carità, che ha per base l’amore di Dio, bene supremo e l’amore del prossimo. La carità “è il vincolo della perfezione” (Col 3,14).
    Ci accompagnino nella vita la provvidenza di Dio, la benedizione della Madonna e la protezione di San Corrado!


    Salvatore Guastella

Per approfondire

  • visita www.araldosancorrado.org
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  • San Corrado Confalonieri è stato un penitente, terziario francescano, vissuto da eremita in Noto, nella Valle dei Tre Pizzoni dentro ad una grotta